È la democrazia, bellezza…

1010597_494590927307465_4954712854520292212_n

Questo articolo di Goffredo Bettini è apparso su l’Unità nei giorni scorsi, Lo ripubblichiamo, con il permesso dell’autore.

La bellezza delle campagne elettorali è che ti permettono, in breve tempo, intensamente, di rimmergerti nel Paese reale. E allora riprendi a respirare e a riassaporare un paesaggio umano che la chiacchiera politica, l’informazione urlata, la dimensione del potere istituzionale, troppe volte dimenticano o addirittura cancellano.
In poche ore, in questi giorni, mi è capitato di passare da un’assemblea di trecento giovani amministratori del reatino, appassionati al loro territorio come se fosse il giardino di casa loro e ansiosi di capire come partecipare bene ai bandi europei per recuperare i loro borghi, ad uno straordinario incontro in una struttura di recupero di giovani disagiati in mezzo alle colline del Montefeltro coordinati da un gruppo di psichiatri colti ed europei, e poi ancora una discussione di popolo, con intellettuali, tecnici, storici dell’arte, uniti dall’obiettivo di salvaguardare la magnificenza di Urbino e infine ad una riunione serale, con contadini, ex mezzadri di Amelia chiamati dal loro giovane e bravo Sindaco…
Ma questa è l’Italia che regge. Che ha retto a Berlusconi, agli errori della sinistra, alle rendite che uccidono la voglia di fare degli italiani, ad una pubblica amministrazione inefficiente, alle ondate demagogiche e populiste. Non so se quello che ho visto sia riformista, radicale di centro e a quale accampamento del centrosinistra faccia riferimento, a quale corrente. Non lo so. Perché l’impressione, la certezza, è che tutto questo sia la straordinaria espressione di un largo, civile, plurale e unitario campo democratico, alternativo alla destra liberista e che, al di la di ogni dettaglio, colga l’occasione di Renzi e del suo Governo come una possibilità di azione nuova e di speranza.
E capisci anche la responsabilità di non deluderlo. In questo stesso viaggio, poi, ti portano ad un’assemblea operaia di una fabbrica di alta specializzazione, la SLG Carbon di Narni che la proprietà, una multinazionale, vuole chiudere. E’ un pezzo di quel tessuto industriale umbro che ha più di cento anni. Ricordo quando, dirigente dei giovani comunisti romani, seguivo il mio maestro Pietro Ingrao nei suoi comizi di chiusura a Terni.
Con gli operai della SLG Carbon ci riuniamo attorno a tavoli scarni e in un ambiente semplice ma vivo. E inizia una storia paradossale che ti stringe il cuore. C’è una fabbrica che produce elettrodi come nessuna al mondo, che dà profitto, ha un mercato, ha un consiglio di fabbrica che per serietà, maturità politica e civile e competenza aziendale gli proporresti di governare l’Italia.
Senti i lavoratori che ti spiegano che, se si chiude la loro fabbrica non si perdono solo dei posti di lavoro ma si cancella un insediamento che dà identità ad una città. Perché ci sono le attività sportive, gli incentivi alla formazione scolastica, gli incentivi nel territorio. Perché quella fabbrica che produce è un pezzo di identità di una comunità che trova lì l’orgoglio di una storia, di un ruolo mondiale, di una competitività professionale.
E che tutti, senza quella fabbrica, saranno più soli, e più spersi, e più poveri, non solo perché privi di salario ma perché monchi di un pezzo della loro anima. Ma poi ti spiegano che le istituzioni hanno fatto il massimo: il Comune, la Provincia, la Regione, i bravissimi parlamentari. Ma che non c’è niente da fare. La globalizzazione ha le sue leggi. La multinazionale perde in Malesia. Non vuole chiudere in Germania. Chiude in Italia. Lì. A Narni.
Senza ragioni di mercato. Anzi, senza alcuna ragione. Perché le ragioni sono imposte dalla forza di un padrone che non si conosce e che non deve rendere conto a nessuno e che vuole liquidare e non cerca neppure un altro imprenditore che possa continuare a produrre elettrodi, perchè non gradisce concorrenza e spera vendere i suoi elettrodi che continua a produrre in Germania, magari ad un prezzo maggiore. Allora ti sale una rabbia. E dici no. Ci sarà la globalizzazione, ma c’è anche un Governo nazionale italiano. Questo pezzo d’industria Italiana, insieme a tanti altri, va salvato.
Per produrre gli elettrodi, ma anche per continuare a far vivere un piccolo presidio di civiltà. Se non fosse un paradosso, direi che va “vincolato”, come le nostri grande vestigia culturali, artistiche, archeologiche. Appunto un vincolo di civiltà.
Il Governo aiuti a trovare soluzioni, a individuare imprenditori che investano a sostenere questa lotta non fermarsi nel produrre perché sarebbe come staccare la spina ad un malato che non merita di morire.
I fanatici del liberismo diranno: “Ma che centra il Governo? Lì va chiuso. E’ la globalizzazione, bellezza”. “E no -diciamo noi – state a Narni, in Umbria, in mezzo ad una storia millenaria, che ha formato un popolo e la sua dignità. Noi ci siamo. E’ la democrazia, bellezza”.

Annunci