Roma: il patto dei lupi

C’è stato un tempo nel quale non si parlava d’altro che delle due anime del Pd, la cattolica e la comunista, incapaci di trovare forme accettabili di convivenza dentro il partito inventato da Walter Veltroni.

A leggere con attenzione le vicende emerse nell’inchiesta nota come Mafia Capitale sembrerebbe che una forma di convivenza reciprocamente vantaggiosa in almeno un settore, quello degli affari illeciti, le anime perse del Pd romano l’abbiano trovata. Anzi si è andati oltre. Non paghi di aver risolto la cruciale questione, alcuni solerti piddini hanno messo le basi per una convivenza pacifica anche con gli avversari politici, ovvero la destra. Insomma, quando si è trattato di spartirsi i vantaggi (mazzette ed altro) provenienti dagli affidamenti pubblici pilotati, i dirigenti ed amministratori del Pd che sembrano coinvolti, non hanno certo badato alle radici culturali e politiche, così come le cooperative bianche, quelle nere e quelle rosse non sono andate troppo per il sottile nel mettersi d’accordo per vincere appalti.

Sarebbe un errore liquidare questa brutta storia come un incidente di percorso, come una momentanea caduta della tensione morale, provocata da qualche scellerato corrotto. La questione romana è più complessa e coinvolge le trasformazioni, recenti e non, che la federazione del Pd ha attraversato negli ultimi anni. E poi c’è anche dell’altro.

A Roma la politica ha cominciato a lasciar cadere l’etica quando c’erano ancora i Ds e la Margherita. In principio solo fenomeni isolati. Pecore nere. Segnali sottovalutati di un fenomeno che da lì a poco sarebbe diventato incontrollabile. L’idealità, la tensione civile, la preoccupazione per il bene comune hanno iniziato ad evaporare, fatte salve poche, ma significative eccezioni, al volgere del millennio. Il salto qualitativo c’è stato con la sconfitta elettorale alle amministrative, che ha permesso ad un mediocre esponente della destra di salire in Campidoglio ed ha infranto i sogni di una generazione di dirigenti di levatura modesta, senza alcun primato morale e tanto meno politico, che si riteneva pronta a governare la città. Il successivo fallimento del Pd di Veltroni ha reso ancora più complessa la situazione.

Da quel momento una frenetica eccitazione ha pervaso una parte del Pd romano. Nessun pensiero, nessuna progettualità, nessuna volontà di fare opposizione, solo pacchetti di tessere, circoli affidati a mandatari, conventicole legate dall’ansia di fare carriera politica e, ovviamente, una grande attenzione agli appalti, alle concessioni, alla spartizione dei posti di potere disponibili.

Anime vuote, totale assenza di pensiero, correnti costruite per mantenere o estendere il potere di singoli individui. L’impegno s’è perso, la militanza s’è ridotta a qualche sparuta riunione, a poche timide iniziative, a Feste dell’Unità sempre più vuote, sempre più in perdita.

Sarebbe ingiusto fare di tutta l’erba un fascio. Qualcuno s’è tirato fuori, qualcun’altro ha addirittura tentato di opporsi. Voci isolate del tutto inoffensive. Altri sono rimasti a guardare, in attesa di tempi migliori.

Nel frattempo un pezzo del gruppo dirigente romano ha stretto il patto dei lupi, con l’unico obiettivo di conquistare ad ogni costo la santificazione parlamentare. Incarichi politici di facciata, uso sconsiderato delle risorse della federazione, primarie con qualche extracomunitario di troppo, costose campagne elettorali: questo è stato il percorso per mettere in atto la scalata al Parlamento. C’era ovviamente da lasciare una rete di sicurezza sul territorio, perché dopo tanto impegno non si potevano abbandonare le posizioni di vantaggio acquisite nella gestione amministrativa della Capitale. Sarebbe stato da fessi. Ecco dunque scendere in campo cordate di fedeli sodali eletti nei municipi, nell’assemblea capitolina, nei ruoli di partito rimasti vacanti.

Dopo gli ultimi arresti stiamo iniziando a farci una idea di cosa è accaduto negli anni bui della giunta Alemanno e stiamo capendo che l’intreccio affaristico ha continuato ad operare anche dopo, anche se Ignazio Marino ha davvero tentato di contrastarlo. Quel che sta venendo fuori dalle inchieste ha un odore fetido. Accordi sottobanco, opposizione di facciata, affarismo consociativo e una famelica voracità di illeciti guadagni, di vantaggi, di gestione del potere per il potere.

Il Pd romano è stato toccato pesantemente dalle inchieste e dagli arresti. Non è detto che sia finita. Qualcuno pagherà, qualcun’altro la farà franca. Il commissariamento del partito di Roma deve cancellare tutto e permettere alla parte sana di ricominciare daccapo. Non ci possono essere mezze misure!

Va azzerato il tesseramento. Va sciolta l’assemblea congressuale. Vanno chiuse le sezioni di facciata, strumenti nelle mani delle correnti per garantirsi pacchetti di tessere. Vanno rivisti i ruoli nelle commissioni consigliari capitoline.

Chiunque dica il contrario non può sfuggire al sospetto di essere un epigono del malaffare.

 

 

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