Al voto con stanchezza

Roma è una città complessa, costruita su stratificazioni sociali anche molto diverse e spesso chiuse in recinti invalicabili. La si può attraversare in lungo e in largo senza nemmeno sfiorarne l’anima. Immaginate un grande foglio bianco cosparso di tante macchie colorate per lo più non comunicanti: ecco questa è un buon punto di partenza per capire la complessità sociale della capitale.

Per vincere le elezioni a Roma occorre la capacità di coinvolgere mondi diversi e per farlo non basta girare con apparati screditati,  con militanti volenterosi, ma stanchi e sfiduciati, con saltimbanchi e musicanti. Per non parlare poi dei candidati a caccia di preferenze e dell’accozzaglia di gruppi e gruppetti preoccupati solo dei “loro” candidati.

Per vincere a Roma ci vuole credibilità, sensibilità, uno schieramento di forze politiche radicate nella complessità sociale della città e naturalmente un progetto condivisibile. Al momento più che “forze” i partiti politici sono “debolezze”, per giunta autoreferenziali. Piccoli mondi chiusi retti da logiche clientelari, o peggio.

Il Pd romano non è molto diverso dagli altri partiti. Le correnti interne lo hanno dilaniato e la base “storica” ha iniziato ad abbandonarlo, lasciando il posto ad una nuova specie protetta: quelli che militano solo per ambizione, o per un proprio tornaconto.

Cosa accadrà tra poco, quando apriranno le urne, è difficile dirlo. L’astensionismo non è un più solo un “sintomo” di disaffezione, ma una forma di opposizione alla degenerazione della politica. L’esito del voto dirà chi ha pagato il prezzo più alto.

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