Non è un post… per vecchi

A un anno dal mio intervento al ginocchio, la cronaca in diretta dell’operazione…

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Arezzo, Centro Chirurgico Toscano. Struttura convenzionata. Bella, pulita, efficiente. Un’eccellenza.
Sveglia all’alba.
Ma possibile che non si possa fare altrimenti? Già il fatto di stare in ospedale ti mette a disagio e ti rende fragile; perchè la sveglia all’alba, il pranzo a mezzogiorno e la cena alle sei? Alle sei!!
Ma oggi è peggio. Mi infilano il catetere per l’operazione. Alle sei di mattina.
Mi opereranno alle tre e mezza. Nove ore e mezza con quel tubicino infilato dentro di me, con la sensazione continua di dover andare al bagno. Una follia! Il periodo più brutto in assoluto di tutta l’esperienza operatoria e post operatoria.
Mi hanno già spogliato e messo il camice verde, allacciato di dietro, che si apre in continuazione ogni volta che mi alzo per andare al bagno. Ovvero ogni dieci minuti. Ogni dieci minuti, per nove ore e mezza. Mortificante. Ma dopo un po’ il disagio è tale che non me ne importa più nulla. Purchè riesca ad andare in bagno prima dell’operazione…
E invece niente. Mi sforzo fino all’inverosimile. Irrigidisco gli addominali e le vene del collo si gonfiano fino a scoppiare. Niente. Solo un crescente dolore intercostale.
Sarà l’unico dolore vero che proverò in seguito a questa operazione. Un dolore che crescerà col passare del tempo e che non mi farà dormire per una settimana. Che nei giorni a seguire preoccuperà i medici al punto da farmi un elettrocardiogramma e poi una lastra al torace. Niente. Solo un fottutissimo dolore intercostale provocato da nove ore e mezzo di spasmi, nel tentativo di andare al bagno, a causa di un catetere messo con troppo anticipo rispetto all’operazione. Amen.

Alle tre mi caricano sulla barella e mi portano giù. La sala operatoria è di sotto.
Il mio chirurgo ha già fatto sei interventi e, dopo il mio, ne avrà un altro. Un fenomeno.
E’ il momento dell’anestesia.
Una stanza abbastanza ampia. Pulita, ma …piena di roba: armadietti metallici, scaffali vetrati con medicinali, piccoli macchinari su ruote, fascicoli… Chissà, mi aspettavo una sala vuota. Chissà…
Ieri l’anestesista, una giovane dottoressa, mi ha chiesto se preferivo l’anestesia totale o quella parziale. Consigliandomi quest’ultima e rassicurandomi: l’operazione durerà poco meno di un’ora e lei sarà comunque intontito perché le daremo degli oppiacei. Non si accorgerà di nulla e il risveglio sarà molto meno traumatico. Ho optato per …gli oppiacei
L’anestesista di oggi è un altro. Si chiama Pietro, è di Roma e ha qualche anno più di me. Ha due bei baffoni e l’aria simpatica. Stringiamo amicizia, scherziamo. Cerca di farmi digerire il fatto che dovrà infilarmi un ago tra le vertebre e pescare la spina dorsale per iniettarmi la dose di anestesia necessaria. Si muove con leggerezza simulata, ma avverto i suoi passi pesanti.
Lo rassicuro. Periodicamente mi sottopongo a infiltrazioni di 200 ml di una miscela di ozono e ossigeno per combattere i dolori dell’ernia di cui soffro da qualche anno (“Ecco come ti ha ridotto la pallacanestro”, mi dicono gli amici “sedentari”. “Si, ma quanto me so divertito!”).
“Ok, bene. Ti faccio una punturina antidolorifica e poi andiamo con l’anestesia. Ecco, piegati in posizione fetale, così, così…”… mi sento un po’ rimbecillito… “A Piè, scusame, me sa che me so addormentato un’attimo”… Già, mi aveva addormentato. Non me ne ero accorto.
Riprendo coscienza. Torno lucido velocemente e altrettanto velocemente la mia gamba sinistra si addormenta. E dopo una quindicina di minuti la mia gamba non esiste più. Mi avevano detto che non sentire più una parte di se è impressionante. Che prende una sensazione di panico. A me non me ne importa niente di niente. Non c’è più. Amen.

