Chi ha vinto e chi ha perso

A Roma ha vinto l’astensione, ovvero la rivolta della gente nei confronti della degenerazione della politica. Insomma ha vinto la sfiducia nella rappresentanza istituzionale, ha vinto il rigetto della distanza tra ciò che gli eletti promettono di voler fare e ciò che poi effettivamente fanno. Guai a dimenticarlo! Se i partiti dovessero passare sotto silenzio il peso dell’astensione sulla democrazia innescherebbero altri processi di disfacimento i cui esiti potrebbero essere fatali.

A Roma ha vinto lo schieramento di sinistra. Questa volta l’UDC romana era dall’altra parte (a destra) e l’endorsement di Monti e Casini si è abbattuto (a mio avviso non gli ha giovato) sull’outsider di buona famiglia, Alfio Marchini. È una vittoria da confermare, ma pur sempre una vittoria. La corsa verso il ballottaggio sarà complessa e difficile, ma Ignazio Marino potrà contare sul fatto di essere percepito, prima che come uomo del cambiamento, come un volto nuovo, mentre Gianni Alemanno difficilmente riuscirà a scrollarsi di dosso il peso delle umilianti disfatte e della scandalosa gestione della città. Una pletora di dirigenti di aziende pubbliche e di eletti al consiglio comunale sono indagati per reati contro il bene comune e qualcuno è finito in carcere.

A Roma Gianni Alemanno ha perso. E il colpo è stato avvertito con durezza, tant’è che B. ha mugugnato a qualche fidato scudiero: “Ve l’avevo detto che quello era inadeguato, ve l’avevo detto che avremmo dovuto appoggiare Alfio Marchini“. Lui sogna il recupero perché, dice, il ballottaggio è tutta un’altra partita. Ha ragione, soprattutto perché la disaffezione dal voto potrebbe abbassare ulteriormente la quota dei votanti. Solo che stavolta si trova di fronte un avversario capace di reggere botta e sognare il recupero su Rutelli non gli servirà perché non c’è Rutelli dall’altra parte, ma Ignazio Marino.

A Roma il M5S è arretrato (in termini assoluti) più che altrove, passando da 370.328 (politiche 2013) a 130.635 voti, ovvero dal 25% al 12,82%.. I “grillini” hanno subito la penalizzazione maggiore dall’astensione perché hanno dimostrato di non voler governare il Paese. Dichiarare che il M5S rifiuta (e rifiuterà) ogni forma di alleanza con partiti “altri” significa nei fatti candidarsi ad una opposizione perenne. Non è di questo che ha bisogno la democrazia. Per non parlare poi del “gran rifiuto” ad accettare una forma di appoggio (anche esterno) quando ancora c’era la possibilità di un Governo di cambiamento. È una scelta legittima, ma porterà il movimento verso il ridimensionamento e, infine, la dissoluzione. Non basta raccogliere il dissenso se poi lo si vuole conservare sotto vuoto nel frigorifero per timore che vada a male.

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