Gli errori di Bersani

Pierluigi Bersani ha iniziato a riflettere sugli errori della campagna elettorale: “Il più grande è stato non rompere con Monti quando si è sfilato Berlusconi. Dovevamo dire: si è sciolto un patto, liberi tutti. Eppoi, sì, non sono riuscito a fare di più sui costi della politica. Abbiamo perso 5 punti nelle ultime due settimane. Tre punti per il nostro sostegno a Monti, due perché gli elettori hanno pensato: andate a quel paese anche voi“.

La penso diversamente, ma prima di condividere il mio punto di vista voglio precisare che quest’uomo è riuscito a tenere insieme prima un partito inguaribilmente diviso, poi una coalizione non priva di contraddizioni. L’ha fatto con la dedizione del buon padre di famiglia. Il suo è stato l’ultimo tentativo della sinistra storica di conquistare il governo del Paese. Credo che da questo punto in poi le cose andranno molto diversamente, tuttavia va riconosciuto a Bersani di averci provato senza risparmiarsi, con il piglio e la caparbietà che lo hanno sempre contraddistinto.

Ma andiamo al punto!

L‘errore più grave – a mio avviso – è stato quello di aver contato su una rendita di posizione elettorale rivelatasi fragile, insomma di non aver capito per tempo che il ritorno in campo di Berlusconi e il forte coinvolgimento di Beppe Grillo avrebbero avuto effetti rilevanti. Quella del Pd è stata una campagna sbagliata perché costruita sulla certezza di avere un vantaggio incolmabile. Una campagna attendista. L’elettorato, anche quello di sinistra, è divenuto ormai fluido e gli spostamenti da una parte all’altra di quel che la politica offre sono rapidi continui e rilevanti. In questa situazione scegliere l’attendismo piuttosto che il movimento,  rinunciare alle tonalità decise e nette (che non vuol dire “radicali”) credendo di rassicurare, ha significato perdere pezzi importanti a “sinistra”.

Il secondo errore (strettamente connesso al primo) è stato la scarsa efficacia del messaggio politico. La forza del termine “cambiamento” non è stata declinata come sarebbe invece stato necessario. Forse è prevalsa la convinzione che esplicitare in cosa sarebbe consistito il cambiamento avrebbe spaventato l’elettorato moderato. Gli avversari hanno, invece, fatto esattamente il contrario: Berlusconi ha puntato su pochi punti, chiari e ben percepibili anche dal suo elettorato disilluso; Grillo ha declinato in tutti i modi possibili la diffusa avversione per la casta, per i privilegi, per la politica.

L’eccessiva attenzione verso un “centro”, ormai inconsistente sia nel progetto che nei numeri, ha pesato sul risultato elettorale, così come ha nuociuto la posizione tiepida del nei confronti del finanziamento pubblico ai partiti. Quando i buoi sono scappati dalla stalla per andare a pascolare “altrove” è inutile discettare sui costi di gestione della stalla, perché possedere una stalla vuota non serve a niente.

Poi c’è stato l’impazzimento post elettorale

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disegno di Fulvio Ichestre
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