Persona e senso del limite. La lectio di Nunzio Galantino al Meeting di Rimini

Cosa resterà del Meeting di Rimini dopo che avrà chiuso i battenti, dopo che il popolo di Comunione e Liberazione sarà rientrato alle solite occupazioni? Può sembrare una domanda provocatoria, ma non lo è perché il movimento nato nel ’68 ad opera di don Luigi Giussani sta attraversando un periodo complicato, per non dire difficile. I tempi delle ovazioni a Giulio Andreotti e a Silvio Berlusconi sono lontani e anche la punta di diamante di Comunione e Liberazione nelle cose della politica, Roberto Formigoni, Maurizio Lupi e Mario Mauro, ha perso incisività e sembra destinata all’oblio. Quindi chiedersi cosa resterà ha certamente un senso. Di certo resterà l’intervento di Nunzio Galantino, il vescovo originario di Cerignola, che Francesco ha voluto come segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.
Laureato in Teologia e in Filosofia, Galantino ha, nel mezzo dell’estate, alzato i toni contro un fare politica troppo autoreferenziale, troppo legato alla battuta populista piuttosto che al pensiero.

Nunzio Galantino
Nunzio Galantino al Meeting di Rimini 2015, foto dal l’album Flickr Meeting Rimini

Persona e senso del limite, il fascino delle frontiere, il tema intorno al quale il segretario generale della CEI è stato chiamato a svolgere una lectio è uno dei più stimolanti tra quelli proposti dal Meeting di Rimini.

Nunzio Galantino introduce la lectio formulando alcune domande. Perché il cammino dell’uomo è contrassegnato in modo così profondo dalla mancanza? L’esperienza del limite annichilisce o può rappresentare una crescita? In che modo una seria assunzione del limite può arrivare a un rinnovamento?

Senza ideali la vita dell’uomo finisce senza senso. Va anche allontanato un ideale di perfezione che rifiuti di realizzarsi, di camminare di pari passo con la positiva coscienza del limite. La frontiera è diventare più umani. In tali termini si parla di limite come frutto di leggerezza, non come dimensione antropologica.

La considerazione sembra figlia della critica che Francesco aveva rivolto al movimento il 7 marzo 2015, quando il Papa, di fronte a centomila ciellini aveva annotato:

Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una spiritualità di etichetta.

L’ideale di perfezione che non si realizza, che non cammina nella Storia è solo, per dirla con le parole di Francesco, “un compiacimento autoreferenziale”, un disorientante guardarsi allo specchio che porta inesorabilmente a “diventare impresari di una Ong”, piuttosto che testimoni di Cristo.

Gesù, ha scelto la povertà per stare con noi, ha continuato Galantino. La diffusione del cristianesimo è l’evento che più ha rivoluzionato la storia del mondo e il modo di pensare l’humanum. Credere in un Dio che soffre fino alla morte, che è il punto drammaticamente più alto del limite; e credere in un Dio che vince il male assumendo la debolezza altrui, introduce una visione che stravolge per sempre le categorie attraverso le quali si pensa il divino.

Il limite è nell’uomo un fattore propulsivo, in quanto genera il desiderio, che è il motore della volontà.Se l’uomo possedesse tutto, non cercherebbe nulla; se al contrario si scopre mancante, è mosso alla ricerca di ciò che non ha. Perciò il limite non è semplicemente sinonimo di imperfezione, ma è la radice stessa dell’apertura dell’uomo. Proprio l’esperienza dell’indigenza che nasce dal limite, porta al fascino delle frontiere.

Il senso del limite è però solo un momento dell’esperienza dell’uomo che non smette di subire costantemente il fascino delle frontiere… ad ogni azione o orientamento corrisponde un valore che si intende perseguire: sempre vi è alla base dell’agire un’idea di persona, un ideale di essere umano e di società da raggiungere e verso il quale ci si incammina.

Nunzio Galantino
Nunzio Galantino al Meeting di Rimini 2015, foto dal l’album Flickr Meeting Rimini

Per questo occorre “elaborare un’antropologia adeguata, senza la quale si sarà guidati da un’immagine distorta di ciò che siamo”.

Il campo nel quale misurarsi, per Nunzio Galantino, deve essere quello di chi non ha, quello dei poveri, quello di chi ha perso il lavoro, o non l’ha mai avuto, quello di chi proviene da zone povere ed economicamente arretrate, quello di chi non è in grado di difendersi perché attende di nascere e godere della vita.

Il nostro tempo, ha concluso il segretario generale della CEI, è stato, tra l’altro e da più parti, definito come tempo post-filosofico, perché sempre meno attento alla giustificazione razionale degli orientamenti e delle scelte, individuali e pubbliche, guidate per lo più dal perseguimento di interessi e fini immediati e poco meditati, dettati spesso dalla ricerca dell’utile e meno da un progetto consapevole e a lunga scadenza.

Un altra critica alla politica? Forse. Anche se la lectio di Galantino è partita dalla limitatezza umana, contrapposta alla consapevolezza, il riferimento all’assenza di un progetto consapevole e meditato, un progetto di uomini per gli uomini, da parte della politica, c’è stato e ha colto nel segno.

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