Politica, filosofia e populismo post moderno

Molti fenomeni di costume che hanno ormai invaso l’orizzonte dello spazio pubblico e che sono tracimati in quel settore dello spazio pubblico che è la Politica, hanno la loro giustificazione e la loro teorizzazione nell’inveramento a livello di massa delle concezioni post moderne.

Il pensiero post moderno, sviluppatosi tumultuosamente tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso, è un pensiero che si è inverato ed è diventato prassi.

E come ci dice il filosofo Maurizio Ferraris ha trovato una “piena realizzazione politica e sociale”.

Ferraris, nel suo agile pamphlet “Manifesto del nuovo realismo” scrive:

“Gli ultimi anni hanno insegnato una amara verità. E cioè che il primato delle interpretazione sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività si è compiuto, ma non ha avuto gli esiti emancipatori profetizzati dai professori”.

I professori postmoderni, sull’onda lunga del pensiero di Nietzche, pensavano che la verità fosse un male e che l’illusione fosse un bene, che il mondo vero dovesse tramutarsi in favola per rompere le prigioni repressive della ragione illuministica (fino a far dire a Barthes che ogni lingua  con le sue regole è fascista).

I post moderni ritenevano che la realtà fosse una prigione da cui liberarsi e che lo strumento fosse, come sostiene Ferraris, “una moltiplicazione ed una decostruzione delle prospettive che sembrava riprodurre nel mondo sociale la moltiplicazione e la radicale liberalizzazione (si credeva negli anni 70 del secolo scorso) dei canali televisivi. Il mondo vero certo è diventato una favola, anzi è diventato un reality, ma l’esito è stato il populismo mediatico, un sistema nel quale, purchè se ne abbia il potere, si puo’ pretendere di far credere qualsiasi cosa.

Nei telegiornali e nei talk show si è assistito al regno de “non ci sono fatti, solo interpretazioni” che ha mostrato il suo significato autentico e cioè che la ragione del piu’ forte è sempre la migliore.

Cio’ che hanno sognato i post moderni lo hanno realizzato i populisti e nel passaggio dal sogno alla realtà si è capito bene di cosa si trattava.

Così i danni non sono venuti direttamente dal post moderno, il piu’ delle volte animato da ammirevoli aspirazioni emancipative, bensì dal populismo che ha beneficiato di un potente anche se in buona parte involontario fiancheggiamento ideologico da parte del post moderno. “

Ed il populismo è debordato oltre i confini di ristrette elites di letterati filosofi o architetti ed i suoi effetti hanno riguardato ed interessato persone che non sanno certo cosa sia il pensiero postmoderno e sono state pero’ le vittime inconsapevoli del populismo mediatico e soprattutto di quel pensiero lungo nietzchiano che affermava non esserci fatti ma solo interpretazioni dei fatti, dando il via così ad una reversibilità di senso infinita ed a un relativismo dei valori dove tutto è uguale (il tutto popolarmente sussunto sotto la universale domanda “che male c’è?”).

Tale populismo mediatico ha diffuso poi a livello di massa la convinzione che si tratta di un sistema senza alternative.

L’uso delle virgolette (fino al loro uso figurato nel linguaggio verbale attraverso le virgolette messe agitando le dita mentre si pronunca una parola) è la forma espressiva attraverso cui, ci dice Ferraris, si esplicita che la realtà non esiste, è messa tra virgolette (gesto affine ci dice sempre Ferraris alla epochè  di Husserl, alla sospensione del giudizio, al mettere tra parentesi l’esistenza degli oggetti presi in esame per coglierli nella loro pura dimensione di “fenomeni”.

Per Husserl era un semplice esercizio filosofico mentre la la convinzione che sta alla base della virgolettazione post moderna è il “decreto che chiunque provi a togliere le virgolette esercita un atto di inaccettabile violenza o di fanciullesca ingenuità, pretendendo di trattare come reale cio’ che, nella migliore delle ipotesi, è “reale” o <<reale>>.

Sulla base di queste convinzioni chiunque si ritenesse possessore di una pur limitata verità veniva trasformato in un fanatico pericoloso per la modernizzazione (quanti echi ditutto cio’ sentiamo nell’attuale dibattito politico!!!).

Alla base inoltre di tutto cio’ c’era la tesi secondo cui “i grandi racconti” del moderno fossero la causa del peggiore dogmatismo. Piuttosto che essere fanatici meglio trasformarsi in “teorici ironici” che sospendono la perentorietà di ogni loro affermazione ravvisando infatti norme e regole un male in se” (da qui la citazione suddetta di Barthes che scrisse che la lingua è fascista in quanto dispone di semantica, grammatica e sintassi).

La superficialità, l’incultura, la mancanza di approfondimento, la teatralizzazione di tutto, il trasformare il privato in pubblico senza alcuna mediazione che non sia l’occhio della telecamera, l’esaltazione della ignoranza ed il chiacchiericcio dei media, la mancanza di capacità di analisi nasce da tutto cio’ e dalla convinzione che la realtà è costruita da altri e che non c’è nulla da fare e che i problemi sono solo biografici e mai sistemici e che quindi a noi spetta solo la possibilità di decostruire ironizzandoci sopra e ritenendo con cio’ di aver esaurito il proprio compito.

L’uomo post moderno nella sua versione populistica mediatica non sente l’urgenza di dipingere originali capolavori come la Gioconda ma si limita parassitariamente, sull’onda di quello che nel 1919 fece Marcel Duchamps, a mettere i baffi alle grandi opere del passato. Oppure “prendi un orinatoio o una scatola di pagliette per lucidare le pentole e dichiari che è un opera d’arte; in filosofia prendi Platone e dici che era antifemminista oppure prendi un serial televisivo e dici che c’è piu’ filosofia lì che in Schopenhauer.”

Quella descritta da Ferraris è una forza potentissima che condiziona il nostro agire, che appare emancipatoria (da qui il grande equivoco di tanti pensatori di sinistra innamoratesi del nazista Heidegger) ma è stato ed è lo strumento per privare di ogni capacità critica l’essere umano, perché dietro la concezione che ogni regola è uno strumento di repressione trionfano sempre i piu’ forti, perché le regole ordinatrici sono sempre servite anche per proteggere i piu’ deboli e non solo per opprimerle e se le regole sono invise ai piu’ e dichiarate fasciste il campo è libero per le scorribande di chi è piu’ forte. E se poi si afferma l’idea che, come diceva la Tatcher, non c’è alternativa siamo tutti poco invogliati a cambiare il mondo (non si puo’ cambiare una cosa che non esiste, che non è reale, che è sottoposta a una reversibilità infinita di senso dove non c’è distinzione tra vero e falso, giustizia e ingiustizia.

E quindi dedichiamoci al nostro privato, invadiamo lo spazio pubblico raccontando le nostre vicissitudini privati biografiche in TV , sediamoci ai vari confessionali che ormai i media ci offrono ovunque, da giovani andiamo nei talent show e da  anziani vestiamoci da giovani ed andiamo a ballare nei vari contenitori della Domenica, impariamo a fare la spia ed a cacciare dalla “casa” quello che fino al giorno prima era un nostro amico, cantiamo tutti in coro battendo le mani a tempo o “surdato nnammurato” oppure intoniamo “mia bela madunina” credendo di essere un popolo che ricorda le proprie radici, facciamo tutto questo che ci è liberalmente permesso ma non azzardiamoci a pensare mai di cambiare il sistema che produce ingiustizie e disuguaglianza, parole che descrivono fatti inesistenti.

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