Sulla crisi della politica – L’Eden dell’apparenza

La Rete delle reti, Internet, si è andata diffondendo in tutte le aree industrializzate e in via di sviluppo del pianeta, ricoprendo Gaia di una ragnatela tecnologica capace di trasportare quantità sempre maggiori di informazioni.

Avevamo sperato che la Rete potesse contribuire ad annullare le distanze, tutti i tipi di distanze. Avevamo immaginato che la possibilità di comunicazione “uno verso molti” potesse disintegrare ogni forma di solitudine. Ma le “solitudini” sono rimaste. E noi ad offrirci inutilmente alla moltitudine.

La velocità di circolazione delle informazioni e delle merci, l’asservimento globalizzato dei bisogni individuali alla perpetuazione del sistema economico, l’occultamento dei rapporti “reali” tra gli umani in una sorta di Eden dell’apparenza (dove tutto sembra ancora possibile per tutti… salvo poi scoprire che si tratta dell’ennesimo “ingannevole” consiglio per gli acquisti), l’ansia del “tutto e subito” indotta dall’insoddisfazione del vivere, lo stordimento continuo provocato dai bagliori televisivi, lo svuotamento di significati (compreso quello della vita stessa), la moltiplicazione delle possibilità di relazione offerte dalla Rete, hanno ridotto il tempo di elaborazione delle emozioni e hanno fatto prevalere un atteggiamento “onnivoro” anche nei rapporti interpersonali.

Svanisce il desiderio di scoprire l’essenza dell’altro, mentre cresce l’ansia di divorarne rapidamente l’apparenza, di cannibalizzarne l’esteriorità.

Il presente cessa di essere il luogo dei desideri e diviene luogo di insoddisfazione per desideri consumati troppo in fretta, svuotati come gusci di conchiglie portate dalla risacca.

L’apparire sovrasta l’essere e il malessere più diffuso emerge dall’incapacità di conoscere e di riconoscere l’altro.

L’apparire sovrasta l’essere e il malessere più diffuso nasce dal sentirsi inadeguati.

La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce ad uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima (…) Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed è responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l’attuale condizione umana. Ciò che rende lo spettacolo ingannevole e negativo è il fatto che esso rappresenta il dominio di una parte della società, l’economia, su ogni altro aspetto della società stessa; la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana rompe quella unità che caratterizza la condizione umana propriamente detta: Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio“. [Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano, 1997]

La mutazione ha investito le strutture stesse del vivere sociale proiettandoci in una assurda Società dello Spettacolo, dove vengono svuotati di significato i concetti di “attesa”, di “gradualità”, di “merito”, di “verità”, di “solidarietà”. I bisogni vengono trasfigurati. Le esistenze mercificate. I desideri indotti. Il “tutto e subito” appare desiderabile, consolatorio, e giustificabili appaiono le scorciatoie per ottenerlo. Accade così che bisogni “indotti” unicamente dall’esigenza di accelerare a dismisura i consumi, ovvero di saziare il mostro vorace, diventino nell’immaginario condiviso l’unico Eden desiderabile.

 

2. continua