Il paese del rimosso

Il problema della politica in Italia gira tutto attorno ad una incapacità congenita del popolo italico: l’incapacità di elaborare collettivamente la propria Storia. Si preferisce dimenticare piuttosto che sviluppare un giudizio condiviso e, quindi, un comportamento politico conseguente. L’Italia è il paese del rimosso. Qualcuno l’ha definita “incapacità di elaborare il lutto”. Sì, perché di lutti è piena la nostra storia.

Non sono state elaborate le cause del ventennio fascista, rinunciando a comprendere quali paure serpeggiassero nei sogni agitati della borghesia italiana. Non sono state elaborate le ragioni della partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale, lasciando l’impressione di una farsa piuttosto che di una tragedia. Non è stata elaborata la sconfitta e la guerra civile, lasciando l’illusione che i vinti fossero una minoranza e che il Paese si fosse liberato con un’amnistia degli odi, dei rancori e delle divisioni. Non è stato elaborato il prezzo pagato dal Paese negli anni del boom economico, che ha divorato la cultura contadina ed operaia sulla quale poggiava la struttura sociale del Paese in cambio di un incerto benessere, effimero e non duraturo. Non sono state elaborate l’epoca dello stragismogli anni di piombola fine della guerra freddala disintegrazione dei partiti storici e la nascita di nuovi soggetti politici. Ad ultimo, è mancata la capacità di elaborare il ventennio berlusconiano – ce ne stiamo accorgendo in questi giorni di campagna elettorale – tant’è che qualche promessa è bastata al venditore per cancellare d’un colpo i fallimenti dei suoi governi, le improvvide scelte economiche, l’intreccio perverso di cricche e affari, lo svuotamento della dignità di un popolo, la perdita di ruolo internazionale dell’Italia.

Le ragioni di questa incapacità sono molteplici. Ne ricordo tre, anche se l’elenco sarebbe più lungo e meriterebbe un approfondimento maggiore.

Innanzi tutto la Storia. L’Italia è stata per secoli un luogo di genti diverse, di Comuni, di localismi chiusi. Il processo di unificazione della Nazione non è bastato a sviluppare una coscienza unitaria. L’Unità d’Italia è stata voluta e fatta da un gruppo ristretto di intellettuali, irredentisti, carbonari, garibaldini e politici, incapaci di interpretare e governare le problematiche sociali del Paese.

Poi la mancata modernizzazione delle aree arretrate, la così detta “Questione Meridionale”. Il sud dell’Italia è rimasto un luogo appartato, arretrato, fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Il boom economico lo ha appena sfiorato, la politica lo ha relegato a bacino elettorale del potere democristiano, a terra di clientele ed assistenzialismi.

Infine la distruzione meticolosa dei valori della cultura operaia e contadina, perpetrata in nome e per conto di una società dei consumi fondata sulla depredazione sistematica delle coscienze, delle consapevolezze, delle capacità di scegliere cosa è utile e cosa è superfluo, di cui la “televisione” è divenuta il simbolo perverso.

Nel vuoto immenso lasciato da una coscienza collettiva debole, incapace di elaborare le ragioni della propria Storia, la passione civile, la preoccupazione per il bene comune e la stessa consapevolezza di essere “popolo”, sono evaporate, lasciando il campo a politicanti e venditori di fumo. La politica italiota, così ricca di praticoni, venditori di fumo, comici e ladri è figlia dei limiti critici di un popolo. La casta esiste perché trova nel Paese rassegnazione, ma anche complicità, disinteresse, ma anche consenso. Milioni di italiani si apprestano a votare a favore di egoismi territoriali, di rivendicazioni locali, addirittura personali.

Volendo parafrasare George Santayana, viene da concludere che chi rimuove il passato perché ha timore (o incapacità) di dovercisi confrontare è condannato a ritrovarsi senza futuro. Eppure è proprio dal  qui che occorrerebbe ripartire!