A che serve un Partito.

A me piacerebbe sapere dal PD e da tutti quelli che stanno animosamente parlando solo di regole e di potere come pensano di affrontare i temi sociali che, da una visuale particolare, anche in questo scritto il sociologo Aldo Bonomi mette in evidenza.

UN PARTITO A ME SERVE. MA NON SERVE PER FARE CARRIERA.
UN PARTITO A ME SERVE PER AFFRONTARE QUESTE QUESTIONI.
ED A QUESTO, SENZA SETTARISMI, IDENTITARISMI ED ESTREMISMI SERVE LA SINISTRA ED IL SUO RIFORMISMO.
SE NON E’ QUESTO E’ MEGLIO FARNE A MENO.

Tratto dal pamphlet “elogio della depressione” scritto da Aldo Bonomi e Eugenio Borgna. Il brano che segue è del sociologo Aldo Bonomi.

LA VITA MESSA AL LAVORO

Al centro del cambio di paradigma nella condizione del lavoro si colloca il processo della messa al lavoro di cio’ che definisco come la nuda vita del soggetto, fatta delle facoltà cognitive, delle funzioni psichiatriche e del corpo vivente, delle forme di vita relazionale che l’individuo accumula nel proprio percorso biografico.

E’ soprattutto la condizione di cognitari, presi in mezzo tra il mito dell’autoimprenditoria creativa e, spesso, la realtà della dipendenza dentro le reti della subfornitura cognitiva.

Soggetti in cui l’alienazione non scaturisce piu‘ come nel vecchio lavoro operaio dalla separazione rispetto all’oggetto esterno da sè ma scaturisce dalla sfera della coscienza individuale, dalla condizione di messa al lavoro dellla mente e dell’anima, dell’affettività in un intreccio di corpo e macchina in cui gli schermi dei computer divengono spesso l’unico “frame” di relazione con il mondo e gli altri.

E’ una fragilità che nasce dall’emergere di un modello produttivo in cui non solo è la soggettività la vera macchina produttiva, ma spesso è l’uomo stesso, le sue facoltà cognitive ed emozionali a essere la merce generata dal processo produttivo.

Mutando il rapporto tra lavoro e soggetto, anche la vecchia alienazione operaia si trasforma in frustrazione soggettiva.

Un modello in cui le reti affettive, l’empatia verso l’altro rimangono ed anzi diventano sempre piu’ centrali ma solo come simulacro di se stese, qualità devitalizzate e alienate di una umanità desocializzata.

Le tracce dell’affettività riemergono sottoforma di capitale sociale, la categoria con cui il sapere dei sociologi, sempre eccessivamente prudente, ha ribattezzato la sussunzione del personale nell’economico traducendo legami sociali di natura simbolico-affettiva in pacchetti di contatti “utili” alla messa al lavoro.

E’ in questo processo di traduzione del personale in economico una delle radici della moderna alienazione soprattutto di chi lavora comunicando.

E’ il rapporto relazionale e sociale con l’altro che, mutata la sua natura da legame affettivo in legame utile, si erge difronte alla coscienza del lavoratore cognitivo come merce astratta e soprattutto come forma di competitività che rende precaria e rischia in ogni momento di rompere la rete di socialità personale.

Quando questo delicato equilibrio si lacera emerge la sofferenza.

Il piu’ noto e studiato è il fenomeno del burn-out, sindrome triste degli operatori diquella comunità di cura dei professionisti del welfare che nasce dalla contraddizione tra propensione alla relazione e difficoltà della cura.

Ma è tutto il lavoro della conoscenza in cui a essere messa al lavoro è la nuda vita (complesso di psiche e ralzioni) dell’individuo che soffre la fatica della relazione come nuova modalità dominante del produrre.

E’ soprattutto la sfera degli affetti a venire meno e nella forma che gli psicologi hanno visto crescere in quella sorta di Mecca mondiale del lavoro cognitivo-creativo che è la Silycin Valley, l’inaridirsi di quella dimensione affettiva connaturata all’uomo come essere sociale che è il contatto fisico.

Tra i net-slave della economia ipermoderna del web, sovrastimolati dai flussi informativi, la macchina computer è divenuta il vero filtro attraverso cui relazionarsi con il mondo, rendendoli incapaci di affettività e contatto , monadi senza finestra.

Il lavoro cognitivo è dunque una scheggia di composizione sociale che pone al massimo grado un problema fondamentale di ricostruzione di una comunità di destino del lavoro nei tempi della disgregazione del legame sociale di classe.

Perchè è il segmento che in maggior misur sperimenta in primo luogo a livello soggettivo la lacerante contraddizone tra una debolezza di rappresentazione in quanto soggetto sociale e la centralità oggettiva del suo ruolo nei processi produttivi e riproduttivi.

Lo si vede soprattutto nelle pieghe della metropoli, l’habitat naturale della specie lavorativa della conoscenza.

