Grillo e il teatro del grottesco

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Il teatro del Grottesco, cui Beppe Grillo si ispira, nasce dal tentativo di provocare nello spettatore una forma amara di ilarità, amplificando gli equivoci della vita. È, come ebbe a dire il grande Domenico Vittorini nel 1925, “la smorfia tragica di chi è incapace di dominare il groviglio degli eventi quotidiani perché manca di una fede, sebbene aneli dolorosamente ad essa”.

La definizione può essere accostata al “teatro” di Beppe Grillo togliendo però il contenuto esistenziale doloroso. Per il comico genovese il teatro è tecnicismo puro, è applicazione scrupolosa dei canoni del Grottesco senza l’intima drammaticità di altri autori come Rosso di San Secondo o Dario Fo.

La battuta su Matteo Renzi fa venire in mente la prima pièce di Luigi Chiarelli, La maschera e il volto (1916), dove trionfa il paradosso fra ciò che è vero e ciò che è falso nell’animo umano. La maschera nasconde il falso (nel caso specifico utilizzato da Grillo nasconderebbe il Berlusconi che è in Renzi).

Tuttavia il paradosso si può applicare anche al comico. La maschera che Beppe Grillo indossa gli permette di mostrare al pubblico (nel caso al suo elettorato) ciò che desidera vedere in lui ma, come in una Matrioska, continuando ad togliere le maschere si arriva al contenuto ultimo: la smorfia tragica di chi è incapace di utilizzare il consenso ottenuto per cambiare davvero.

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