Ruanda. La lunga genesi di un massacro (seconda parte)

Capita spesso che le tragedie, anche quelle che coinvolgono milioni di persone, vengano ai nostri tempi dimenticate in fretta. Domani in Ruanda verrà ricordato il genocidio scatenatosi il 6 aprile del 1994. Come spesso accade quella data è simbolica perché nella regione dei Laghi i massacri e i genocidi sono iniziati già dagli anni ’60, spesso con la complicità di nazioni europee come la Francia e il Belgio che in quell’area hanno continuato ad avere interessi anche dopo la fine del colonialismo. Ho ricostruito mettendo insieme gli appunti presi nel corso degli anni la lunga genesi di quel massacro.

Tra aprile, maggio e giugno, mentre la stampa internazionale parla di “massacri inter-etnici”, definendo la tragedia una esplosione di “odi tribali” secolari, il Ruanda viene sconvolto da un piano di sterminio sistematico del “nemico interno”.

Tagliate i piedi dei bambini perché camminino tutta la vita sulle ginocchia” “Uccidete le donne perché non ci siano generazioni future” “Le fosse comuni non sono ancora piene” “Uccideteli, non commettiamo lo stesso errore del 1959“, ripete “Radio machete”, la Radio delle mille colline.

Il clan protagonista del genocidio è formato da una ristretta cerchia di hutu (ma anche qualche tutsi), originari del Ruanda settentrionale e vicini alla famiglia della moglie del defunto presidente. E’ composto da alcuni militari che la divisione del potere a

Kigali avrebbe ridimensionato, da uomini d’affari come Félicien Kabuga (un tutsi!), fondatore di Radio delle mille colline, i cui affari con i francesi sarebbero stati azzerati dal futuro stato di diritto, da alcuni cognati del presidente, tra cui l’ex prefetto di Ruhengeri.

La popolazione ruandese, in questi tre mesi, subisce un tragico calo demografico (13%): da un lato i massacri decimano i tutsi, dall’altro gli hutu fuggono incalzati dall’avanzata del Fronte patriottico (ma anche per lasciare al Fpr il governo di un paese svuotato; in questa situazione i militari uccidono tutti quelli che si rifiutano di partire, accusandoli di essere complici del Fpr) dando vita ad un esodo di immani proporzioni.

Giugno. Il governo francese decide autonomamente di dare il via alla “Operazione Turchese”, che ha lo scopo di salvare la vita di alcune migliaia di sopravvissuti tutsi, (oltre che di aprire una via di scampo verso lo Zaire ai dirigenti hutu responsabili del genocidio).

Il 3 luglio, immediatamente prima della caduta di Kigali, i “giornalisti” della radio estremista si impossessano di un trasmettitore mobile dell’emittente nazionale e battono in ritirata. Rtlm ripiega su Butare e poi su Gisenyi. Il 7 luglio, Ferdinand Nahimana, accogliendo la domanda di un ufficiale francese, prega i conduttori di Rtlm “di cessare gli appelli omicidi contro i membri dell’Unamir”. Sui tutsi, neanche una parola. Rtlm trasmetterà per l’ultima volta il 16 o 17 luglio da Gisenyi, prima di rifugiarsi a Goma, in Zaire. I responsabili della radio non si accontentano più di invocare l’omicidio dei tutsi, ma incitano i ruandesi a fuggire in massa all’arrivo del Fpr, contribuendo così a uno dei più gravi e luttuosi esodi della storia contemporanea.

A Bukavo o a Goma, “nelle mani degli zairesi” secondo una fonte militare francese, oppure “nascosti nei campi”, secondo il redattore capo di Rtlm, Gaspard Gahigi, le attrezzature della radio si trovano comunque in un luogo sicuro. Ad intermittenza, Radio-Ruanda in esilio si sostituisce a Rtlm. Dando prova dello stesso estremismo. Poi, dopo qualche settimana, le onde tacciono.

Il 4 luglio cade Kigali. I militari del FAR (esercito regolare) ed i miliziani hutu dell’Interahamwe. Il 5 luglio il corpo di spedizione francese crea una zona di sicurezza a sud del paese ove in breve si ammassano centinaia di migliaia di profughi.

Il 17 luglio l’FPR conquista Gisenyi nel nord ovest del Paese. Si tratta dell’ultimo bastione difensivo del FAR e dell’INTERAHAMWE. Un milione di profughi Hutu fuggono in Zaire. Il 18 luglio l’FPR, vincitore della guerra civile, affida la presidenza a Pasteur Bizimungu (un hutu moderato) e la vice presidenza a Paul Kagamé (un tutsi), già capo di stato maggiore dell’esercito del FPR. Il 19 luglio Faustin Twagiramungu (un tutsi) viene nominato primo ministro di un governo provvisorio formato dal FPR e da quattro formazioni hutu che erano all’opposizione. Alexis Kanyarengwé, già presidente del FPR, viene nominato vice primo ministro e ministro della difesa.

