LA TEORIA DELLA PRESUNTA OBSOLESCENZA DELLA DISTINZIONE DESTRA-SINISTRA.

In autunno,  forse, si svolgerà il Congresso del Partito Democratico. A me, fondatore e militante del PD, in questa fase non interessano molto i nomi e le epopee che si scrivono su quelli che ad oggi sono in campo (anche se ho le mie preferenze e ad esempio non vedrei bene un Renzi come segretario del mio Partito). Vorrei discutere di idee e di visioni. E vorrei sapere innanzitutto qual’è l’opinione dei candidati su cio’ che è accaduto in Italia e nel Mondo negli ultimi 30 anni. 

E vorrei sapere soprattutto la loro opinione su quella che è stata la quarta rivoluzione del 900, come la classifica Carlo Galli in un suo bellissimo libro (quarta dopo quella comunista, quella nazifascista, quella keynesiana-socialdemocratica) e cioè la rivoluzione neoliberista.

La mia è una domanda dirimente.

Dalla risposta alla quale poi discendono idee, programmi, visioni, stili di comunicazione, scelte concrete.

In attesa di queste risposte pubblico alcuni brani del succitato libro di Carlo Galli intitolato “Sinistra”, brani che ho estrapolato apportando alcune piccole modifiche per renderle piu’ fluide. I titoletti sono miei.

In questi brani si affronta con estrema chiarezza cosa è stato il neoliberismo, quali le sue contraddizioni, quali i suoi errori.

LA TEORIA DELLA PRESUNTA OBSOLESCENZE DELLA DISTINZIONE DESTRA-SINISTRA.

ALLA SINISTRA VIENE TOLTO IL TERRENO SOTTO I PIEDI,  SI RITROVA NEL CAMPO DEL VECCHIO E PER USCIRNE DIVENTA SUBALTERNA E SPOSA LE  LOGICHE MERCATISTE.

Al tempo stesso le consolidate linee di frattura ideologica (liberalismo vs socialismo) perdono di significato; avanzano negli anni Ottanta e Novanta, le elaborazione sulla presunta obsolescenza delle categorie di destra e sinistra.

Di vera obsolescenza si deve parlare invece riguardo la capacità di elaborazione politica dei partiti di massa, che dismettono il ruolo di mediatori tra il sistema politico (lo Stato) e la società e che devono adattarsi a trovare vitalità occasionale non in un ideologia nè in un organizzazione, ma, eventualmente, intorno a leader piu’ o meno carismatici.

In particolare le forze di sinistra (democratica e marxista) si vedono togliere il terreno sotto i piedi e si ritrovano nel campo del Vecchio, della Conservazione, credono ancora nel potere dello Stato, indirizzato a fini sociali o perfino di classe, e non capiscono le logiche sistemiche della governance.

E, per frettolosa reazione, quasi tutte con zelo di neofiti diventano mercatiste o almeno aprono al mercato – con la teoria e la pratica della terza via (nè conservatrice nè socialdemocratica) di Antony Giddens, che permea di sè per esempio il documento Blair-Schroeder del 1999.

A cio’ si aggiunge che sisfalda il loro blocco sociale: solo una parte degli operai fu protagonista, attraverso i sindacati, di lotte di resistenza che parzialmente allentarono le dinamiche del neoliberismo, mentre il ceto medio impiegatizio, soprattutto del settore privato, accolse con favore la rivoluzione.

IL PARADOSSO DI UNA RIVOLUZIONE INDIVIDUALISTICA CHE ALLA FINE RISTRUTTURA E DECOSTRUISCE IL SOGGETTO.

Con la rivoluzione neo liberista insieme all’indebolimento dell’universale (del pubblico e dello Stato) è uscito decostruito anche il particolare, il singolo, sottoposto ad una privatizzazione radicale, ad una regressione nell’immediatezza.

L’uomo ad una dimensione – la dimensione del profitto – conosce insomma assai presto una contraddizione clamorosa interna alla rivoluzione neoliberista: si rende conto che questa, nata in nome dell’individuo, è in realtà il piu’ potente veicolo di decostruzione delle piu’ solide categorie della modernità, degli architravi concettuali della politica moderna fra cui anche il soggetto che, proprio nella rivoluzione neoliberista, fa esperienza della propria contingenza.

E’ così che il liberalismo individualistico è riuscito nel risultato di rovesciarsi in pensiero negativo: pensiero della Potenza delle parti, del loro esprimersi, della loro volontà di profitto ma anche del loro svanire nella irrilevanza.

E’ DIFFICILE INFATTI NON VEDERE NELLA DECOSTRUZIONE DEL SOGGETTO, NELL’IRRUZIONE DEL SIMBOLICO E DELL’ISTINTUALE, NELL’EMERGERE DEI BISOGNI, DEGLI IMPULSI, DELLA MATERIALITA’, DEL CORPO ED ANCHE DELLA SESSUALITA’, DELL’IMMAGINARIO, DEL DESIDERIO, LA POTENZA DELLA CONTINGENZE E DELL’IMMEDIATEZZA.

Il tasso di contingenza è aumentato in modo intollerabile, con la rivoluzione permanente del neoliberismo, che disegna uno scenario sociale di fatto nichilista; e certamente lontano sia dalla normatività liberale-razionale sia dalle logiche della dialettica.

