Ritorno al futuro

Sviluppare un ragionamento non banale, o scontato, a proposito di Matteo Renzi non è facile. In questo momento poi è ancora più complesso perché l’attenzione della gente è tutta concentra sulle riforme che il presidente del Consiglio ha promesso di realizzare.

In verità è sin dal 2004, quando venne eletto presidente della Provincia di Firenze, che non è facile ragionare sul disegno di Matteo Renzi senza ritrovarsi invischiati in qualche polemica provocata dalle sua frenetica attività, o da qualche dichiarazione provocatoria.

Intanto vorrei ricordare la lunga corsa verso Palazzo Chigi. È stata una vera e propria marcia a tappe forzate: nel 2008 le primarie del centrosinistra per la candidatura a sindaco di Firenze vinte, contro ogni pronostico, con il 40,52%; nel 2010 l’assemblea dei rottamatori, alla Stazione Leopolda di Firenze, Prossima Fermata: Italiaorganizzata con Giuseppe Civati e Debora Serracchiani; nel 2012 la candidatura alle primarie per la guida del centrosinistra alle elezioni politiche; nel 2013 la candidatura alla segreteria del Pd e l’elezione a segretario del Partito Democratico con il 67,5%; nel 2014, il 22 febbraio, il giuramento come presidente del Consiglio, dopo le dimissioni di Enrico Letta.

Le tappe sempre più ravvicinate, la capacità di puntare l’obiettivo con determinazione, di modificare anche sostanzialmente il percorso di avvicinamento, dimostrano una lucidità strategica del tutto fuori dal comune. Soprattutto in un paesaggio politico frequentato da leader capaci di sottigliezze tattiche, di bizantinismi esasperati ed esasperanti, ma poco avvezzi al “disegno”, al respiro ampio.

Nel cammino di Matteo Renzi è stata fondamentale la capacità di comunicare. In questo ambito è un vero “fuoriclasse”, paragonabile solo al leader della destra italiana, Silvio Berlusconi. Le differenze tra i due sono però “sostanziali”. Nonostante la “satira” punti sulla somiglianza di stile, nonostante gli avversari politici ne evidenzino i punti di contatto, la distanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi resta abissale: il primo è un venditore televisivo puro, prestato alla politica, il secondo un animale politico con l’invidiabile capacità di saper comunicare.

Anche la differenza con il leader del M5s è enorme. I due, oltre all’uso efficace della rete e dei social network, non hanno altro in comune. Mentre per Beppe Grillo la rete è paradigma dell’anti-politica, per Matteo Renzi la rete è un mezzo per fare politica. In altri termini mentre il primo trae la forza del M5s dall’insofferenza per la politica vagante nella rete, il secondo la utilizza per avvicinare, o riavvicinare, alla politica giovani e delusi.

In questo senso il tentativo di Matteo Renzi sta tutto nel voler ridare dignità e centralità alla politica. Anche la scelta più discussa, quella di mandare a casa il governo Letta, sostituendolo con un esecutivo guidato direttamente, senza passare attraverso nuove elezioni, è stata una scelta politica. Così come è lo è stata quella di coinvolgere il leader della destra italiana nella definizione di una nuova legge elettorale e nel percorso che dovrebbe portare all’abolizione del Senato e alla riforma del Titolo quinto della Costituzione.

Personalmente credo che l’accordo fatto con Berlusconi abbia anche contenuti non esplicitati, così come credo che tra il rottamatore e il rottamato più illustre, Massimo D’Alema, ci sia più di una sintonia. Ma tutto questo non mi sorprende, né mi disturba. Le strategie per realizzarsi hanno bisogno di “tattiche”. L’importante è non perdere di vista il disegno complessivo. E il disegno è chiaro.

Dopo una lunga vacatio, la politica è tornata a scegliere e a decidere. Si può legittimamente discutere sulle scelte fatte, ma non si può negare che la politica abbia scelto.

Più dei continui rilanci, del mettersi in gioco, della scommessa personale, nella vision di Renzi è importante l’evocazione del futuro. La politica non è rivisitazione (più o meno nostalgica) del passato, né tanto meno la burocratica gestione degli affari correnti. La politica deve dimostrare di avere la capacità di affrontare i problemi del presente pensando a ciò che dovrà essere, con lo sguardo rivolto “oltre” le difficoltà e le limitazioni.

Al momento siamo ancora fermi ai problemi del presente. Dovrà passare del tempo prima che l’attività dell’esecutivo possa concretizzare i propositi sin qui solo elencati. Ma nulla è scontato. La politica in Italia ha sempre dimostrato di avere la capacità di assorbire e neutralizzare qualsiasi tentativo di innovazione. La partita vera si giocherà quando la spinta propulsiva inizierà ad affievolirsi, quando gli equilibri su cui si regge il governo Renzi giungeranno sul punto di rompersi, sarà allora che la restaurazione tenterà di vanificare il cambiamento, sarà allora che il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica italiana avrà la possibilità di vincere, o perdere la sua partita.

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