“Nei tempi lunghi saremo tutti morti”

John Maynard Keynes. Chi non conosce la sua profetica affermazione : “Nei tempi lunghi saremo tutti morti”?

Una frase di un limpido realismo, una consapevole rinuncia all’utopia salvifica del futuro a lungo termine per affrontare i problemi dell’oggi. Ma c’è un “però”. Purtroppo i tempi lunghi di Keynes sono arrivati. E la soluzione che egli aveva immaginato per superare l’impasse del capitalismo occidentale negli anni ’30, cioè l’uso del debito pubblico per risollevare le condizioni di vita della classe operaia e dei ceti medi devastati dalla crisi e far crescere il gettito fiscale come compensazione del debito, è durata poco più di una generazione. I tempi medi che egli si proponeva.

Dopo, quando è stato chiaro che il meccanismo del debito non poteva più essere contenuto in un ambito ottimale – anche perché diventato”scuola” e perché aggredito dalle mille esigenze della politica di “massa” un po’ in tutto il mondo, ma in particolare nei paesi economicamente più fragili come l’Italia “- sono arrivati i tempi dell’indebitamento di massa. Non era più lo Stato ad indebitarsi per garantire ai ceti medi e ai lavoratori livelli di vita e servizi adeguati ma erano direttamente le famiglie ad indebitarsi con le banche.

L’ economia ancora girava e qualcuno si è illuso che questo non fosse che un diverso modo – più moderno – per mantenere il Welfare. Poi a causa di un pugno di felloni, speculatori finanziari, e dei loro stipendi universali tutto è stato infettato e la montagna di carta è crollata.

Ora negli USA l’economia riparte. Cresce il PIL e aumentano i posti di lavoro. Ma attenzione. Sono lavori specializzatissimi o lavori di basso o bassissimo profilo. La fascia intermedia – quella della middle class e del lavoratori medi – continua a perdere posti di lavoro. Ingegneri, architetti, avvocati, professori, insegnanti, impiegati….

Tutto questo sembra non servire più come prima. Ecco fatto. I tempi lunghi sono arrivati e quel gigantesco tentativo per i tempi medi immaginato dal grande Keynes – ma ci volle una guerra mondiale e l’accumulazione indotta dalle spese militari perché le sue teorie trovassero la base materiale per essere applicate in tempo di pace ( la storia gioca con gli umani più di quanto riusciamo a immaginare ) – è inservibile.

La paura si impadronisce dei ceti medi – chiamiamoli così perché mai come ora questa espressione ha un fondamento di classe – ed il populismo dilaga in tutta Europa e nell’Occidente. Nessuno ha trovato, per fortuna, il modo di dare a questo morbo una veste teorica, una struttura filosofica. Questo ci sta salvando. Il populismo cambia faccia, è mutante, assume forme diverse e contraddittorie ma cresce e si diffonde. Nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” si muovono milioni di esseri umani. Scappano dalle guerre e dalla povertà. Scappano dagli integralismi e a volte da caste religiose – più che da religioni – che vogliono mantenere il loro potere basato sull’annullamento dell’individuo.

Milioni di individui pensano di poter venire in Occidente e vivere meglio, forse di arrivare un giorno a vivere all’europea o all’americana, con quelle auto, in quelle case, con quegli abiti e quel taglio di capelli. Ma non possono vedere e non possono credere che il sogno occidentale potrebbe essere in altro miraggio pronto a sparire quando credi di essere ormai arrivato. Perché l’occidente che loro vedono non è più quello della accoglienza e delle porte aperte a tutti. Purtroppo.

Per riflesso, contro quell’astratta idea di Occidente combattono gli integralismi, pronti a difendere una identità culturale e religiosa ma anche dei privilegi sociali, scatenando contro l’Occidente la guerra.

Come ritrovare il passo dei tempi medi?

Come ritrovare il lucido realismo di Keynes per una nuova giusta prosperità che renda la nostra societá davvero aperta?

L’Occidente è in cammino e sotto il peso di una crisi morale senza precedenti cerca le sue strade. Come una benedizione in questo momento storico è arrivato Papa Francesco a ricordarci, per esempio, che la corruzione non è solo un fatto immorale, ma un costo assurdo che ha portato al collasso un sistema fondato sul debito, impedendogli di ripartire su nuove basi. Un problema non solo italiano.

Milioni di giovani dedicano le loro energie volontarie o professionali all’ambiente o alle attività di sostegno sociale e c’è uno spazio nuovo per tanti lavori e tanta occupazione nella quale la creatività e il talento personale possono affermarsi.

In fondo la crisi del Welfare è anche la crisi dei gusti standardizzati e apre lo spazio a una nuova sensibilità per il prodotto originale, che sia intellettuale o manifatturiero.

Chi può mettere in fila queste opportunità e dare una nuova sistemazione teorica e filosofica ai nuovi tempi medi che occorrono oggi?

Solo la politica!

Una grande politica accompagnata dal pensiero. In fondo questa è la riflessione più amara. La scissione del pensiero, della grande filosofia dalla politica. L’eredità che ci lascia l’ultimo ‘900 dopo le illusioni dell’800 e della prima metà del ‘900. In fondo nel parlare dei ” tempi medi” John Maynard Keynes sperava che fossero almeno un pò più ” lunghi”. Ecco perché forse la sola ricetta è ritrovare nella politica un pò di utopia e non pensare – come oggi purtroppo – che nei “tempi medi” o addirittura domani saremo tutti morti e quindi è meglio lavorare sul giorno per giorno…

di Roberto Morassut (deputato del PD)

Annunci