Quei “Giorni Bugiardi”

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Giorni Bugiardi, di Stefano Di Traglia e Chiara Geloni è una dettagliata ricostruzione degli ultimi mesi della segreteria di Pierluigi Bersani. Una ricostruzione “di parte”, ispirata dallo stesso ex segretario, ma densa di pathos a cominciare dal sottotitolo: “Primarie, elezioni, Quirinale. Così poteva cambiare l’Italia”.

Tutto inizia con la decisione di Bersani di accettare la sfida di Matteo Renzi e con il terribile pronostico di Massimo D’Alema, pronunciato durante un incontro informale, poco prima della direzione dell’8 giugno 2012: “Arriverai terzo”.

Come’è noto quelle primarie furono vinte dall’ex segretario. Andò meno bene, però, il risultato delle elezioni politiche.

Giorni Bugiardi diventa interessante dal capitolo La notte del Capranica. In quei giorni di aprile Bersani ha ancora in tasca l’incarico di valutare la possibilità di portare in Parlamento un governo capace di ottenere la fiducia. L’ha tirata per le lunghe, giusto per arrivare all’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Sembra convinto che Beppe Grillo possa cambiare idea e che “il gioco sarebbe ripartito da dove si era fermato”. Perché in politica:

Se uno ti ha già detto di no, può anche cambiare idea e dirti di sì, ma vorrà aver salva la faccia. E tu devi fare in modo che la possa salvare (…). Avevo sempre detto che non sarei stato un impedimento. Un nome che avrei fatto io come segretario del Pd (…). Una personalità che rappresentasse un fatto nuovo, uno come Fabrizio Barca.

Ma prima c’è da risolvere il problema della successione a Giorgio Napolitano. Il nome di Franco Marini appare per la prima volta come candidato al Quirinale in un tweet di Giuliano Ferrara – raccontano i due autori – verso le quattro del pomeriggio del 17 aprile.

Due giorni prima, il 15 aprile, il Presidente aveva inviato una lettera, cinque fogli dattiloscritti, “ai leader dei tre partiti che sostenevano il governo Monti (…). A Bersani, più confidenzialmente, il Presidente aveva inviato anche altre missive (…)”. In tutte il messaggio è inequivocabile, e anche molto convincente. Le pressioni (per una riconferma n.d.a.) finalmente cessano, sia in casa Pd sia nel Pdl.

Nei fatti la candidatura di Franco Marini viene azzoppata la sera del 17 aprile.

I renziani non si atterranno alle decisioni prese a maggioranza, e durante la prima votazione faranno convergere la maggior parte dei loro voti su Sergio Chiamparino, che riceverà 41 preferenze.

In verità non solo i renziani. E così la candidatura di Marini da “difficile” diventa “improbabile”. Quindi decade.

Nel pomeriggio del 18 aprile Bersani  pensa ad una via d’uscita. Confida:

E io faccio le primarie. Apriamo il seggio e li facciamo votare…

La mattina del giorno dopo:

I funzionari del  gruppo si aggirano agitati nei saloni del Capranica: sono stati informalmente avvisati che sarà necessario istituire un seggio elettorale, come quello che viene insediato quando si elegge il capogruppo o il direttivo. La procedura è del tutto inedita, non si sa come andranno predisposte le schede. Se con nomi prestampati, e quanti, o senza. Bersani, nella saletta riservata, dà disposizioni ai pochi dirigenti presenti. “Una riga e basta. Una riga su cui scrivere il nome”.

Nel pomeriggio del 18 era venuta fuori la candidatura di Romano Prodi. Come? Il segretario del Pd se ne attribuisce la responsabilità, ma di più non dice. Eppure si tratta un “cambio” radicale di strategia politica. Si passa dalla scelta concordata all’esatto contrario. B. mai e poi mai avrebbe potuto accettare l’idea di votare il suo avversario di sempre come nuovo inquilino del Colle. Bersani deve aver pensato che quel nome, così “identitario”, avrebbe potuto ricreare armonia nella “ditta”, o almeno impedire che le contraddizioni venissero allo scoperto, come era accaduto con Marini.

Sappiamo che Romano Prodi aveva chiesto al segretario del Pd un “preventivo” pronunciamento dei grandi elettori tramite voto segreto. Sappiamo, perché così ci raccontano Stefano Di Traglia e Chiara Geloni, che il segretario del Pd aveva in animo la stessa cosa. Ma sappiamo anche come è andata a finire.

A quel punto avrebbero segato pure Papa Francesco

Ma è una frase pronunciata col senno del poi, perché la mattina del 19 aprile Bersani ha deciso che, dopo l’ovazione sul nome di Prodi, le primarie interne non erano più necessarie. Eppure, a più d’uno, il metodo standing ovation aveva lasciato l’amaro in bocca. Secondo gli autori di Giorni Bugiardi:

Da fuori, anche lo stesso D’Alema premeva per una “votazione libera”, testimonia Bersani, che rivela di avergli risposto: “Votazione libera certo, ma io dico per chi voto”. Si dice, ma non è Bersani a riferircelo, che D’Alema fosse convinto di vincerle, quelle strane primarie, e che avesse accettato volentieri l’idea della conta.

Stefano Di Traglia e Chiara Geloni rievocano poi l’incontro, avvenuto prima del voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, tra Matteo Renzi e Massimo D’Alema. Ma tutto resta, nel libro, nebuloso. Indefinito e indefinibile.

Nessuno nel Pd ha 101 parlamentari che rispondono ai suoi ordini. Anzi, Bersani è convinto che 101 sia una cifra approssimativa per difetto, perché “da qualche parte un po’ di voti sparsi su Prodi sono arrivati” e quindi quelli del Pd che mancano all’appello sono di più. Gruppi diversi, anche animati da diverse motivazioni e spinti da diversi passaparola, hanno determinato il risultato finale. Non è detto però che la regia non fosse unica o, per meglio dire, unitaria.

I due autori lasciano emergere il sospetto che il “vecchio” e il “nuovo” abbiano trovato un punto d’incontro quando si è aperta la possibilità di affossare la linea del segretario, pur partendo da posizioni e ragioni diverse.

In questo senso Giorni Bugiardi ben rappresenta il punto di vista di chi ha prima perso, pur senza perderle, le elezioni politiche, e poi è stato travolto dalle tensioni latenti nel Pd. Un libro da leggere, con cautela.

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