Tocca a me.
Tre giovani infermieri mi portano dentro. “Ciao, Marco. Ci vediamo dopo”. “Ciao, Pietro. Grazie”.
Affiancano la barella al tavolo operatorio e io non rinuncio a dire la mia: “Aho, guardate che peso cento chili e so alto un metro e novanta. Nun je la potete fa. Io ciò ‘na gamba de meno, che è diventata ‘na zavorra che pesa più de me; nun ve posso dà ‘na mano…”. Sono un ragazzo e due ragazze, poco più che ventenni e mingherlini. Eppure… “Non si preoccupi, siamo abituati. …ecco, vede?”. Infatti. Detto, fatto.
La sala operatoria. Immaginavo anche questa come una stanza vuota. Invece è del tutto simile alla stanza dell’anestesia: ingombra di oggetti. E con la grande lampada circolare che incombe su di me.
Un’infermiera, alle mie spalle, prova la macchina del drenaggio. Gli altri due montano il separè che mi impedirà di vedere l’operazione: un baldacchino alto una cinquantina di centimetri, rivestito di telo verde. E verdi sono i teli con cui mi incartano dalla vita in giù, lasciando aperta una finestra in corrispondenza del ginocchio. Fermano i teli con il nastro adesivo. La ferrista prepara gli strumenti.
Entra l’equipe. Quattro chirurghi. Il primario appende le lastre sulla lavagna luminosa e confabula col suo vice. Gli altri due scherzano con la ferrista. Uno di loro mi strizza l’occhio e mi chiede se va tutto bene. “Tutto bene” rispondo. “Tutto bene, Marchè?”, mi anche chiede Pietro che si affaccia. “Tutto bene”.
C’è un’atmosfera rilassata. Sono tutti indaffarati e concentrati. Ognuno si muove secondo una procedura prestabilita. Ognuno sa cosa deve fare. Ma è tutto molto leggero. C’è aria di festa…
Tutti belli verdi, coi loro camici e le loro cuffie in testa. Iniziano a mettersi i guanti. “Misura?” … “Lei due guanti uno sull’altro?”… Continuano a scherzare. Poi, tutto d’un tratto, i giochi finiscono, ognuno è improvvisamente e magicamente al suo posto e cala il silenzio. Si parte.

Il primario alza le mani; come il prete quando invita a pregare dall’altare. Intravedo anche la sua cuffietta, oltre la barriera. “Noi siamo pronti”, dice.
L’infermiera alle mie spalle inizia a sciorinare il suo elenco e la ferrista, che invece vedo piuttosto bene, di fronte, sulla destra, risponde. “Bisturi, cinque”, “Bisturi, cinque”; “Forbici, due”, “Forbici, due”; “Pinze di Codivilla, tre”, “Pinze di Codivilla, tre”; “Pinze di Kocler”, tre”, “Pinze di Kocler”, tre”; spatole, uncini, martello grande, martello piccolo, sega, scalpelli,… Prova drenaggio? Ok. Prova lampada? Ok. “Ok. Per me potete andare”.
Per me potete andare… Fantastico! In barba all’equipe di chirurghi, all’età, all’esperienza, al ruolo, se quella giovane infermiera diceva no, era no. A lei il compito e la responsabilità di verificare che tutto fosse a posto e si potesse iniziare. Mi volto un po’ in dietro, la guardo e le sorrido come per complimentarmi. Lei mi sorride rassicurante. Andiamo.
“Ok, ragazzi, concentrati”, fa il chirurgo. E io, del tutto fuori luogo, credo con l’intento di comunicare che non si preoccupassero per me, replico scherzando “ Eh, concentrati si. Avete controllato che sia la gamba giusta?”. Nessuno mi da retta (e ci mancherebbe altro!). Mi vergogno della mia smania di protagonismo, mi faccio piccolo piccolo e non parlo più per tutto l’intervento. Resto lì ad ascoltare, chè guardare non posso. Guardo l’ora nell’orologio appeso al muro. Sono le quattro. E sono sveglio come un grillo.