Naturalmente la rivoluzione neoliberista non è fascista perchè non si affida alla disuguaglianza come statica gerarchia naturale, come fonte del dovere dell’ubbidienza politicamente sancito, ma come processo; non è centrata principalmente (tranne che nelle fasi di crisi acuta) sulla repressione ma sull’espressione; non sul divieto ma sul desiderio; non sulla disciplina ma sulla destrutturazione del soggetto, sulla sua perdita di autonomia: al soggetto resta infatti soltanto l’alternativa di aderire con entusiasmo alla Vita, cioè alla totalità del processo economico o di venirne travolto.

IL TEMPO EUFORICO DELL’ECCESSO. VITA TRASFORMATA IN COMUNICAZIONE E CONNETTIVITA’.

LA POLITICA SI FA SPETTACOLO. “LA FINE DELLA STORIA” E “THERE IS NOT ALTERNATIVE”

Il neoliberismo non produce ordine politico in senso proprio perchè governa gli esseri umani attraverso flussi di potere contingenti, gestiti di volta in volta da decisioni puntuali, da spot, da immagini (che quando ne hanno la forza diventano miti); flussi di potere mediatico che fanno leva immediatamente sul desiderio, sull’erotizzazione del mondo, sulla sentimentalizzazione della vita, sull’invidia sociale, sullo stimolo acquisitivo, sulla disibinizzazione delle passioni.

Il soggetto individuale non piu’ subordinato a quello collettivo – alla legge morale e politica, allo Stato, al Partito – e neppure salvaguardato grazie alle istituzioni, nella sua identità, è sciolto nel mare del Potere, un mare in cui potere e soggetto coincidono o almeno non si contrappongono e parlano la stessa lingua: la lingua del desiderio e la lingua del marketing.

Questa fuoriuscita dal modello classico obbedienza/disobbedienza, Parte/Tutto, questo immenso dispositivo di controllo e di feedback, è appunto la governamentalità, ovvero la condizione della governance della vita quotidiana dei singoli nell’età del neoliberismo, dell’assunzione della vita degli individui nel flusso del potere (il bio potere).

In questo ambito, dominato dal desiderio, le modeste virtu’ del ceto medio dell’era socialdemocratica – consumatore sì, certamente, ma prima ancora produttore ed anche risparmiatore e comunque sia ancora in grado di attenersi a qualche nesso razionale di condotta – ora non ci sono piu’.

Questo è il tempo euforico dell’eccesso in un mondo in cui tutto sembra possibile.

Il mondo della new economy è il mondo della narrazione, di una comunicazione il cui contenuto è appunto che tutto è possibile. E quindi l’immediatezza è uno dei modi con cui funziona la mediazione, è uno dei racconti della grande narrazione del potere, la materialità e la corporeità sono si portate in primo piano ma altempo stesso sono interamente immerse nella rappresentazione; il concreto è in realtà astratto, narrato e raprpesentato.

E’ questo l’istinto come si presenta nell’era dell’elettronica, è la vita trasformata in comunicazione ed in connettività, in immediatezza orizzontale, in spazio infinito perchè virtuale.

E la politica si fa spettacolo o egemonia carismatica dell’uno o dell’altro narratore; i partiti, in questo contesto, diventano sempre piu’ personali, costruiti intorno ad un leader e la democrazia si trasforma,secondo la definizione di Bernard Manin, nella democrazia del pubblico, cioè nel rapporto immediato con i cittadini divenuti “gente, “utenti” “spettatori”.

Oltre il nazionalismo e doltre la dialettica, quindi, nel regno della narraizone virtuale, nel mondo desostanzializzato della mobilitazione globale, piu’ potente anche di quella mobilitazione totale psico.tecno-meccanica a cui siaffidava il titalitarismo fascista.

Una sorta di populismo dall’alto che sfrutta il disorientamento del ceto medio ed i suoi voti in libera uscita, che non perde tempo ad inveire contro la democrazia ma chiama democrazia lo spot, l’immagine, il simbolo sotto il quale raccogliere una rappresentazione sostanzialmente insensata, nella quale non resta piu’ nulla della centralità dell’individuo.

Vettore di questa trasformazione astratta e virtuale della politica e dell’economia è, insieme alla rappresentazione elettronica, la velocità dei processi (gli spostamenti di capitali sono istantanei, grazie alweb, come delresto lo sono le mobilitazioni rivoluzionarie sutwiter); il che comporta la perdita di rilevanza sia del tempo sia dello spazio sia della profondità storia sia dei confini; ma così oltre che il passato è annullato anche il futuro, il progetto.

Il mondo neoliberista si vuole nell’eterno presente; e non a caso è stato salutato da Francis Fukuyama, in un saggio famoso, come “La fine della storia” .

Siamo al dispiegarsi univoco e incontrastato del presente come mondo unico e come pensiero unico: un mondo che si colloca oltre i processi di trasformazione, nella post storia, in cui il Negativo è scomparso come forza critica e trionfa la positività: cioè una razionalità senza alternative reali, senza dialettica, autocertificata ed elevata a feticcio di se stessa; una razionalità irrazionale, incapace di critica ed autocritica.

Una narrazione di sè a se stessa.

There is no Alternative ero lo slogan della signora Thatcher, con ogni probabilità ci credeva davvero.

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