Il 20 luglio una epidemia di colera nel campo di Goma fa 50.000 morti. Il 21 luglio il corpo di spedizione francese dell’operazione Turquoise abbandona il Paese e cede il posto ai caschi blu della missione UNAMIR dell’ONU. L’8 novembre con la risoluzione 955, l’ONU affida ad una Corte internazionale il compito di perseguire e condannare i responsabili del genocidio. Il 25 novembre l’FPR ed i quattro partiti hutu suoi alleati nominano 64 membri dell’Assemblea Nazionale  provvisoria (i restanti 6 restano riservati a rappresentanti dell’esercito e della polizia).

A gennaio del 1995 nell’ambito del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp) viene organizzata una tavola rotonda nel corso della quale 600 milioni di dollari di aiuti alla ricostruzione vengono promessi a Kigali. Il 25 gennaio 1000 militari (in prevalenza sottufficiali) del FAR vengono integrati nel nuovo esercito patriottico denominato APR. Un hutu è nominato vice capo di stato maggiore. A febbraio Théodore Sindikubwabo, ex presidente ad interim della Repubblica, e Jean Kambanda, primo ministro del governo (tra i maggiori responsabili del genocidio), sono nominati alla testa di un nuovo governo in esilio. Secondo molti osservatori della regione, il governo in esilio inizia a condurre una intensa campagna di propaganda per preparare i rifugiati alla ripresa della guerra.

Human Rights Watch (Africa) porta a esempio un manifestino intitolato “Il popolo ruandese accusa…” Ove si legge che “la catastrofica situazione” del popolo ruandese è il risultato del “diabolico lavoro” del Fronte patriottico ruandese (Fpr), svolto con la “piena collaborazione” di alcune potenze straniere, cioè di Stati uniti, Belgio, Uganda, e Nazioni unite. Secondo il pamphlet, (…), l’Fpr sarebbe il vero responsabile del genocidio e gli hutu ne sarebbero le vittime. Le truppe del precedente governo ruandese si esercitano in vari luoghi, anche nei dintorni dei campi di Katindo e di Mugunga.

Mentre predispongono i piani per le incursioni in Ruanda, i dirigenti hutu in esilio esercitano ogni sorta di pressione sui rifugiati hutu (…).Usano minacce e violenza contro chiunque voglia tornare a casa (i rifugiati costituiscono un mezzo di pressione sulla comunità internazionale e, indirettamente, sul governo ruandese). Confiscano il cibo e gli altri aiuti destinati ai poveri e ai deboli, lasciandoli in balìa delle malattie e della morte. Alcuni dirigenti hutu in esilio, sistemati in comode ville fuori dai campi, vendono gli aiuti per un profitto immediato, oppure li accumulano in vista dell’invasione del Ruanda.

Rifiutano il censimento dei rifugiati (il cui numero sarebbe inferiore alle stime ufficiali di parecchie centinaia di migliaia) poiché un calcolo preciso comporterebbe una riduzione degli aiuti.

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In sintesi si ricreano, nei campi, le strutture politiche che esistevano in Ruanda prima del genocidio (…). L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur), le agenzie di soccorso umanitario ed il governo ospite fanno riferimento alle autorità del vecchio regime per facilitare la distribuzione degli aiuti rafforzando così la loro  influenza sulla popolazione dei campi (…). In Tanzania, l’Acnur incoraggia la creazione di una forza di sicurezza formata da ex soldati governativi, senza che sia stata fatta nessuna indagine sul loro passato. Il governo in esilio trova un sistema per tassare i profughi che vendono la loro forza lavoro ai contadini della regione: su una paga media giornaliera di 1000 zaire (meno di 600 lire), un operaio è costretto a versare 200 zaire alle autorità(…).

Il 6 aprile iniziano a Kigali i processi agli oltre 30.000 membri del  FAR e dell’INTERAHAMWE accusati di genocidio. Le condizioni di detenzione sono disumane e molti hutu muoiono soffocati e di stenti in carcere. Il 17 aprile vengono chiusi i campi profughi della zona umanitaria. Gli oltre 200.000  hutu che vi sono stipati rifiutano di tornare nei loro villaggi per timore di rappresaglie. Esplodono violenti disordini. Il 22 aprile continuano gli scontri. Nel campo di Kibeho l’APR apre il fuoco sulla folla lasciando sul campo oltre 6000 morti. Il 30 aprile vengono chiusi tutti i campi a Sud-Ovest.

Il 30 maggio Paul Kagamé lancia un appello alla comunità internazionale affinché vengano bloccati i rifornimenti di armi e gli addestramenti militari dei ribelli rifugiatisi nello Zaire. Il 9 giugno il consiglio di sicurezza dell’ONU proroga di sei mesi il mandato dell’UNAMIR (riducendo però gli effettivi da 5586 uomini a 2330). Il 13 giugno J.D. Ntakirutimana (un hutu moderato), già capo di gabinetto del primo ministro, si dimette denunciando la “politica di esclusione e rivincita” del FPR. Il 27 giugno viene insediata all’Aja la Corte Internazionale per il Ruanda. A presiederla viene eletto il magistrato senegalese Laity Kama.