Parla solo il primario. Gli altri eseguono senza rispondere. “Ok, iniziamo da qui, prendi il pennarello; …ecco, lungo questa riga, così… Sento puzza di pollo bruciato. Come quando mamma, negli anni ‘60, comprava la gallina con le penne, gliele toglieva e poi la passava sulla fiamma per bruciare le piume residue… “Tampone; … tampone; … pinza; … tampone; …divaricatore; … tampone; …”. Intanto la pompa del drenaggio gira a mille e succhia, succhia… Vedo salire il sangue lungo il tubicino giallognolo che sparisce dietro alle mie spalle per infilarsi nella macchina.
Hanno tagliato, aperto, tamponato, divaricato. Il primo passo è fatto. L’infermiera sempre alle mie spalle, la ferrista sempre al suo posto. Un’altra infermiera gira e compare ora qua ora là. Chissà che fa?! I quattro chirurghi sempre sul pezzo.
“Bene, io inizierei da dietro; martello; …scalpello piccolo; … tieni aperto,…così; …bene, così; …scalpello grande; … ok, …da te è ok? …vai tu; … è libero? …fammi sentire? …si, bene, ma smussa quello spigolo, …così, bene…”.
Ecco. Così. Per quaranta minuti. Martellano, scalpellano, limano. Io non sento niente. Solo un rumore di attrezzi che sembra di essere in una falegnameria e il contraccolpo dei colpi che mi scuote, dal bacino in su, fino alle spalle. Bang, bang, …
“Ok, mi sembra finito. Fammi sentire? Passa le dita. E’ liscio?”. “Si, è liscio” risponde il secondo. “Fammi sentire? Ok, è a posto. Pulito. Passiamo sotto”.
Quaranta minuti per pulire la testa del femore. Ora si passa a tibia e perone. Qualcuno fa una battuta. Non ricordo più le parole, ma era un commento ironico in merito alla quantità di osteofiti (protuberanze ossee generate da trentanni di artrosi) che avevano dovuto togliere e quante ancora ne avrebbero dovute levare. “Rimaniamo concentrati, per favore”, fa il primario. Silenzio immediato. Si riparte. Stesso programma. Stesso iter. Mezzora di lavoro. Un’ora e dieci in tutto per preparare il terreno all’innesto della protesi. Mi annoio un po’. Martello, scalpello piccolo, scalpello grande,… Ma finalmente finiscono. Ora inizia il bello.

“Ok, iniziamo. Pennarello, …calibro… Segna. Qui,… no, così, dritto. Drizza. Così. Bene. …Tampone, …sega. Ok, vai. Tieni. Ok. Vado”. Rumore di sega circolare. Swiiiinn… swiiiinn… “Ora sotto, …così, …vai; …” Swiiiinn… “Trapano” Frrrrrr…..
Conosco l’operazione. Mi sono documentato. Tagliano la testa del femore e la testa di tibia e perone. Poi fanno un buco sull’una e sull’altra per metterci uno stop con il quale fissare due piastre al titanio, belle lisce, che sostituiscono i pezzi asportati, rotti e arrugginiti!
“Dammi la piastra. Colla…”. “…Mario, c’è poca colla…”
Ma come c’è poca colla?, penso! Tutta quella pippa della conta degli strumenti… E allora?!
“Va bene, va bene. E’ sufficiente. …mettine un poco qua… dai, spingi, spingi,… Com’è da te?” “Devi venire un po’ a me, …ecco così, ferma; a posto. Da te?” “Da me è ok. Fammi sentire da te? … ok, andata. Fissa. Chiodini piccoli”. La ferrista “…ci sono solo quelli grandi…”
Ahh, aridaje! Ma cche è?! ‘na congiura? Dico, cavolo, ciavète gli zaini, le tende, le piccozze e ve mancano i lacci degli scarponi? Avete controllato il motore, il livello dell’olio e fatto il pieno e ve mancano le chiavi della macchina? Ma che è?!
“Vanno bene anche quelli grandi”. Uhmm… Vabbè!

A questo punto, il colpo del maestro.
“Che calibro abbiamo per sotto?” “Dodici e quattordici, Mario.” “Dammi il quattordici.”
Il secondo, a questo punto, solo a questo punto, si permette di replicare. “Mario, scusami, ma in teoria, se sotto usi il quattordici, rischi il disassamento.” “In teoria, ma questa è la pratica. E guardando la conformazione di questo ginocchio secondo me sotto va meglio il quattordici. Proviamo.”
“Ecco, così, …no, allunga,…” “Non passa, Mario…” “Passa, passa… allunga,… ecco, piega… Ecco: andata! Prova un po’…” “E’ andata, Mario, sei grande!”. …immagino il sorriso compiaciuto del primario. Sono compiaciuto e soddisfatto anche io. …e sono sempre sveglio come un grillo. …ma l’oppio?!…

