Ecco perché il decreto Bankitalia costerà allo Stato 750 milioni

Il decreto legge Imu Bankitalia è una di quelle aberrazioni legislative che accorpano provvedimenti diversi, non in base ai contenuti, ma in nome dell’urgenza (i decreti del Governo decadono se non vengono trasformati in legge dal Parlamento). Così è capitato che insieme al decreto che abolisce “quasi” tutta l’Imu ci sia quello che aumenta il capitale di Bankitalia.

Dall’articolo 4 al 6 del decreto legge 133 si dispone non solo l’aumento di capitale a 7,5 miliardi di euro, mediante utilizzo delle riserve valutarie, ma anche:

la limitazione dei diritti economici dei partecipanti alla distribuzione dei dividendi annuali; i soggetti legittimati a detenere quote del capitale di Bankitalia; il limite individuale al possesso di quote del capitale e la sterilizzazione dei diritti di governance ed economici; la facoltà per la Banca d’Italia di acquisire quote in via temporanea al fine di favorire il rispetto del limite partecipativo [fonte Europa Quotidiano].

In altri termini il decreto prevede la trasformazione di Bankitalia in una public company, al fine di salvaguardarne l’autonomia e l’indipendenza. La storia è nota: i processi di concentrazione avvenuti nel mondo delle banche hanno accresciuto la percentuale del capitale di Bankitalia detenuto dai gruppi bancari di dimensioni maggioriIntesa San Paolo ne possiede il 30% e Unicredit il 22,3%. Finora, grazie ai limiti imposti ai diritti delle banche, l’autonomia di palazzo Koch, almeno formalmente, è stata tutelata. Ma a fronte di ulteriori rafforzamenti nella concentrazione delle partecipazioni si correrebbe il rischio che i maggiori azionisti possano diventare decisivi nelle scelte della Banca d’Italia. Ecco quindi la necessità del decreto!

Ho letto con attenzione le “critiche” mosse dal M5S. Molte (ad esempio quelle sull’utilizzo delle riserve valutarie) sono fondate sull’idea che i capitali della Banca d’Italia siano dello Stato. In realtà non è così, perché l’istituto è totalmente indipendente. Nel 2005, con la legge 262, il governo Berlusconi aveva sancito la possibilità di trasferire allo Stato i capitali della Banca d’Italia. Ma quella legge non è mai stata attuata perché violava l’eurosistema della banche centrali europee.

Però su una cosa i grillini hanno ragione. Il decreto legge 133 rischia, non solo di diminuire le entrate dello Stato, ma addirittura di generare costi aggiuntivi.

Nel dossier allegato al provvedimento, redatto dai tecnici del Servizio Bilancio della Camera si legge:

Si rileva che l’aumento di capitale della Banca d’Italia disposto dal comma 2 dell’articolo 4 in esame è suscettibile di determinare un incremento dell’ammontare dei dividendi distribuiti ai partecipanti al capitale medesimo: infatti, poiché il capitale passa da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro, l’ammontare massimo dei dividendi che potranno essere distribuiti ai partecipanti passerebbe da 15.600 euro (6% + 4% di 156.000) a circa 450 milioni di euro (6% x 7,5 mld).

E ancora:

L’incremento dell’ammontare dei dividendi da corrispondere ai partecipanti determina, a parità del livello medio annuale dell’utile netto, un ridimensionamento della quota devoluta allo Stato (vedi tabella).

bankitalia

E di seguito c’è la conclusione dei tecnici del Servizio Bilancio della Camera:

Si segnala in proposito, secondo quanto già evidenziato nel corso dell’esame al Senato, che il capitolo 2354 “Partecipazione dello stato agli utili di gestione dell’Istituto di emissione” nel bilancio dello Stato per il 2014 risulta ridotto di 750 milioni rispetto alle previsioni assestate per l’anno finanziario 2013.

A tale riguardo appare quindi opportuno che il Governo chiarisca se la predetta riduzione di risorse possa essere in tutto o in parte compensata da un eventuale ridimensionamento dei dividendi effettivamente distribuiti ai partecipanti, tenendo conto che la quota del 6 per cento del capitale è indicata dalla norma come misura massima.

750 milioni in meno di entrate per lo Stato mi sembrano una “svista” difficilmente attribuibile ad una sottovalutazione degli effetti del decreto. Insomma trovo poco credibile che qualcuno abbia “sbagliato” i conti.

PER SAPERNE DI PIÙ 

QUI L’INTERVENTO DI WALTER TOCCI

La questione Banca d’Italia, spiegata bene

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