Matteo Renzi e il provincialismo della paura

provincialismo della paura

Il berlusconismo e antiberlusconismo, il provincialismo della paura, l’Italia bloccata da veti e contro veti, questi sono stati alcuni dei temi trattati dal premier al Meeting di Rimini.

matteo renzi
Matteo Renzi al meeting di Rimini

È difficile dare torto a Matteo Renzi quando, con rispolverato piglio da rottamatore, dice:

L’Italia in questi 20 anni ha trasformato la Seconda Repubblica in una rissa permanente ideologica che ha smarrito il bene comune e mentre il mondo correva è rimasta ferma in discussioni sterili interne (…). Il berlusconismo e antiberlusconismo hanno fatto mettere il tasto pausa.

Ci sarebbe da precisare che  il berlusconismo e l’antiberlusconismo sono stati la conseguenza di uno scontro politico, morale e culturale tutto interno alla società italiana. Mister B ha governato finché gli italiani gli hanno dato i numeri per farlo e, quando ha dovuto ripiegare sui banchi della minoranza l’ha fatto solo perché gli altri avevano messo insieme alleanze larghe capaci di vincere le elezioni, ma incapaci di governare.

Però Matteo Renzi ha ragione: con il berlusconismo e l’antiberlusconismo l’Italia è rimasta indietro, ha rinunciato a crescere. Anche se quella contrapposizione è finita per  l’eclissarsi dei protagonisti che l’hanno interpretata, l’eccesso di ideologia permea ancora il sistema politico. Una ideologia svuotata di contenuti e valori, divenuta mero pretesto per alzare caciara, per cavalcare populismi e paure.

Come tutte le estati c’è la classifica di chi la spara più grossa: qualcuno ha proposto di bloccare per tre giorni l’Italia? Oggi la scommessa è opposta, l’Italia è stata bloccato da veti e contro veti per troppo tempo, oggi dobbiamo far ripartire l’Italia.

Per il presidente del Consiglio la premessa per ripartire passa attraverso le riforme.

La legge elettorale è il primo tassello per riuscire finalmente a governare e non difendersi dagli assalti della minoranza o dell’opposizione. È la vera rivoluzione.

La narrazione proposta al popolo ciellino del Meeting di Rimini è quella di sempre, quella de #lavoltabuona. Tracciare una virtuosa linea di demarcazione tra il prima e il dopo. Esaltare le meraviglie del presente e denigrare come fallimentari le attività e i protagonisti del tempo passato. A cambiare rispetto alle ultime settimane è la determinazione a marcare il territorio. Se il clima di veti e contro veti continuerà a rallentare il percorso del Governo il Pd è pronto ad andare al voto. Renzi non lo dice, ma lo lascia intendere.

matteo renzi
Matteo Renzi al Teatro Rossini di Pesaro

Qualche ora dopo torna sull’argomento al Teatro Rossini di Pesaro. Non manca l’aneddoto.

Questa estate, durante le vacanze, sono stato nel bar di quando ero piccolo, uno di quei bar dove ti conoscono per quel che sei, e una signora mi ha detto: non le state raccontando bene le cose che state facendo, dovete fare di più.

Quindi annuncia un un giro d’Italia in cento teatri, con tanto di slide e di colonna sonora. Se l’intento dichiarato è raccontare le cose che si stanno facendo, o sono state fatte, dal jobs act alle riforme istituzionali, dalla legge elettorale alla riorganizzazione Pubblica Amministrazione, dalla Buona Scuola alla responsabilità civile dei magistrati, quello non detto è l’avvio di una campagna per andare, eventualmente, al voto dopo aver abolito “per tutti” Imu e Tasi. Secondo Federico Geremicca, commentatore politico de La Stampa, c’è un piano A, ovvero governare fino a scadenza naturale della legislatura, e un piano B, ovvero andare al voto nella primavera prossima se l’azione di logoramento del governo dovesse continuare.

Credo sia evidente che quando Matteo Renzi si figura il logoramento pensi soprattutto all’incessante lavorio della minoranza interna che, ormai, va ben oltre la critica legittima e sacrosanta. Certe prese di posizione, oltre ad essere detestabili, rivelano la volontà di andare allo scontro sempre e comunque. Insomma qualsiasi occasione va bene per attaccare il presidente del Consiglio. La nostra gente – commenta Renzi in privato – non capisce perché la minoranza voglia fare la guerra al Governo, la nostra gente non ne può più di tutte queste liti. E ha ragione: il popolo del Pd è stanco e disorientato, per la litigiosità certo, ma anche per la disintegrazione della forma partito. Si parla spesso di Roma, ma lo sfilacciamento è molto più esteso. Fatte salve poche eccezioni prevale il personalismo e il correntismo. Laboratori di pensiero ce ne sono pochi e vivono per lo più ai margini, sopraffatti dai giochi di potere. Le voci estive di imminenti avvicendamenti nella direzione nazionale  rivelano che il segretario del Pd sembra consapevole del disagio, ma dubito che gli avvicendamenti potranno sanare le contraddizioni covate nella pancia del partito.

Nei prossimi mesi tanti nodi verranno al pettine. Il rapporto con la minoranza del Pd è solo uno dei nodi, ce ne sono altri. Il tema dell’immigrazione resta il più problematico. Il passaggio dedicato all’immigrazione nell’intervento del premier al Meeting di Rimini è stato quello più intenso.

Sull’immigrazione non cederemo mai al messaggio che vuol far diventare l’Italia la terra della paura, possiamo anche perdere tre voti, ma non cederemo al provincialismo della paura. Non è buonismo, ma umanità: secoli di umanità ai quali non rinuncio per tre voti. Prima salviamo le vite poi discuteremo del resto.

C’è poi la legge di stabilità su cui grava l’ombra della crisi cinese, l’incertezza sullo sforamento dei parametri che dovrebbe concederci l’Europa, i tagli per trovare le risorse necessarie all’abolizione di Imu e Tasi. In questo quadro tutto è possibile perché affidare le sorti del Governo alle truppe del colonnello Verdini non sembra una prospettiva credibile.

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