Mentre penso a situazioni analoghe che mi sono capitate in cantiere (…quella volta, al museo, quando tutto lasciava pensare che la soluzione fosse quella e invece, l’esperienza ci ha fatto intuire che era meglio provare…) mi accorgo finalmente che la parte esterna della lampada è cromata e mi consente di vedere di riflesso, per quanto distorte a causa della bombatura, le immagini dei chirurghi al lavoro. Ohh… mò si che posso seguire bene! Peccato che è quasi tutto finito.
Li vedo che piegano la gamba in tutti i versi per provarne il funzionamento, mentre commentano “Così… ok, va bene; …piega, così… ottimo; …allunga…”.
Risistemano la rotula al suo posto e iniziano a chiudere. Pensa se chiudevano e si dimenticavano di riposizionarla, mi dico… “…ca@@o, la rotula…!! …riapri, va!”. Rido tra me e me mentre penso “si, vabbè, …ma dove l’hanno messa la rotula pe’ fa tutto ‘sto casino?!”.
“Dai, iniziamo a cucire. …no, l’ago più piccolo… così, guarda…” Il primario insegna a uno degli altri due chirurghi come fare, mentre il suo vice si sposta nell’altra sala operatoria per prepararsi all’ultimo intervento della giornata. Una protesi all’anca, di cui lui è un luminare. Lì lui fa il primario e il mio il vice. “Vai, vai, adesso ti raggiungo”, gli dice Mario. Lascia che gli altri due cuciano e viene da me. “Stanco?” “Io no. Avete fatto tutto voi! Lei, è stanco?” “Io si. Due ore per un intervento per il quale normalmente bastano cinquanta minuti. Il suo ginocchio era a pezzi. Più di un’ora per prepararlo. …se la sente di vedere? Le da fastidio?” “Assolutamente no, ho seguito tutto fin’ora… Sa, …ero sveglio come un grillo!” (L’animaccia sua, poi Pietro me sente!).
Il primario scompare un attimo dietro al telo, si avvicina a un’infermiera che è vicino alla ferrista e sento che le dice “prepari un foglio di carta millimetrata, poi ci posiziona gli osteofiti e li fotografiamo, che voglio averne documentazione”. Poi torna con una bacinella in acciaio grande come un grosso piatto fondo, pieno di …mandorle/cozze color biancastro/rossastro che superano abbondantemente il bordo. Un piattone colmo. “Ecco, queste sono tutte le escrescenze che le abbiamo dovuto togliere prima di impiantare la protesi.” Urca!

“La vengo a trovare in camera”. E passa all’ultimo intervento.
Assisto svogliatamente allo smontaggio di tutto l’ambaradam di tralicci e teli verdi e al bendaggio della gamba. Finito. Guardo l’orologio. Sono le sei e dieci.
Mi lascio trasferire sulla barella senza più timore e mi lascio portare nella sala dell’anestesia, dove mi raggiunge Pietro. “A Pietroo… ma quale oppio, taccitua!” Sorride. “Ma che stai affà qui? Tu sei sveglio come un grillo (aritaccitua!) puoi andare subito in stanza. Ciao, Marchè, poi ti passo a trovare.” “Ciao Pietro, grazie.”
In camera mi siedo sul letto e mi metto la Tshirt e gli shorts (che, il pigiama, neanche morto!). Tutto da solo. Il mio vicino di stanza è ancora tramortito dagli effetti dell’anestesia totale. L’hanno operato stamattina alle nove. Sembra un moribondo. …beh, in effetti,… la locale ha i suoi vantaggi.
Passa Pietro, passa il chirurgo, che dà disposizioni su come sfasciare e rifasciare la gamba e come regolare il drenaggio. Mi cazzia un po’ perché ha fatto più di mille interventi di protesi e non ha mai trovato una situazione come la mia. …si vabbè, ma io che centro? “Ha aspettato troppo!”.
Saluti e baci. Pian piano la gente se ne va, gli infermieri smettono di entrare e uscire, le luci si abbassano e si fa silenzio. Io sto proprio bene. Il ginocchio non mi da alcun dolore. Solo questo leggero dolore intercostale che si riaffaccia. Speriamo di riuscire a dormire.

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