E’ LA DEMOCRAZIA, BELLEZZA!

E’ indubbio che questa partita l’abbia vinta Berlusconi. Ma non è vero che con la rielezione di Napolitano la democrazia sia morta, come molti in queste ore urlano, aizzati dal populismo grillino. Che sciocchezza è mai questa? Come ha dovuto sottolineare lo stesso Rodotà, le decisioni del Parlamento sono “sempre” democratiche. Il resto è demagogia.
L’argomento che le piazze chiedevano un nome e il Parlamento non le ha ascoltate e gliene ha dato un altro è un’argomentazione populistica, che può attecchire solo in un Paese di debole tempra democratica come il nostro, che sforna duci e ducetti senza posa e che ama disprezzare le regole della Democrazia e le sue istituzioni. Democrazia che, pur con con tutti i suoi limiti e difetti, è pur sempre il migliore dei sistemi possibili, e questo gli urlatori dovrebbero stamparselo bene in mente.

Le critiche grillesche di indifferenza verso le richieste provenienti dal popolo che avrebbe voluto Rodotà sono piuttosto ridicole. Cosa ha fatto Grillo di fronte alle pressanti richieste dalla sua stessa base di fare un governo con Bersani? Le ha ignorate, sbeffeggiandole, in nome di una coerenza assoluta che poi non ha faticato ad abbandonare in occasione delle elezioni presidenziali. Perciò, occorre rispedire al mittente le accuse al PD di aver fatto vincere Berlusconi, visto che il primo a farlo vincere è stato proprio lui quando ha rifiutato il governo con Bersani. Un governo che avrebbe potuto   – ad esempio – fare subito una legge sul conflitto di interesse che ci avrebbe liberato per sempre di quell’incubo vivente.

Da Grillo non possono venire neanche lezioni di coerenza, visto che, quando gli ha fatto comodo, è andato a cercare l’alleanza con chi fino al giorno prima non ne era ritenuto degno. Senza parlare delle sue lezioni di democrazia, perchè non c’è nulla di democratico nel modo in cui conduce il M5S, e neanche nei suoi appelli incendiari alla piazza, o nel suo voler distruggere i partiti, o nel suo aspirare al 100% dei consensi, e così via.
Ora il governo col PD non si può più fare e si farà il fatidico “governo di larghe intese”, cioè un governo di compormesso con il PdL. Questa è una vittoria di Berlusconi e un’altra sconfitta della sinistra, certo, ma è anche una sconfitta di Grillo.

Infine, io credo che il PD possa farcela. La crisi del PD è la crisi dell’intera politica italiana, sempre più autoreferenziale, lontana dai problemi del Paese, oppressa dal familismo amorale, dal provincialismo, dalla mancanza di ricambio, ecc. Ma la strada giusta per il PD è quella del rinnovamento radicale, non della divisione. Dividersi in un partitino di centro-dx e in uno di centro-sx o sx pura – guidato da Barca – significherebbe riconsegnare l’Italia alla destra per un altro ventennio, e condannare la sinistra ad una condizione di minorità perenne.

E questo credo che lo capiscano pure gli imbecilli che hanno silurato Prodi.

Ma certo, il PD deve cambiare strada, rinnovarsi radicalmente. Credo  che oggi l’unico in grado di tenere insieme le diverse anime del PD e dialogare con quella parte del Paese che si è fatto incantare dalle sirene della demagogia grillina e berlusconiana possa e debba essere – pur con tutti i suoi limiti – Matteo Renzi. Barca è una gran bella figura di sinistra, ma porta ancora con sè una filosofia di fondo che resta divisiva: Qui, per vincere, occorre che la principale forza di centrosinistra resti unita, pur nell’interazione e nel conflitto delle diverse anime che la compongono – cattolica, liberale, socialista, ex-comunista – che deve saper rimettere in dialogo.

La parola chiave mi sembra ora proprio questa: dialogo. Dialogo interno e dialogo col paese. La capacità di dialogo è l’essenza della democrazia. “Una delle virtù della democrazia ineliminabile – scrisse nel 2006 proprio Rodotà – consiste nel fatto che ciascuno deve essere esposto alla maggior quantità possibile di opinioni diverse”. La varietà di “anime” di un Partito Democratico, dunque, seppur appare un limite, rappresenta in realtà una grande ricchezza.  Tuttavia, è indubbio che la varietà interna diventa ricchezza e non limite solo in presenza di un leadership forte e di una adesione assoluta allo spirito e alle regole della democrazia. In concreto, ciò significa: rinnovamento, riforma profonda del partito. Su questo, Barca può dire delle cose importanti, se rinuncia alle tentazioni scissioniste che produrrebbero una sinistra tanto “dura e pura”, quanto minoritaria e impotente ad incidere realmente.

Ma è noto come la capacità di dialogare implichi quella, altrettanto faticosa, di ascoltare. Un’abilità che il PD sembra aver perduto da tempo (e che l’esercizio delle primarie non è sufficiente a garantire) se ha lasciato che la demagogia grillina si appropriasse di temi che dovevano essere suoi, e che deve recuperare con urgenza.

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