Milano ne è la capitale, il luogo dove questi processi di trasformazione appaiono piu’ nitidi e precoci.

Oggi a Milano i creativi sono piu’ degli operai: nel 2008, alla vigilia della grande crisi, gli addetti alla ricerca informatica, servizi alle imprese, fire economy (finanza e real estate) erano ormai il 29,4%, senz’altro il gruppo professionale piu’ numeroso.

Qui, in una ricerca che ho realizzato a fine 2010, appariva in tutta la sua nettezza la crisi di senso (oltre che di reddito) di questo segmento di nuova composizione sociale.

Intervistando professionisti con ordine, avvocati, architetti, commercilaisti e professionisti terziari senza corporazione giuridica, ne è uscito un ritratto che, al di là delle distinzioni tradizionali, li accumunava in una condizione sospesa tra la coperta di Linus della voglia di corporazione e il correre nella competizione del mercato armati del proprio individualismo.

In tema di rappresentanza mentre il 24,8% riteneva di potersi autoregolare “risolvendo da soli i propri problemi”, il 48,5% dei professionisti senza ordine si faceva tentare dalla richiesta di unordine o un albo e poco piu’ del 20,9% sosteneva la necessità dicreare un sindacato del lavoro professionale.

Con una faglia profonda e trasversale alle singole professioni tra l’elite degli affermati e la massa degli emergenti o dei precari: i primi arichiedere piu’ mercato e competizione, i secondi a chiedere protezione rispetto ai flutti delmercato.

Una composizione sociale passata, per molti versi, dall’euforia degli anni 80 e 90 in cu ci si sentiva forza sociale in crescita, al nostro decennio in cui un terzo dei professionisti milamesi si identifica con l’identità del precario con punte del 60% tra i piu’ giovani e del 70% tra i giovani avvocati ed architetti oggi persino piu’ fragili e precari dei giovani designer o periti indistriali.

Un mondo per il quale la narrazione tutta spostata sulla polarità dell’individualismo competitivo inizia ad essere una camicia un po stretta. Ma la cui trasformazione in comunità operosa e in comunità di cura rispetto alla città passa obbligatoriamente per la costruzione di reti che vadano oltre la dimensione del mercato.

La via possibile è forse quella di fondare sulla oggettiva propensione alla relazione con l’altro (fuori dalle secche della pura dimensione di mercato) una idea di comunità del lavoro che tuttavia diversamente da quella di classe, non fondi la capacità di sentire il destino (e la sofferenza) dell’altro come la propria sull’utopia del Sol dell’avvenire. Quanto forse piu’ modestamente si basi sull’impegno a declinare la comunità ed il destino nello spazio di relazione reale, qui ed ora.

Cio’ che mi pare venire avanti è una propensione di lavoratori della conoscenza e professionisti metropolitani verso la sfera pubblica. A Milano oltre il 60% dei professionisti partecipa alle comunità informali e provvisorie del web, dalle vetrine virtuali ai social network, il 44% ad associazioni culturali, il 37% si fa comunità di cura partecipando alle reti del volontariato sociale, mentre il 18% partecipa a movimenti civici di quartiere.

Sono certo segnali deboli, sussurri, ma che portano inse tracce di una società operosa fatta di figure produttive e professionali che genera tracce di comunità di cura civica.

Puo’ sembrare forse poco rispetto al calore delle passioni novecentesche, eppure ritengo che possa costituire la base di partenza per evitare che l’egemonia dell’individualismo proprietario nel lavoro impedisca la costruzioni di reti sociali, di community e saperi critici, di nuova rappresentanza e di percepirsi sì monadi ma in grado di aprire la finestra verso l’altro.

VULNERABILI E SGOMENTI

Oltre che fare i conti con le schegge del diamante del lavoro che si conficcano nella mente, con la dissolvenza del super io della coscienza di classe, nella società del massimo di innovazione spopolano le passioni tristi della vita nuda. Il senso perenne di deprivazione nella terra dell’opulenza che prende i tanti che inciampano nella defatigante corsa che caratterizza la moltitudine.

E cioè quando si rovescia la comunità di destino nel suo opposto facendoti sentire esposto al destino di una società competitiva in cui, per esssere dentro, ti tocca correre dalla culla alla tomba, e invece tocca ai piu’ il destino dell’essere fuori.

In quell’embleamtico girone infernale sancito dalla differenza di reddito e status dei padroni dei flussi che guadagnano mille e piu’ di mille volte di quelli che stanno in basso : dati di realtà che fanno urlare a Marco Revelli quel “Poveri noi” che è il titolo di un suo pamphlet tutto da leggere sul riapparire dei poveri, dei miserabili.

Condizione umana fragile e quindi esposta ai venti del destino, cui nel 900 si è cercato di porre rimedio con lo stato sociale.

Oggi siamo invece di fronte ad una concezione della fragilità come luogo spettrale del riapparire della miseria ottocentesca “altro da noi”.

Riappaiono i miserabili, le anime morte della vita nuda.

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