Genesi di un tradimento

Quello che segue è un breve estratto di un lungo, intenso e lucidissimo saggio di Walter Tocci (Direttore del CRS, senatore del Partito Democratico), titolato: Sinistra senza popolo. La parte dedicata all’analisi di quanto è accaduto al PD negli ultimi mesi è talmente chiara da risultare spietata e addirittura disarmante nei confronti di chi ancora si ostina a dichiarare che tutto era andato bene fino a quando 101 parlamentari hanno affossato la candidatura di Prodi. Emerge chiaramente come quella sia stata una scelta politica tesa a “ribaltare” la proposta elettorale del PD, ovvero a tradire il patto stabilito nel momento del voto tra gli eletti e gli elettori.

Il Pd entra in campagna elettorale pensando di aver già vinto e puntando ad amministrare il risultato, come la squadra che segna un gol al primo minuto e fa catenaccio per tutta la partita.

Il messaggio elettorale è debolissimo, rivolto per lo più verso Monti e le cancellerie europee, senza alcuna consapevolezza della tempesta che viene a sconvolgere le dinamiche elettorali.

A urne aperte la sconfitta politica, prima che elettorale, non viene ammessa e si prosegue con lo schema già previsto in caso di vittoria, cioè la candidatura di Bersani alla guida di un governo del Pd e della sua coalizione, come se non fosse successo nulla. È la madre di tutte le successive scelte sbagliate (…).

Il tentativo di costituire un governo di minoranza al Senato si arena di fronte al rifiuto di Napolitano, che interviene già nel merito manifestando la sua preferenza per l’accordo PD-PDL. In quel momento Bersani dovrebbe esplicitare il dissenso col Presidente e candidare un’altra personalità di sinistra, ma purtroppo accetta un’ambigua ricognizione che si risolve in una perdita di tempo. Quando si inverte l’agenda il Pd propone il doppio binario di un’ampia condivisone per la scelta del Quirinale e di un “governo di combattimento”.  Ma è una linea politica inconsistente che conferisce un enorme potere contrattuale a Berlusconi, il quale, mostrando una sapienza tattica di gran lunga superiore, dichiara apertamente di accettare l’accordo sul presidente solo se può condizionare il governo.

Si aggiunge l’errore di presentare una rosa di nomi a Berlusconi che sceglie Marini, il quale, dopo l’insuccesso, ha onestamente riconosciuto in un’intervista che la sua elezione avrebbe consentito un’intesa “a bassa densità” col Pdl per il governo, cioè una versione camuffata del governissimo. Nell’assemblea dei Gruppi a bocciare il candidato è quasi la metà dei parlamentari, tra voti contrari, astenuti e altri che lasciano la seduta. Viene risposto picche anche a chi propone una pausa di riflessione e si va avanti in modo irresponsabile verso il primo fallimento.

Presi dal panico i dirigenti ribaltano la linea politica e scelgono la candidatura di Prodi che viene acclamata in assemblea e bocciata nel voto segreto. I 101 non sono parlamentari indisciplinati, ma un pezzo del gruppo dirigente che ha imposto il ritorno all’intesa col Pdl, senza assumersene la responsabilità a viso aperto. L’esito finale della delegazione contrita al Quirinale e del governo organico tra Pd e Pdl per molti esponenti del Pd non è stato un incidente, ma la politica che desideravano sin dall’inizio, come si vede dalla soddisfazione ostentata da molti in questi giorni. La gravità della vicenda non è formale ma sostanziale.

Ora è patetico ridurre l’accaduto all’indisciplina dei parlamentari, che nel caso delle elezioni al Quirinale è costituzionalmente protetta dal voto segreto. I franchi tiratori ci sono sempre stati nelle elezioni presidenziali, con l’unica eccezione di Cossiga, non a caso il peggior presidente. Ma non era mai accaduto che la dirigenza di partito utilizzasse quel momento per imporre alla propria gente il ribaltamento della proposta elettorale, senza avere neppure il coraggio di dichiararlo.

Non è una questione di regole, è il collasso della classe dirigente. Non si può guidare un partito senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È un’abdicazione senza onore.

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