Contro il “governo dei giusti”

Sono consapevole di affermare qualcosa di impopolare e, di certo, sgradito a molti. Ma c’è poco da fare: Marco Travaglio non mi piace. A me spaventa chi – ritenendosi “giusto” – dispensa sentenze inappellabili, chi – sottraendosi al confronto – sermoneggia, comodamente assiso sulla poltrona da vice direttore o su quella del salotto televisivo di “famiglia”.

L’ultimo strale di Travaglio se l’è beccato Pietro Grasso, definito: “un italiano prima che magistrato, molto furbo, un uomo di mondo“, tanto per poter concludere: “Boldrini e Grasso sono figli del Porcellum, calati dall’alto“. Manco a farlo apposta, come se facesse parte dello stresso coro, qualche ora dopo Beppe Grillo ha definito la scelta dei presidenti delle Camere come “una manifestazione della partitocrazia“.

Insomma, secondo Marco Travaglio, a parte lui, Beppe Grillo e poche altre eccezioni, tutti i restanti sarebbero da “cancellare” perché figli illegittimi dell’inciucio, perché nasconderebbero cesti di panni sporchi, perché avrebbero lasciato ombre inquietanti sulle mura del passato. Ma non è nemmeno questo il punto. Nell’attacco che entrambi stanno portando alla politica e alle regole del parlamentarismo, in nome di un non meglio precisato “governo dei cittadini”, c’è il tentativo di azzoppare la democrazia italiana. Una democrazia giovane, imperfetta, attraversata dal malaffare, inquinata da cialtroni senza ritegno, bloccata da troppe anomalie, ma  pur sempre una democrazia.

Non voglio vivere una nuova stagione berlusconiana che porterebbe l’Italia ben oltre il baratro e annichilirebbe per sempre ogni anelito verso il bene comune,  ma nemmeno voglio vivere in un Paese governato da presunti “giusti”, dispensatori di verità, pronti a liquidare come disturbatori della quiete e dell’equilibrio (il loro) chiunque esprima dissenso.