Confronti

Nel mentre il Pd si spacca e si ricompone, ogni volta con un risultato peggiore, anche se l’imboscata dei 101 a Prodi resta un episodio insuperabile, qualcuno cerca di discutere. Pippo Civati commenta nel suo blog il documento presentato da Goffredo Bettini. Aspettando il “confronto” tra i due che ci sarà il 16 luglio alla Festa dell’Unità di Roma a San Paolo, ecco una prima sintesi.

Scrive Civati: Bettini attacca duramente, in tre passaggi che metto uno dietro l’altro:

La verità è che da anni il Pd si dibatte in un ginepraio di correnti, sottocorrenti, personalismi e cordate di potere. Nell’assoluta indifferenza di tutti e tacitando le poche voci di dissenso.

La spregiudicatezza è direttamente proporzionale alla mancanza di una vera rappresentanza. Le correnti attuali e i leader che le comandano non devono rendere conto a nessuno, perché non hanno alcuna radice sociale, ideale, programmatica. Non danno voce a pezzi della realtà italiana; sono superfetazioni che si autoalimentano in un gioco continuo di alleanze e conflitti ai più incomprensibili.

E la natura correntizia del Pd è in realtà la manifestazione virale della cultura egemone che una destra egoista e populista ha iniettato nel corpo di tutti di noi, per vent’anni: l’egoismo dei notabili e degli oligarchi è segno di una degenerazione e di una mutazione contro la quale bisogna assumere un antidoto pre-politico, l’unico che possa funzionare: l’amore verso il prossimo. Senza se e senza ma. Gratuito e totale. Non c’è altro.

Per superare questo stato di cose, Bettini riprende un tema che è molto caro anche a me, adottando la forte immagine dell’agorà, per ripensare i nostri circoli e ridare vitalità alla loro vita democratica:

La sfida è dotare il Paese di migliaia di “agorà” abitate da una nuova passione politica. Queste “agorà” dovrebbero essere i nostri circoli, profondamente cambiati. Liberati dal ruolo mortificante di strutture per la semplice propaganda, per la ricerca di consensi personali e di preferenze, per l’incubazione di carriere più o meno brillanti delle giovani leve, per un impegno utile ma limitato, se esclusivo, alle questioni locali.

Ed ecco che le primarie diventano doparie, come vuole da tempo, fin dal Congresso precedente, quello del 2009, Raffaele Calabretta:

Servono primarie sui grandi temi, attorno ai quali c’è un dibattito, un confronto, un conflitto non risolto. L’intelligenza diffusa e collettiva del campo contribuisce, deliberando, a conoscere e decidere nel modo più adeguato. Si può osservare che tali procedure non sono consone alla rapidità della politica odierna. Non è vero. La democrazia non è mai una perdita di tempo: se le procedure sono chiare, agili, certe, fondate su istruttorie di merito che aiutano a compiere le scelte.

Si tratta di una forma partito fondata su consultazioni deliberanti alle quali sottoporre, con regole e procedure permanenti da stabilire, i temi controversi o le questioni più rilevanti; istruiti attraverso documentazioni e tesi differenti.

Soltanto con la partecipazione e la deliberazione come fatto collettivo e organizzato, si potrà superare l’attuale correntismo. Che irrigidisce il dibattito fino a bloccare il partito, che interrompe il flusso politico tra gruppo dirigente ed elettori, rendendo il Pd poco ospitale e, in alcuni casi, letteralmente inospitale per gli stessi suoi elettori.

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