“Suburra”, di Stefano Sollima

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Suburra, il film di Stefano Sollima, ispirato all’omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo (entrambi anche sceneggiatori del film insieme a Sandro Petraglia e Stefano Rulli) è un’opera perfettamente riuscita. Il regista di Romanzo Criminale la serie e di Gomorra (versione televisiva) sa raccontare luoghi, persone e relazioni con una sola inquadratura, impreziosita dal suo inconfondibile stile, dalla capacità di girare continuamente attorno ai personaggi, dai lunghi movimenti di macchina, del montaggio denso di passaggi sorprendenti. Uno stile attento all’estetica dei corpi e dei luoghi.

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Nella prima scena del film il Papa interrompe l’intimità della preghiera per comunicare “qualcosa” ad un assistente, come se avesse improvvisamente avvertito l’urgenza di condividerne il peso. Nel mentre la figura bianca del pontefice attraversa le sacre stanze, riprese da angolazioni claustrofobiche, le conseguenze della rivelazione si mostrano sul volto del giovane prete che, nel momento in cui si accomiata dal Papa, ha già preso la decisione di condividerla a sua volta.

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La scena successiva si apre con una inquadratura dell’emiciclo della Camera. Una rappresentazione manieristica efficace per la disposizione dei soggetti, per il movimento dei corpi, ma soprattutto per la capacità, tutt’altro che scontata, di dare una forma visuale ad una percezione collettiva del luogo. In poche battute i personaggi vengono scandagliati e mostrati in un contesto spaziale che ne esalta l’essenza. Il deputato Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), che si ferma all’uscita, fingendo di cercare qualcosa nella borsa, solo perché vuole essere intervistato da un gruppo di giornalisti in quel momento impegnati con un suo collega, incarna non solo il vuoto di pensiero politico, ma la dissoluzione di qualsiasi riferimento valoriale.

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Quella rappresentata in Suburra è una Roma flagellata dalla pioggia. Piove mentre Filippo Malgradi orina dal balcone di un albergo con vista su piazza del Popolo, dove ha appena avuto un incontro con due prostitute. Piove quando l’inquietante Numero 8 (Alessandro Borghi), boss di Ostia, spezza le gambe con un martello gigantesco al proprietario di uno stabilimento balneare che non vuole venderlo. Piove quando Samurai (Claudio Amendola), uno degli ultimi esponenti della vecchia Banda della Magliana, incontra un “camerata”, appena uscito da Rebibbia, che si è fatto vent’anni di galera per banda armata e rapina, e “pretende” di essere risarcito per il suo silenzio.

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Una pioggia che non lava niente, che nasconde incontri indicibili, violenze smisurate, omicidi brutali.

Sebastiano (Elio Germano), che vive organizzando eventi, entra in scena insieme a Sabrina (Giulia Elettra Gorietti), una escort di alto bordo, nell’atmosfera edonistica di una festa. Poco dopo Sabrina si allontanerà per incontrare il deputato Malgradi, scivolando in una tragica reazione a catena, attorno alla quale inizierà a girare vorticosamente la narrazione del film. Sebastiano, finita la festa, incontrerà il padre e anche il suo destino cambierà corso bruscamente.

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La scena del primo incontro tra  Sebastiano e Manfredi Anacleti (Adamo Dionisi), capo di un clan di rom, sembra citare quello tra William Cutting e Amsterdam Vallon in Gangs of New York. Un po’ come il Bill il Macellaio del film di Martin Scorsese, il truce Manfredi di Suburra riceve gli ospiti e tratta affari tagliando fette di manzo con un coltellaccio.

suburraI criminali raccontati da Stefano Sollima, sono feroci, spregiudicati, ma sembrano incapaci di portare a termine i compiti richiesti dal ruolo. Valga per tutti la scena della sparatoria nel centro commerciale. Sia quelli che tendono l’agguato, sia il fuggitivo, appaiono goffi nei movimenti, imprecisi nel colpire la vittima, pervasi di rabbia, ma distanti dalla determinazione dei personaggi tipici del film d’azione. Alla fine anche Samurai, il più spregiudicato e spregevole di tutti, dovrà fare i conti con un evento imprevisto, con un elemento marginale della storia sfuggito al controllo.

Ho letto svariate critiche che misurano il film con il metro dell’adesione ai fatti cui allude. Certamente il Papa di Suburra ricorda Benedetto XVI e Samurai fa pensare a Carminati, per non dire poi del deputato di Ostia, soprannominato “Rogna”. Tuttavia sarebbe sbagliato giudicare il film con questo metro. Suburra è un’opera al nero che evoca molto alla lontana le vicende di Mafia Capitale. Stefano Sollima  non ha alcuna pretesa di fare cronaca, piuttosto vuole fare del buon cinema e ci riesce benissimo.

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