La Grande Bellezza: un Viaggio al termine della notte

Ma tu che lavoro fai?“, chiede Jep Gambardella (Toni Servillo) a una splendida Orietta (Isabella Ferrari), mentre il rumore dell’acqua della fontana dei Fiumi copre il silenzio tra le battute.
Io? Io sono ricca“, risponde lei
Bellissimo lavoro!“, commenta Jep

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I due salgono nella casa di lei e fanno l’amore.

Lo so che non sono molto brava“, sussurra Orietta, dopo.
Ma perché dici così?“, le chiede Jep. Poi un istante di silenzio. Quindi aggiunge:
È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili“.

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Secondo me è la più bella battuta del film La grande Bellezza, di Paolo Sorrentino.

Il personaggio di Jep è pungente e lacerante, giudica, ma soprattutto si giudica

Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che farci compagnia, prenderci un po’ in giro“, commenta, ad un certo punto, con la sigaretta tra le dita.

Il sorriso di Toni Servillo, mi ha ricordato quello di Marcello Mastroianni ne La dolce vita, anche se con una differenza sostanziale. Marcello respira ancora la doce aria della giovinezza, Jep continua a pensare all’odore delle “case dei vecchi”: “La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.”.

È un sorriso compiacente ma distaccato, come se, mentre i discorsi, i balli, i sorrisi, gli ammiccamenti lo sfiorassero senza penetrarlo, perché il silenzio tra le parole e i gesti è più assordante di tutto il resto, perché nel silenzio della notte vaga il vuoto dell’esistenza, e, nell’alba inquietante di Roma, la solitudine.

La chiave del film Paolo Sorrentino l’ha suggerita all’inizio, nella citazione di un romanzo maledetto: Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline.

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La grande Bellezza è un Viaggio al termine della notte, l’affresco di una umanità esistenzialmente disorientata, sospesa tra lo svanire delle certezze ideologiche (la falce e martello è finita disegnata tra i peli pubici di una attrice che “vive di vibrazioni”, ma non sa dire cosa siano), e la crudeltà, l’indifferenza, la decadenza, l’aridità.

Un film tragicamente meraviglioso, uno sguardo sullo scorrere di un’esistenza soffocata dall’apparire, dove anche la morte viene esorcizzata. Ha scritto Natalia Aspesi su la Repubblica.

Sorrentino fa scivolare via la morte, come un fastidio, un incidente breve, che ha il suo momento solenne solo nell’occasione mondana del funerale. Poi viene cancellata: il vedovo sicuro di dedicare ogni suo pensiero all’amatissima moglie defunta, si consola subito con una nuova, servizievole compagna, la madre che ha perso il figlio va a far beneficenza in Africa, Jep, rifiuta la morte dell’amica come se fosse solo un trucco, “perché prima c’è stata la vita, anche se nascosta sotto il blabla”.

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