Il 13 settembre del 1996 il governo dello Zaire accusa il Ruanda e il Burundi di fomentare disordini nella regione di Uvira. Secondo le autorità zairesi, circa 3.000 banyamulenge (etnia tutsi che vive da oltre 200 anni nello in sono stati arruolati nell’esercito ruandese per destabilizzare lo Zaire orientale. il 22 settembre militari del Ruanda e dello Zaire si scambiano colpi di mortaio e lanciarazzi.

Il 28 settembre lo Zaire accusa “elementi armati provenienti dal Ruanda” di aver compiuto attacchi nella provincia del Sud-Kivu, confinante con Ruanda e Burundi. Il 4 ottobre nei combattimenti tra esercito zairese e guerriglieri banyamulenge muoiono sei persone e altre 30 sono ferite. Il 9 ottobre a Lemera (Zaire) ribelli tutsi attaccano un ospedale e uccidono 34 persone tra pazienti e personale medico. Il 13 ottobre il campo profughi di Runingo, nella provincia di Kivu, viene attaccato dai banyamulenge: 4 morti e 6 feriti. Almeno 20.000 profughi hutu abbandonano il campo in fuga. Il 18 ottobre L’Unhcr annuncia la sospensione delle sua attività a Uvira per l’aggravarsi della situazione. Il 20 ottobre sono oltre 110.000 i profughi hutu fuggiti dai campi di Uvira in seguito ai combattimenti in corso. Il 21 ottobre l’Onu evacua il suo personale dall’area dei combattimenti. Il 22 ottobre aumentano a 250.000 i profughi hutu in fuga dai campi di raccolta di Uvira, dove combattimenti degli ultimi tre giorni hanno causato 78 morti. Il 23 ottobre il campo di Nyangezi, nei pressi di Bukavu capoluogo della provincia del Kivu, viene abbandonato dai 30.000 profughi hutu che ospitava i quali si dirigono verso Goma, dove erano raccolti nei campi oltre 700.000 hutu. Il 24 ottobre i ribelli tutsi avanzano verso la città di Bukavu. Gli scontri tra tutsi e esercito zairese, in grave difficoltà, si estendono lungo tutta la frontiera con il Ruanda e il Burundi. Il 26 ottobre oltre 200.000 hutu abbandonano un campo vicino a Goma, diretti verso la città di Kibumba. Il 27 ottobre file di profughi lunghe fino a 25 chilometri si snodano lungo la provincia di Kivu. Dopo gli attacchi dei tutsi contro i campi di Kibumba, Katale e Panzi decine di migliaia di persone sotto una pioggia battente arrivano nella notte al campo di Mugumba, capoluogo del nord-Kivu. Il 30 ottobre ad Uvira, il leader dei ribelli tutsi, Laurent Kabila, il cinquantaseienne veterano della ribellione schiacciata da Mobutu negli anni ’60 lancia un proclama dai contenuti inequivocabili. “Dobbiamo cacciare Mobutu e buttarlo nella spazzatura della storia (…) Questo è il nostro movimento, un movimento contro i tiranni e la corruzione“. Ai ribelli tutsi si sono unite altre etnie zairesi che chiedono le dimissioni di Mobutu, ancora in Svizzera per curare un cancro.

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Il primo novembre a Goma, il capoluogo del nord-est dello Zaire, si svolgono violenti combattimenti tra l’esercito zairese, in difficoltà, ed i ribelli tutsi appoggiati dal Ruanda. A colpi di cannonate e di mortaio si contendono il controllo dell’aeroporto, unica via di comunicazione verso il resto del paese, mentre si accavallano affermazioni e smentite sulla presenza di regolari ruandesi a fianco dei ribelli tutsi. Con la conquista di Bukavu, a sud, da parte dei ribelli tutsi banyumulenge che già controllano tutta la zona di Uvira, se riuscissero ad avere la meglio anche a Goma, nelle loro mani sarebbe quasi tutto il Kivu, la regione che confina con il Ruanda.

ll parlamento provvisorio zairese chiede la rottura delle relazioni diplomatiche con Ruanda, Burundi e Uganda (che respinge le accuse di coinvolgimento nel conflitto) ed il primo ministro Kengo Wa Dondo esclude la possibilità di avviare trattative finché “una parte del paese sarà occupata” da forze straniere. Il parlamento decide inoltre di espellere i tutsi dall’esercito, dal servizio civile e dalle imprese statali. Immediatamente inizia a Kinshasa la caccia ai tutsi, molti dei quali, professionisti ed imprenditori, preferiscono fuggire in Congo.

Il 17 maggio 1997 Kabila si auto proclama capo di stato, creando un governo di salvezza pubblica e rinominando il paese Repubblica Democratica del Congo. Il 20 maggio 1997 Kabila entra a Kinshasa. Le sue truppe regolano a colpi di machete i conti con esponenti e funzionari del regime di Mobutu che nel frattempo ha già lasciato il paese.

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