Ripasso di economia Keynesiana per la “bocconiana” del PDL Lara Comi

Durante la trasmissione Servizio Pubblico, la parlamentare del PDL, nonché ex assistente della pluridecorata Ministra Maria Stella Gelmini, ha affermato: “togliere l’Imu per i ceti medi e medio-bassi e poi inserire una tassa patrimoniale non ha senso e in più ha effetti depressivi sull’economia”. Lo stesso effetto è provocato dalla “lotta all’evasione fiscale che intimorisce il cittadino” inibendolo nello “spendere”.  Dopo aver espresso questi concetti, che tra l’altro sono gli stessi espressi da qualsiasi elettore medio italiano che legge la Gazzetta dello Sport e vota PDL o Beppe Grillo, con proverbiale arroganza si è rivolta verso Antonio Ingroia sbandierando la sua laurea alla Bocconi, come per conferire un’oggettività inconfutabile alle sue parole.

Ad ogni modo, a molti telespettatori il concetto espresso dalla bocconiana Comi potrebbe sembrare più che confutabile.

Entriamo nel merito della questione. Nell’economia Keynesiana, la disoccupazione è un fenomeno che dipende dalla carenza di domanda aggregata effettiva, cioè dalla carenza di domanda per consumi e investimenti. Nello stesso tempo, le oscillazioni della domanda per investimenti costituiscono la principale causa delle oscillazioni dell’occupazione.

Ora, il reddito nazionale annuo espresso in termini contabili è così delineato: Y= C+I+G+(X-I) dove C=consumi, I=Investimenti, G= spesa pubblica e (X-I)= esportazioni-importazioni. In un’economia avanzata, i consumi (C) costituiscono in genere più del 70% del reddito finale in un dato periodo. Lord John Maynard Keynes, membro attivo del Partito liberale inglese (stesse radici culturali di Berlusconi, dunque), la cui unica pecca fu quella di non essere un bocconiano come l’onorevole Comi, nella sua Teoria Generale espresse un concetto intuitivo ma fino ad allora ignorato: “la legge psicologica fondamentale sulla quale siamo autorizzati a basarci è che i consumi aumentano con l’aumento del reddito ma non tanto quanto il reddito”.

Keynes individuò così quella che lui definì “propensione marginale al consumo”: più il reddito personale cresce più aumenta la porzione di reddito risparmiata. A livello aggregato ne consegue che più la ricchezza è concentrata, più aumenterà la porzione di risparmio nazionale che non sarà disponibile per consumi finali nel periodo successivo rispetto a periodo preso in considerazione per il calcolo del reddito prodotto. In altre parole, maggiore è la concentrazione del reddito in una società, minore è la “propensione marginale al consumo” nel sistema economico e dunque maggiore sarà l’ammontare di fondi che dovranno essere investiti dal settore pubblico o privato per riempire il gap tra consumi e reddito e far aumentare il reddito nel periodo successivo (il meccanismo del moltiplicatore Keynesiano).

Ora, se quel risparmio si traduce in investimenti nel settore produttivo, l’economia continuerà a crescere e con essa l’occupazione, mentre se quel risparmio si riversa in titoli finanziari acquistati sui mercati secondari per fini speculativi e in investimenti immobiliari, o peggio ancora, se quel risparmio resta in forma di depositi bancari (come sta avvenendo in Italia), il sistema economico si inceppa.

Questo è a grandi linee e in maniera semplificata per noi “non-bocconiani”, la descrizione che Keynes ci dà del ciclo economico.

Questa condizione fotografa anche l’economia italiana dove l’80% del gettito Irpef viene prelevato dal reddito aggregato di lavoratori dipendenti e pensionati (con elevata propensione marginale al consumo) mentre il 10% della popolazione (con bassa propensione marginale al consumo) detiene il 47% della ricchezza nazionale (i circa 4000 milardi di Euro detenuti in ricchezza immobiliare e finanziaria da questo 10% sembrano confermare l’ipotesi). In tutto ciò, il basso livello di investimenti che è inferiore rispetto a quello di tutti i paesi OCSE (complice anche l’incertezza derivante dalla crisi) non permette di colmare il gap tra consumi e reddito per riavviare la fase ascendente del ciclo economico. Il risultato è una domanda stagnante, imprese che chiudono e un tasso di  disoccupazione in aumento. Aumenta la vendita di Yacht e auto di lusso (l’Italia è uno dei primi mercati per la BMW e la Mercedes) mentre diminuisce la domanda per i prodotti di massa. Davanti a questa evidenza, anche i più strenui anti-keynesiani come l’onorevole Lara Cosmi o l’onorevole Mara Carfagna (sicuramente divenuta ministro per la competenza acquisita con i suoi studi sulle tesi monetariste di Milton Friedman) dovrebbero riconoscere che il caso della stagnazione italiana, oltre che da strutturali problemi di competitività verso l’esterno, deriva da una carenza di domanda aggregata di tipo Keynesiano verso l’interno.

Ora, in un contesto nel quale, visto il suo già elevatissimo indebitamento, lo stato non può entrare in gioco per colmare il gap tra consumi e investimenti prendendo quel risparmio in prestito investendolo nell’economia reale per far ripartire l’occupazione, la soluzione suggerita da Keynes e dai keynesiani come l’emerito professore Dudley Dillard, è quello di adottare una politica tributaria volta alla redistribuzione del reddito. Per i ceti medio-bassi, che hanno un vincolo di bilancio più stringente, ogni unità in più di reddito costituirebbe un’unità in più di quel consumo (C ) che è la prima componente della domanda aggregata e dunque la principale determinante dell’occupazione. Per i redditi alti, ogni unità di aumento del reddito costituirebbe un aumento proporzionale in termini di risparmio che vista l’”incertezza” (in senso Keynesiano) non si riverserebbe negli investimenti.

Dunque, trasferire reddito dalle fasce della popolazione più “ricca” a quella più “povera” attraverso il prelievo fiscale, al di là della dimensione etica, aumenterebbe la “propensione marginale” al consumo della società, dunque la domanda aggregata e conseguentemente l’occupazione.

A questo punto, anche la “bocconiana” Laura Comi, intuirà che alleggerire l’Imu sulla prima casa e il prelievo fiscale sui redditi dei ceti medi e medio-bassi bilanciando il tutto con una tassa sulla ricchezza patrimoniale e con una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, pur non essendo certo la chiave di volta per far ripartire l’economia del paese rappresenterebbe certo una soluzione per dare respiro ai consumi e dunque contribuire a rimettere in moto il mercato interno senza peggiorare il bilancio fiscale dello stato.

Per quanto riguarda più specificatamente l’evasione che con Keynes non c’entra nulla, secondo il ragionamento dell’onorevole Comi, i paesi europei o anglosassoni, dove i controlli e le pene per gli evasori sono molto severe, dovrebbero essere in perenne  recessione.

Allora il dubbio è questo: o alla “Bocconi” non conoscono Keynes o il padrone del partito che ha candidato Lara Comi ha un conflitto d’interesse. I conti pubblici lasciati dai Governi Berlusconi, strenui oppositori della tassa patrimoniale e della lotta all’evasione, nonché i vari processi per frode fiscale del diretto interessato, sembrano avallare la seconda ipotesi.