Oltre la barriera

Domani, 12 aprile, negli USA, il canale via cavo HBO trasmetterà la prima puntata della quinta stagione di Game of Thrones.

In Italia, a meno di guardarla con i sottotitoli (io consiglio vivamente di farlo, il doppiaggio fa perdere le finezze della recitazione in lingua originale), si dovrà aspettare il 20 aprile.

Sin dalla sigla rivedremo la barriera, l’imponente costruzione di ghiaccio, alta 700 metri e lunga 500 chilometri, che trattiene nelle terre dell’Inverno Eterno i Bruti (popoli barbari) e soprattutto gli Estranei (Others), detti anche Ombre bianche (White Walkers), che hanno l’orribile potere di resuscitare i morti.

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Tra i motivi che mi hanno spinto verso la monumentale saga A Song of Ice and Fire (Cronache del ghiaccio e del fuoco) di George R. R. Martin (Game of Thrones ne è la riduzione in serie televisivac’è senza alcun dubbio la barriera. Anzi c’è quel che la barriera evoca.

Nel mentre sette casate si contendono il Trono di Spade, scontrandosi senza esclusione di colpi, un migliaio di Guardiani della Notte, per lo più spaventati e demotivati si ritrova a difendere il mondo ignaro dell’imminente pericolo e privilegiato (se non altro perché non deve preoccuparsi dell’Inverno Eterno e degli Estranei) lungo gli spalti della barriera. Mi colpisce, perché la trovo una metafora della contemporaneità, l’incoscienza di chi si ostina a lottare per qualche ridicolo tornaconto, mentre un pericolo incombente rischia di far saltare le stesse fondamenta del mondo.

Nei paesaggi immaginati da George R. R. Martin sembra che solo i Bruti, guidati da Mance Rayder, abbiano la consapevolezza di quel che si sta muovendo oltre la barriera. Tutti gli altri continuano a tramare, a tradire, ad uccidersi l’un l’altro per un potere effimero e destinato ad essere spazzato via da forze invisibili, ma pronte ad irrompere nella Storia.

Sarebbe fin troppo facile scrivere che i riti della politica italiana ricordano quelli praticati nei Sette Regni e raccontati nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco, per cui tralascerò di approfondire la similitudine.

Sembra sia una caratteristica dei nostri tempi quella di non saper più progettare il futuro. Non è la sola. Chi alza più lo sguardo verso il cielo cercando la meraviglia nascosta nell’universo visibile? Camminiamo tutti ossessionati dal presente, con lo sguardo rivolto verso il basso. Camminiamo soli, perché abbiamo dimenticato cosa sia la solidarietà, cosa sia il calore di una comunità. Restiamo affascinati e incantati di fronte a quel che appare, piuttosto che preoccuparci di ciò che siamo diventati. Viviamo di illusioni e siamo disposti a tutto pur di continuare a restare chiusi nelle nostre alcove gelide.

Nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco lo strano Jaqen H’ghar si accomiata da Arya Stark con una moneta di ferro, e due parole: Valar Morghulis (Tutti sono mortali).  Arya usa le parole apprese da Jaqen H’ghar per ottenere un passaggio in nave da un capitano di Braavos. Il capitano le risponde: Valar Dohaeris (Prima vivremo).

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Gustatevi Game of Thrones e ricordate: si passa in fretta e a nulla sarà valso esserci se non avrete vissuto davvero.

 

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