Sulla crisi della politica – La perdita del senso della Storia

La rapida evaporazione delle emozioni e delle commozioni, l’anestetizzazione del dolore, l’indifferenza verso il bene comune, l’ansia di praticare scorciatoie a scapito di percorsi condivisi e legali, l’incapacità di progettare il futuro, addirittura di sognarlo: ecco alcuni sintomi del malessere.

In un dibattito “estivo” del 2008, di quelli che i quotidiani ospitano volentieri perché non hanno altro di cui occuparsi, Veltroni, allora segretario del PD, definì il malessere “frenetica bulimia del presente” e “perdita della memoria”, paragonando la società civile ad un individuo colpito dal morbo di Alzheimer.

Altri l’hanno definito “desertificazione della pubblica opinione, perdita dell’identità sociale, del senso di appartenenza ad una entità culturale vasta e diffusa, ad un progetto che travalica i destini individuali o di gruppo ristretto“.

Sempre in quel lontano dibattito estivo, Nadia Urbinati – evocando tra le righe l’inquieto fantasma di Pier Paolo Pasolini – descrisse un altro sintomo del malessere sulle pagine de La Repubblica, ovvero il dissenso docile.

La docilità è una qualità che si predica degli animali, non degli uomini – ha scritto il 20 agosto 2008 la docente di scienze politiche alla Columbia University di New York – è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose (…). Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno. Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire”.

Una rappresentazione a tinte fosche degli effetti del malessere la diede il “grande vecchio” del giornalismo italiano.

L’aspetto inquietante – scrisse Eugenio Scalfari domenica 24 agosto 2008 – consiste nel degrado dell’opinione pubblica in una miriade di opinioni private, di gruppo e di corporazione, di territori e di individui. Lo specchio rotto riflette in ogni suo frammento una finestra e un interesse particolare. La visione del bene comune in queste condizioni diventa spesso ipocrisia. Si pensa e si agisce per sé e per la propria confraternita. I valori decadono a convenienze personali e corporative”.

“Alla società dello spettacolo, formula inventata dal situazionista Guy Debord, cui ci si appella – annotò Marco Belpoliti su La Stampa il 27 agosto 2008 – per spiegare il fenomeno italiano, si sostituisce la società del contatto per cui ciascuno è interpellato in modo diretto e indiretto ogni giorno attraverso le solerti telefoniste dei call center o i sondaggisti, usando i dati raccolti con le fidelity card e le credit card, o ricorrendo alle statistiche generate dalle telefonate al cellulare o dalla navigazione Internet. Più che spiati siamo contattati. Questa è la nuova opinione pubblica, che continua a far politica, se la parola ha ancora un senso, ma in modo molecolare, senza ideologia e senza progetto (…)”.

La perdita del senso della Storia e la dispersione dell’attenzione e delle emozioni nei rivoli delle storie individuali, caratterizza sempre più il nostro tempo. La commozione si accende all’improvviso per una notizia, per un “fatto”, dura il tempo necessario a metabolizzarlo, poi cala di nuovo. Tempo di emozioni volatili, subito smarrite.

La sensazione è che al giro del secolo scorso – scrisse ancora Antonio Scurati, su La Stampa – si sia entrati in una nuova era: l’era della cronaca. Quest’era non coincide con una nuova partizione del tempo ma con una sua nuova forma, non con una diversa porzione di Storia ma con un nuovo modo di battere il tempo, diverso dal tempo della Storia”.

3. continua