“Più uguali, più ricchi”, la ricetta di Yoram Gutgeld

Più uguali, più ricchi 001Più uguali, più ricchi, di Yoram Gutgeld (Rizzoli), non è un libro di economia e nemmeno un saggio visionario sullo stile di Jaques Attali. Il lavoro del filosofo e matematico nato a Tel Aviv, deputato del Pd e  consigliere di Matteo Renzi è piuttosto un invito a cambiare rapidamente prospettiva.

Una crescita sana e sostenibile che non contrae debiti eccessivi è una condizione fondamentale per lo sviluppo sociale e umano di qualunque società e di qualsiasi Stato. E i problemi sociali, politici ed economici dell’Italia origi­nano proprio nel fatto che da quarant’anni non riusciamo a crescere in modo sano e sostenibile.Concluso il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, nei vent’anni successivi, gli spensierati anni Settanta e soprat­tutto Ottanta, si è assistito a una crescita drogata da una gestione sconsiderata della spesa pubblica e a una conti­nua svalutazione della lira. Il nostro debito pubblico ha cominciato a correre, e se nel 1980 aveva un valore inferio­re al 60 per cento del Pil, nel 1993 era salito al 120 per cen­to. Col risultato che le duecento lire di cui avevo bisogno nel 1970 per ricevere in cambio un marco, nel 1993 erano diventate milleduecento.

Investimenti pubblici sbagliati: occore ripartire da zero.

Investiamo malissimo le risorse pubbliche. Come ab­biamo già visto, per anni abbiamo investito in termini relativi più della Germania, ottenendo poco sia in termi­ni di miglioramento della competitività del Paese sia sul piano della creazione diretta di posti di lavoro. Il motivo di questo bilancio davvero disastroso è triplice: si dà più importanza a chi realizza i profitti che non a chi utilizza i servizi, le dimensioni degli investimenti sono troppo grandi o troppo piccole e la realizzazione dei progetti è quasi sempre costosa e inefficiente.

Come è possibile cambiare modo di investire? Gutgeld propone un radicale cambio di atteggiamento da parte dello Stato: passare da gradi opere a opere utili; attuare una completa revisione dei processi decisionali sulle opere da realizzare coinvolgendo cittadini, gruppi di interesse e amministratori locali; combattere la lievitazione dei costi; ripensare l’allocazione dei fondi europei.

Il secondo passaggio Gutgeld lo sintetizza così: valorizzare il passato per finanziare il futuro

Un recente studio di Astrid avanza l’ipotesi secondo la quale un processo di valorizzazione attiva del patrimo­nio pubblico (mobiliare e immobiliare) potrebbe dare un contribuito nel prossimo quinquennio pari all’incirca a un punto di Pil all’anno (…). Lo stesso studio propone poi di utilizzare queste risorse non per intervenire sul debito pubblico(…), ma per so­stenere la crescita. È una proposta condivisibile (…) L’approfondita ricerca di Enrico Mo­retti, nel suo The new geography of jobs, sostiene la tesi che l’innovazione crea occupazione ben al di là del numero degli ingegneri che effettivamente impiega. (…) Secondo Moretti, per ogni posto di lavoro creato nei settori innovativi ve ne sono cin­que creati nei settori dei servizi, da avvocati, architetti e medici fino a infermieri, commessi nella distribuzione e camerieri. (…) Per stimolare l’innovazione servono investimenti in ri­cerca e sviluppo e, sempre di più, un tessuto di piccole start up incentivate a rischiare che facciano dell’innovazione la loro ragion d’essere. In Italia, invece, non solo si investe poco in ricerca e sviluppo, ma manca anche un’infrastrut­tura di servizi atta a finanziare e far crescere le start up, in particolare il cosiddetto venture capitai.

Ecco alcune proposte concrete: un piano di valorizzazione degli asset pubblici (aziende quotate e non quotate, patrimonio immobiliare non residenziale e residenziale), con l’obietti­vo di incassare 10-15 miliardi l’anno; stimoli all’innovazione defiscalizzando le spese in ricerca e incentivando le venture capital.

Il terzo passaggio è quello di trasformare la bellezza in ricchezza. Il riferimento è chiaramente al turismo.

Il turismo è un settore fondamentale per l’economia del Paese in quanto genera un fatturato complessivo di 130 miliardi (pari a circa il 9 per cento del nostro Pil) e occupa più di due milioni di persone, il che significa che un italia­no su dieci lavora in questo settore. L’industria del turismo è particolarmente importante non solo per le sue dimensioni, ma anche perché è un mer­cato in fortissima crescita a livello mondiale. (…) La World Tourism Organization prevede fino al 2020 un tasso di crescita reale medio del 4 %. Sono pochi i settori che possono contare su simili prospettive.

Secondo Yoram Gutgeld per candidare l’Italia a diventare polo magnetico di flussi di queste dimensioni occorre: aumentare la capacità di attrarre presenze inter­nazionali; una ricettività moderna e di altissima qualità; una combinazione di attrazioni che trascendano il patrimonio paesaggistico-artistico; infrastrutture tipo “parchi divertimenti (sul modello di Fort Lauderdale in Florida); adeguati collegamenti aerei e dell’ultimo miglio.

Ma tutto questo non sarà possibile se non si riuscirà a garantire credito alle imprese.

Nel nostro Paese vi sono più di cinquemila aziende con un fatturato superiore ai 50 milioni, oltre centomila con un fattura­to compreso tra i 2 e i 5 milioni e più di quattro milioni di micro imprese con un fatturato inferiore ai 2 milioni. Le piccole e medie imprese sono quindi la spina dorsale della nostra economia e pesano per il 71 per cento nella formazione del Pil, contro per esempio il 54 per cento del­la Germania. A partire dal 2011, però, le banche hanno impresso un deciso giro di vite nella concessione del credito alle picco­le e medie imprese, con un tasso di evasione delle richieste intorno al 48 per cento contro 1’82 per cento della Germa­nia. Crediti che peraltro costano alle nostre aziende oltre due punti percentuali più che in Germania.

La proposta di Yoram Gutgeld per risolvere il problema è semplice:

Un fondo pubblico che garantisca ol­tre 100 miliardi di credito alle piccole e medie imprese con l’obiettivo di allocare una quantità sufficiente di cre­dito, a costi competitivi con il resto dell’Europa, capace di alleviare in modo molto significativo il credit crunch. 

E le come saranno reperite le risorse per il fondo pubblico?

Utilizzando una parte delle risorse europee. Un genere di utilizzo consentito dai regolamenti, che prevedono la facoltà per gli Stati mem­bri di destinare parte delle risorse europee a strumenti di «ingegneria finanziaria» e di utilizzare queste somme per capitalizzare degli holding fund da utilizzare per varie finalità, tra cui la garanzia sul credito di Pmi. (…) Proponiamo di applicare al nostro Paese una prassi già testata con successo in ambito europeo. D’altro canto, quale progetto di sviluppo struttu­rale alternativo potrà avere un’urgenza e un impatto sulla crescita economica del Paese superiore alla riattivazione del circuito del credito per le Pmi? Il tema è particolar­mente urgente in quanto i fondi europei del piano 2007- ­2013 non sono stati ancora tutti assegnati e se non lo sa­ranno entro la fine del 2013, andranno perduti del tutto.

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