Sulla crisi della politica – L’epoca delle emozioni anestetizzate

L’epoca delle emozioni anestetizzate e dell’indifferenza di fronte ad avvenimenti tragici ed ignobili, collocati oltre i confini della nostra esistenza soggettiva, ha iniziato a manifestarsi negli anni ’80. Proprio allo scadere del Secolo breve.

Dopo l’abbuffata di euforie volatili, dopo l’edonismo d’importazione, dopo le illusioni alimentate da scampoli di ottimismo a buon mercato, è calata la delusione e l’incapacità di elaborare il lutto. Sull’Europa la recessione delle emozioni è scesa molto prima di quella economica. Una recessione, quella emotiva, provocata dall’evaporazione del miraggio che tutto fosse possibile per tutti e che bastasse solo allungare la mano per ottenere ricchezze e successo, per immergersi nella felicità del “cogli l’attimo”.

L’effimero intermezzo edonista, durato nemmeno un decennio, era venuto su poco dopo la fine della Guerra Fredda. L’Oscurità cala dall’Est aveva scritto John Ronald Tolkien ne Il Signore degli Anelli, senza immaginare che la “lotta tra luce e tenebre” sarebbe divenuta il simbolo del conflitto tra Ovest ed Est. La Guerra Fredda, iniziata nel sinistro bagliore di mille soli, aveva sparso voli di corvi sulla Storia e presagi di estinzione nucleare. La firma dei trattati di non proliferazione tra le due superpotenze, quegli stessi trattati poi disattesi, aveva allentato tensioni ed ansie decennali già prima del crollo del Muro. Così le preoccupazioni per la sopravvivenza collettiva, per la morte atomica, si erano sciolte in danze sfrenate e liberatorie. Svanita l’angoscia per il futuro, il futuro era divenuto immediatamente carico di aspettative. Ma non è durata e da allora nulla è rimasto più come prima. Nelle nostre latitudini è stato il tempo dello yuppismo di seconda mano e del rampantismo.

Altri bagliori, dall’apparenza affatto inquietante, illuminavano già i volti attoniti degli italiani. La portatrice di menzogne era entrata da tempo in tutte le case a sancire l’Età dell’oro del Secolo breve.  “Secondo me la televisione – aveva detto, inascoltato, deriso quasi, il poeta – è più forte di tutto questo, e la sua mediazione ho paura che finirà per essere tutto (…). Lo dico sinceramente, non considero niente di più feroce della banalissima televisione”. Alla diffusione dei media di massa ha corrisposto alienazione, mercificazione e omologazione.

La corsa sfrenata allo sviluppo della tecnologia ha ulteriormente alterato la vita, introducendo merci “degradabili”, rese obsolete proprio dalla capacità della tecnologia di inventarne di nuove, per gli stessi usi. La circolazione delle merci si è fatta quindi velocissima. È iniziata l’epoca delle generazioni brevi dei prodotti ad alto contenuto tecnologico. La distanza temporale tra le merci di prima generazione e quelle successive si è andata sempre più riducendo, costringendoci ad inseguire fantasmi di modernità, già superati poco dopo essere stati commercializzati. E noi, sottoposti al bombardamento dei media di massa, abbiamo acquistato merci sempre più sofisticate, pur non avendone necessità. Come se non fosse l’utilità intrinseca dell’innovazione a giustificarne la produzione e la diffusione delle merci, ma solo la necessità di incrementarne il consumo, al fine di accrescere i livelli di profitto. Abbiamo acquistato oggetti sempre più sofisicati e gettato quelli divenuti superati, non per rendere migliore la nostra vita, ma per eternizzare il modello di sviluppo economico basato sulla produzione di merci con caratteristiche simili, ma con contenuti di innovazione sempre più elevati. Un mostro vorace incapace di saziare la sua fame. Un mostro pronto a sacrificare la vita stessa pur di riprodurre se stesso.

I media di massa e lo sviluppo della tecnologia hanno accelerato la circolazione delle informazioni, ma hanno confuso la “percezione” dei rapporti sociali, segnando un’ulteriore distanza tra ciò che appare e ciò che è, omologando le esistenze soggettive, rendendoci tutti solo dei “consumatori”. Nella società mercificata la dimensione umana della vita è stata dissolta negli stereotipi rassicuranti veicolati dalla televisione, in quel senso comune infarcito di superficialità e menzogna.

La cristallizzazione del tempo “vivo” nelle merci ha assunto proporzioni inaudite. L’avidità dei “produttori apparenti” si è dimostrata priva di qualsiasi scrupolo. In luoghi sempre più diffusi e dispersi del pianeta l’insaziabile fame di profitto ha reso schiavi uomini e donne, bambini e bambine. La comunicazione, attraverso i media di massa, ha ripulito le merci dall’infamia, santificandole con un “logo”, rendendole desiderabili in un contesto sociale dove l’ansia di “apparire” e l’illusione del “benessere” sospinge al consumo. Merci sotto forma di felicità. Tempo cristallizzato di entità sofferenti, i “produttori reali”, esposto nelle vetrine, fotografato nelle riviste patinate, esaltato negli spot pubblicitari e alfine trasfigurato in oggetto “magico”, in una illusione.

1. continua