Oggi ogni grande città riassume in se il mondo. Marc Augè.

Marc Augè è un grandissimo etnologo e antropologo francese che ha indagato, con metodi innovativi, alcuni aspetti della società metropolitana odierna come la contrapposizione tra un aumento della solitudine e lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione ed ha identificato come topos della contemporaneità quei “nonluoghi” privi di storicità, abitate da persone perennemente in transito (grandi centri commerciali, gli aeroporti, gli alberghi, le autostrade e le metropolitane).

I brani che seguono sono tratti dal suo libretto “Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo” e ci racconta di come oggi “ogni grande città riassume in sé il mondo” e come le frontiere e le barriere che la globalizzazione ci spinge a dimenticare le troviamo tutte intere nel tessuto urbano tanto variegato quanto lacerato.

 

Oggi ogni grande città è un mondo a sé e riassume in sé il mondo, con la sua diversità etnica, culturale, sociale ed economica.

Si ha in mente la città quando si parla di quartieri difficili, di ghetti, di povertà, di sottosviluppo. Nella grande città, nella megalopoli è dove si concentrano gli immigrati in fuga dai paesi del Sud, quei paesi per loro “fuori sistema” ma che ospitano spesso le strutture alberghiere internazionali dove vengono a rilassarsi i turisti venuti dal “Nord”.

Una grande metropoli oggi accoglie e tiene separate tutte le diversità e le disuguaglianze del mondo. Tracce di sottosviluppo si ritrovano in un centro urbano come quello di New York, mentre ci sono quartieri d’affari connessi alla rete mondiale in alcune città del terzo mondo.

La città-mondo relativizza o smentisce con la sua sola esistenza le illusioni del mondo città.

Muri, separazioni, barriere appaiono su scala locale e nelle più banali pratiche quotidiane dello spazio.

In Nord America esistono città private; in America Latina, al Cairo e ovunque nel mondo si vedono nascere quartieri privati, settori della città dove non è possibile entrare se non giustificando la propria identità e le proprie relazioni.

L’opposizione tra mondo-città e città-mondo è parallela a quella tra sistema e storia. Ne rappresenta, per così dire, la concreta traduzione spaziale e comporta conseguenze nel campo dell’estetica, dell’arte e dell’architettura.

I grandi architetti sono diventati star internazionale: quando una città aspira a figurare sulla rete mondiale, cerca di affidare a uno di loro la realizzazione di un edificio che abbia valore di monumento, di testimonianze, che ne provi la presenza al mondo, ovvero l’esistenza nella rete, nel sistema.

I progetti architettonici tengono conto in linea di principio del contesto storico geografico, ma alle loro spalle piomba il consumo mondiale: la massa di turisti provenienti da tutto il mondo che ne sanziona il successo.

Il colore globale cancella il colore locale. Questo trasformato in immagine e accessorio d’arredo, è un locale dai colori globali, un’ espressione del sistema.

La grande architettura mondiale si inscrive nell’estetica contemporanea, un’estetica della distanza che tende a farci ignorare tutti gli effetti di rottura.

Le foto prese dai satelliti, le vedute aeree, ci abituano a una visione globale delle cose.

Vista da lontano e dall’alto la miseria è bella e pittoresca. Le grandi torri di uffici o abitazioni educano lo sguardo, come hanno fatto e continuano a fare il cinema e la televisione.

Le auto che corrono sull’autostrada, il decollo degli aerei sulle piste degli aeroporti, i navigatori solitari che fanno il giro del mondo a vela sotto lo sguardo dei telespettatori, ci offrono una immagine del mondo come ci piacerebbe che fosse.

Ma questa immagine svanisce se la osserviamo troppo da vicino e se ci  impegnamo a misurare a piedi la città, per riscoprirla nella sua intimità violenta, contrastata e contraddittoria.

Lo spettacolo del mondo globalizzato ci pone così davanti a una serie di contraddizioni che hanno tutta l’apparenza della falsità.

Contraddizione tra l’esistenza proclamata di uno spazio planetario, aperto alla libera circolazione delle merci, delle persone, delle idee, e la realtà di un mondo nel quale i più forti proteggono i propri interessi e la propria produzione; nel  quale i più poveri tentano, spesso invano ed a costo della loro vita, di rifugiarsi nei paesi ricchi, che li accolgono con il contagocce; nel quale la guerra delle idee e delle ideologie trova un campo di azione nuovo nella rete internazionale delle comunicazioni.

Contraddizione tra l’esistenza proclamata di uno spazio continuo e la realtà di un mondo discontinuo, nel quale proliferano i divieti di ogni genere.

Contraddizione infine tra il mondo del sapere, che pretende di indicare la data di nascita dell’universo, di misurare in milioni di anni luce la distanza dalle galassie più lontane, di datare con certezza la breve comparsa dell’uomo sulla terra, e la realtà sociale e politica di un mondo nel quale tanti esseri umani si sentono insieme spossessati del proprio passato e privati del futuro.

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