“Chi ha sbagliato più forte” secondo Marco Damilano

damiDa qualche settimana è in libreria Chi ha sbagliato più forte, di Marco Damilano, giornalista de l’Espresso, noto anche per essere ospite fisso di Gazebo, il programma di Diego Bianchi.

Il libro attraversa i venti anni di storia italiana caratterizzati dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi e dal sogno interrotto dell’Ulivo, tentando di cogliere le ragioni della tragedia consumata il 19 aprile 2013, giorno in cui 101 (in verità erano di più) parlamentari del Partito democratico, con voto segreto, eliminarono Romano Prodi dalla corsa per la presidenza della Repubblica, spalancando le porte alle larghe intese.

Per chi è a caccia di nomi (a chi non piacerebbe sapere chi si nasconde dietro i 101?) consiglio di leggere con attenzione il capitolo “Il giorno degli sciacalli”. Damilano non offre certezze, ma un percorso a “gironi”, in ciascuno dei quali colloca un po’ di parlamentari. Nessuno di loro ha mai “confessato”, ma l’autore ne ricorda le dichiarazioni, le esternazioni, addirittura i sussurri, colti prima e dopo il voto del 19 aprile

Marco Damilano dichiara con grande onestà intellettuale che la sua non è un’analisi storica, costruita sulla critica di documenti e testimonianze, ma una rilettura di appunti soggettivi presi su quaderni di fogli a quadretti, bagnati di pioggia o ingialliti dal sole, appunti raccolti in posizioni di fortuna, in tribune stampa, in piedi di corsa durante una manifestazione o seduto per terra sotto un palco.

In realtà Chi ha sbagliato più forte non è nemmeno una inchiesta giornalistica supportata da elementi oggettivi, ma un diario dove le impressioni personali e quelle “annusate” in giro si congiungono a tratteggiare gli ultimi venti anni. Un ricco compendio di ipotesi, di intenzioni vere e presunte, di frasi pronunciate o attribuite, di trappole vere o ipotetiche. Nel tratteggio degli scenari politici che si susseguono a ritmo incalzante il pensiero dei protagonisti si riduce spesso a macchietta e nella semplificazione delle ricostruzioni qualsiasi ragionamento, anche solo lontanamente “politico”, scompare, lasciando il posto a rese dei conti, a complotti, a vendette.

La sinistra italiana ha fallito il suo appuntamento con la Storia e tra le macerie del fallimento hanno prosperato uomini (e donne) senza alcuna qualità. Il tramonto del sogno dell’Ulivo ha lasciato milioni di italiani nella rassegnazione, provocando l’abbandono dell’impegno civile e l’evaporazione della passione. La politica, ridotta a mero intrattenimento televisivo ha trasformato il confronto in spettacolo. Tuttavia mi rifiuto di accettare l’idea che la vicenda dell’Ulivo possa interpretarsi unicamente sulla base degli odi personali tra Massimo D’Alema, Romano Prodi e Walter Veltroni. Mi rifiuto di credere che la storia recente del nostro Paese sia in realtà solo un caotico susseguirsi di agguati motivati da rancori, duelli e ambizioni personali.

Nonostante la passione narrativa e lo stile acuto, nonostante la ricchezza di informazioni raccolte, l’impostazione di Chi ha sbagliato più forte assomiglia troppo a quel giornalismo costruito sui retroscena, più presunti che certi, e poco o nulla sulla scena, giornalismo che ha fatto la fortuna, almeno come autore, di Bruno Vespa. Alla fine del libro, dopo aver dato voce alle disincantate “ragioni” di una fonte anonima (potrebbe essere uno dei 101, ma anche no), Damilano conclude con la solita lista di buone intenzioni, lasciando però al lettore l’impressione che i fallimenti della sinistra siano da attribuirsi alle scelte dissennate di tre o quattro burattinai tutti presi dai loro personali calcoli. Emerge troppo quel format narrativo, tanto caro al populismo italico, dove la politica altro non sarebbe che il regno della “casta”. I sogni, le intuizioni, le idee e i progetti restano troppo sullo sfondo! Così come rimangono in penombra gli errori di valutazione, le scelte sbagliate, i fraintendimenti e le incomprensioni politiche.

Insomma manca la “critica”. Manca quello strumento di analisi che avrebbe permesso di capire perché una intera generazione di dirigenti e leader non ha saputo interpretare e governare i profondi cambiamenti che hanno attraversato la società civile italiana.

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