Tira una brutta aria

 

disegno di Copi
disegno di Copi

Ha scritto Ilvo Diamanti su la Repubblica:

“Così, poco a poco, ci si assuefà. A una democrazia-per-così-dire. Non si tratta neppure più della post-democrazia, ridotta al rito elettorale, cui fa riferimento Colin Crouch. Perché, nella post-Italia, descritta da Berselli giusto 10 anni fa, anche il rito elettorale è divenuto indifferente e irrilevante. La polemica politica e fra politici esiste solo nei talk televisivi. La partecipazione dei cittadini diventa poco influente e rilevante. Emerge ed è visibile solo attraverso alcune esplosioni di protesta “localizzate”, su problemi territorialmente definiti (come quella dei No Tav, in Val di Susa). È una democrazia “eccezionale”, dove l’eccezione è la regola. Dove, per l’Opinione Pubblica, l’anormalità diventa normale. Dove i casi di questi giorni, di queste settimane, di questi anni non suscitano scandalo e tanto meno indignazione. Abbassano appena gli indici del consenso al governo e al premier. Senza comprometterli. Si traducono, al massimo, in un’onda anomala del voto o del “non voto”. Mentre gli “anticorpi della democrazia”, come li ha definiti Giovanni Sartori, finiscono liquefatti nel “senso comune”. Assai più diffuso e influente, in Italia, del “senso civico”. Per questo conviene preoccuparsi. Io, almeno, mi preoccupo. Sulla nostra democrazia rappresentativa: tira una brutta aria”.

I sintomi della frantumazione della società civile italiana erano ben presenti da tempo: la rapida evaporazione e l’anestetizzazione delle emozioni,, l’indifferenza verso il bene comune, l’ansia di praticare scorciatoie a scapito di percorsi condivisi e legali, l’incapacità di progettare il futuro, addirittura di sognarlo.

Le cause sono molteplici. La più importante sta nella mancata capacità collettiva di elaborare accadimenti cruciali.

Non è stato elaborato il ventennio fascista, rinunciando così a comprendere quali paure serpeggiassero nei sonni agitati della borghesia italiana. Non sono state elaborate le ragioni della partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale, lasciando l’impressione di una farsa piuttosto che di una tragedia. Non è stata elaborata la “sconfitta” e la guerra civile, lasciando l’illusione che i “vinti” fossero una minoranza e che il Paese si fosse liberato con un’amnistia degli odi, dei rancori e delle divisioni. Non è stata elaborata l’età dell’oro, il boom economico, che ha devastato le radici culturali di un paese ancora giovane e incerto, offrendo in cambio un benessere effimero. Non è stata elaborata l’epoca delle stragi e gli anni di piombo, la fine della guerra fredda e il crollo del muro, la disintegrazione dei partiti storici e la nascita di nuovi soggetti politici. Non è stata elaborata la devastazione etica del ventennio berlusconiano (per altro ancora in corso).

L’impressione è quella di trovarci perennemente nel mezzo di un guado, senza avere una chiara percezione dei territori attraversati e senza nessuna consapevolezza delle terre oltre l’orizzonte.

Senza passato e senza futuro. Solo con qualche illusione trovata lungo il cammino.

La mancanza di consapevolezza, la rinuncia a comprendere hanno fatto sì che, anche nei momenti di grande ed intensa partecipazione collettiva agli eventi, la “barbarie” ha prevalso sul confronto e la sopraffazione dell’avversario ha rappresentato l’unico fine della politica.

Abbiamo attraversato il confine del millennio smemorati e con la coscienza svuotata, sospinti dall’insana ansia di raccogliere gli attimi senza assaporarli, rinunciando a percepire la voce degli altri. Ogni volta che gli slanci ideali sono venuti meno, ogni volta che l’attrazione esercitata da qualche progetto aggregante si è esaurita, la tensione verso il particolare ha prevalso sul bene comune.

 

Annunci