RENZI: “SULLA RIFORMA DEL SENATO L’ACCORDO C’È!”

Sulla riforma del Senato c’è il consenso dei principali partiti“. Lo ha annunciato Matteo Renzi intervenendo a un convegno di Confindustria a Firenze. Quindi ha spiegato:

Il Pd oggi presenterà una riforma su cui c’è l’accordo di tutti i partiti dell’arco costituzionale. Il Senato deve diventare camera delle autonomie: immaginiamo un Senato non elettivo, senza indennità, 150 componenti, 108 sindaci dei comuni capoluogo, 21 presidenti di regione e 21 esponenti della società civile che vengono temporaneamente cooptati dal Presidente della Repubblica per un mandato.

È una buona notizia. Se non altro perché sblocca una situazione di atavico immobilismo, di veti incrociati, di  tiramm a campà, che ha caratterizzato la politica italiana da sempre.

Il segretario del Pd ha, quindi, commentato:

Oggi dobbiamo avere il coraggio di dire che l’Italia ha avuto tempo a disposizione. Non basta più accarezzare i problemi. Questo è l’anno in cui o i problemi si risolvono o non bisogna più parlarne. La situazione del Parlamento permette una straordinaria occasione, di realizzare riforme chiare.

Sono meno ottimista di lui. Ci saranno resistenze, franchi tiratori, ripensamenti, ma alla fine l’innegabile caparbietà del sindaco – segretario potrebbe anche anche riuscire nell’intento di cambiare le regole della rappresentanza.

Se così dovesse andare sarà solo l’inizio, perché il rapporto tra cittadini e politica è talmente incrinato da essere ormai comatoso. In Italia vota la metà degli aventi diritto e tra quelli che mettono un segno sulla scheda è alto il voto di protesta.

Le inchieste sulle “spese pazze” dei consiglieri fotografano solo la punta dell’iceberg. La corruzione diffusa ha reso negativa, tra i cittadini, la percezione dei ruoli elettivi nella pubblica amministrazione. Presidenti, sindaci, assessori e consiglieri sono divenuti, nell’immaginario collettivo, avvoltoi senza scrupoli, totalmente incapaci di governare, ma abilissimi nel depredare.

La legge elettorale, la riforma del Senato, l’abolizione delle provincie e la conseguente riduzione di “posti” e “spese”, non bastano per cambiare. Occorre molto di più. Oggi Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, ha proposto un piano di lotta alla corruzione in quattro punti.

Primo: definire con precisione “chi fa cosa”, ovvero una riforma del sistema di competenze che superi il principio di ‘interesse territoriale’ e definisca responsabilità univoche e meccanismi di controllo trasparenti. Secondo:disboscare l’intreccio vischioso degli enti intermedi, cancellando enti che più che inutili sono addirittura dannosi. Terzo: avviare una grande stagione di semplificazione normativa, basata su testi unici, riscritture di leggi, armonizzazione tra norme europee, statali e regionali. Quarto:ridefinire la durata degli incarichi di una parte dei manager pubblici legandola alla durata degli incarichi elettivi e ponendo limiti certi alla durata massima e alla cumulabilità.

Anche queste sono “buone intenzioni”. Ma non basta ancora.

I partiti politici devono esprimere persone capaci, devono mettere a disposizione del Paese amministratori innamorati del “bene comune” e non degli interessi di qualche consorteria, o peggio dei propri. Basta cooptazioni basate sulla fedeltà a questo, o quel leader, basta “carriere” guidate. O il “fare politica” (nel governo del Paese, nel Parlamento, negli enti locali) diventa un mandato a disposizione degli interessi della gente, o non se ne verrà fuori.

Annunci