Ignazio Marino. Il sindaco decaduto

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Ignazio Marino ha annunciato le sue dimissioni da sindaco della Capitale l’8 ottobre e le ha formalizzate quattro giorni dopo. Poiché, secondo la legge “le dimissioni presentate dal sindaco diventano efficaci ed irrevocabili trascorso il termine di 20 giorni dalla loro presentazione al consiglio”, la data di scadenza sarebbe stata il 2 novembre se nel frattempo, ovvero il 29 ottobre, non le avesse ritirate. Il 30 ottobre, 26 consiglieri comunali si sono dimessi e Ignazio Marino è decaduto da sindaco di Roma. La sera stessa Gabrielli ha firmato la nomina di Francesco Paolo Tronca, già prefetto di Milano, a commissario di Roma.

Fin qui la mera cronaca. Tuttavia prima di archiviare definitivamente questa brutta vicenda vale la pena tentare di comprenderne meglio i risvolti. Negli ultimi giorni il sindaco aveva taciuto di essere indagato per peculato e concorso in falso in atto pubblico. Sono garantista e resto convinto che la vicenda degli “scontrini” sia solo un pasticciaccio, strumentalizzato ad arte. Il silenzio sull’avviso di garanzia è, invece, un comportamento che ha rilevanza politica. Vista la complessità della situazione mi sarei aspettato totale trasparenza. Non credo alla ricostruzione di Dagospia relativa ai rapporti tra Marino e Francesco, non credo che il Sindaco facesse stalking al Papa, dopo averne avuto il telefonino, per tentare di diventare il medico personale. È solo gossip di bassa lega, chiacchiericcio amplificato da una intervista a D’Agostino in un talk show spazzatura. Credo però che abbia sbagliato nella impostazione del rapporto tra Comune di Roma e Santa Sede, soprattutto nella prospettiva del Giubileo prossimo venturo. Il viaggio a Philadelphia avrebbe potuto risparmiarselo, perché non è da questi particolari che si giudica un sindaco. Andare là per dimostrare le sue competenze nella gestione di un evento complesso, cercando più o meno inconsciamente il plauso di Francesco, è stato un errore madornale.

Ad ogni modo, al di là di questo o quel fatto specifico, buono per alimentare sarcasmo e polemiche, continua a mancare una lettura politica di quanto è accaduto. Intanto si continua a dimenticare che sul risultato elettorale ha pesato l’astensionismo. A Roma hanno votato in 1.245.651 su un totale di aventi diritto pari a 2.359.119. Ovvero poco meno del 53%. Il fatto che la metà dei romani sono rimasti a casa qualcosa avrà voluto dire, presumo. Ma come spesso accade in Italia il dato è stato dimenticato.

Ignazio Marino ha iniziato a sbagliare quando ha concordato la sua prima giunta attraverso una trattativa bilaterale con le maggiori correnti romane del Pd. Ha peccato di presunzione perché ha creduto di poter gestire i rapporti con un partito, lacerato da beghe interne e infiltrato dal malaffare, in perfetta solitudine. Nel frattempo Buzzi e Carminati si dicevano al telefono: “Di nove cavalli della giunta Marino sei sono nostri”.

Ha continuato a sbagliare quando ha concentrato la sua attenzione su progetti simbolici, come la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali, invece di occuparsi del degrado diffuso, della mondezza, dei trasporti. Ha confuso le priorità. Ad esempio non ha capito che avviare in pompa magna la raccolta differenziata togliendo 1600 spazzatori dalle strade avrebbe portato al collasso lo smaltimento dei rifiuti.

Ha sbagliato ancora quando, dopo la prima ondata di Mafia Capitale, invece di dimettersi, azzerare tutto e ricandidarsi in nome di una nuova fase politica ha creduto di potersi ergere a campione della legalità semplicemente dicendo: “Io sono Marino”. Ovvero ha personalizzato anche il rapporto con la città presupponendo che per risolvere la situazione sarebbe bastata la garanzia: Marino = Legalità. Su questo versante l’errore più grave di Ignazio Marino venne segnalato dalla commissione prefettizia insediata da Marilisa Magno. Si tratta di una relazione secretata, della quale sono trapelate solo alcune indiscrezioni. Sul Sole24Ore del 19 giugno si dice che da quella relazione emerge un perverso intreccio tra politica e sistema di mafia capitale con nomi e cognomi al momento non ancora emersi. Carlo Bonini, su Repubblica del 10 luglio, scrive che la commissione prefettizia aveva chiesto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose perché “il condizionamento mafioso si è realizzato secondo schemi e copioni non intaccati dal cambio di amministrazione”. Marino non si era accorto di nulla e la situazione in Campidoglio è iniziata a cambiare davvero solo dopo l’arrivo di Matteo Orfini e di Alfonso Sabella.

Quello che è accaduto dopo è paragonabile ad una valanga. Le lunghe vacanze americane, l’assenza al tavolo dove si decidevano gli interventi per il Giubileo, la gestione infelice del caos provocato dal funerale dei Casamonica, il disgraziato viaggio a Philadelphia e, dulcis in fundo, la questione degli “scontrini”. A quel punto c’era poco da fare. Anche un ragazzino avrebbe capito che non si sarebbe più potuto salvare. E l’epilogo ha sfiorato la farsa.

Insomma Ignazio Marino è decaduto perché ha sbagliato a stilare l’agenda delle priorità, perché ha ritenuto che fosse vincente personalizzare il rapporto con la città, perché non ha saputo sottrarsi al potere delle componenti, perché non si è accorto del malaffare.

Concludere l’esperienza di sindaco gridando: “Mi hanno accoltellato” e alludendo a Matteo Renzi come unico mandante ha reso la farsa di questi ultimi giorni ancora più ridicola.  Ignazio Marino non ha saputo liberarsi del suo personaggio nemmeno di fronte alla chiusura forzata del sipario.

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