1994-2006 Memoire Aneddoti, personaggi, raccontini, spigolature,curiosità di 13 anni al governo del Sesto Municipio

Il problema degli altri è anche il mio:
sortirne tutti insieme è la politica,
sortirne da soli è l’avarizia

Don Milani

Malgrado il titolo questo non è un libro di memorie. È semplicemente un gioco. Mi sono divertito ad esercitare la mente nel ricordo di avvenimenti particolari che mi avevano incuriosito oppure che non avevo mai raccontato a nessuno o nel descrivere con brevi tratti personaggi che per me sono stati importanti o hanno suscitato il mio interesse. E li ho raccontatati automaticamente così come il ricordo, in maniera disordinata, li portava ad emergere davanti agli occhi.

E così ecco gli aneddoti su come sono diventato Presidente, su come realizzai il Parco di Villa De Santis, sulle battaglie condotte per sburocratizzare, sui tanti campi nomadi che ho dovuto sistemare, sull’attentato che cambio’ molte mie abitudini. E poi le scritte sui muri ccome “Puro cantante” o “Puro Infame” o quella che diceva “Presidente Puro la catacomba sarà la tua tomba elettorale”

Ma soprattutto i personaggi che ho incontrato da alcune macchiette come lo zozzone, la signora T. o la signorina P. ma anche gente di valore (da Aldo POeta a Teresa Frassinelli, da Ezio Fiorini a Vezio Orazi e tanti altri).

Le conclusioni pero’ sono amare ed al vetriolo.

Quindi non sono memorie. Ma non è neanche un riassunto delle cose fatte nel periodo in questione, sarebbe stato stucchevole e poi per quelle cose fatte parla il consenso elettorale che per 13 anni ha accompagnato il centrosinistra ed il mio partito sul nostro territorio.

Avevo 38 anni quando nel febbraio 1994 fui eletto per la prima volta Presidente della Circoscrizione. Mi avviavo verso i 51 quando nel maggio 2006 lasciai la Presidenza di quello che allora si chiamava già Municipio.

Una parte importante della mia vita, 13 anni.

Avevo i capelli neri e lunghi quando entrai ne sono uscito con i capelli tagliati corti e imbiancati.Ho avuto la fortuna di fare una bellissima esperienza.

Qualcuno ha giustamente detto che i politici non devono lamentarsi mai di ciò che gli spetta in sorte, perché in ogni caso i politici sono dei privilegiati, innanzitutto perché fanno un mestiere che si sono scelti ed oggi a pochi è data la possibilità di potersi scegliere il mestiere.

Ed io non smetterò mai di ringraziare tutti coloro che mi hanno consentito di fare questa esperienza, dalle persone del mio partito che mi hanno scelto, agli elettori che nel 1997 e nel 2001 hanno votato per me ridandomi piena fiducia.

Mia figlia nel suo blog personale ha messo come frase ispiratrice una bellissima espressione di Don Milani ed io l’ho voluta scrivere all’inizio di questo volumetto senza pretese, perché quella espressione riassume il senso della politica come io la intendo.

1.1

Io ci diventai per caso.

Come si diventa Presidente di Circoscrizione? Io ci sono diventato per caso e senza averlo minimamente messo nel conto.

Avevo il mio lavoro. Mi piaceva e giravo l’Italia. Occupandomi di agricoltura stavo seguendo in quel periodo la nascita in quattro regioni del sud di centri per la difesa integrata (una pratica già molto diffusa in Emilia Romagna quando ancora non era esploso il biologico).

Nel poco tempo libero, su richiesta di Carlo Leoni, allora segretario del PDS romano, mi occupavo del partito del nostro territorio.

Arrivarono le elezioni comunali del novembre 1993. Anche a Roma le vecchie classi dirigenti erano state falcidiate e messe in crisi da tangentopoli. Serviva una nuova classe dirigente e Goffredo Bettini si inventò il Sindaco con il motorino, l’allora verde Francesco Rutelli. Ed insieme a Rutelli un nutrito drappello di quarantenni. Dall’altra parte si schierò Fini, l’emmesseì non era stato ancora sciolto nell’acqua di Fiuggi.

Ed insieme alla sfida per il Campidoglio c’erano anche le sfide nelle circoscrizioni dove però si votava ancora con il proporzionale puro, sistema che prevedeva che fosse il Consiglio della circoscrizione eletto a scegliere, dopo lunghe trattative, tra i suoi membri il Presidente.

In quanto segretario di zona del PDS avevo l’onere di proporre ai compagni la lista del partito che doveva correre alle elezioni circoscrizionali. Ci incartammo sul capolista. La ricerca di un capolista autorevole e con esperienza non aveva prodotto risultati. Un importante sindacalista della CGIL nazionale che abitava a Torpignattara, dopo essersi consultato con Trentin, ci disse che c’era incompatibilità per la sua candidatura. Un compagno professore ci propose il suo Preside, andai a parlargli, non ebbi una buona impresisone e prima del colloquio finale il compagno professore mi stoppò dicendomi che aveva parlato con i suoi colleghi e che se avessimo candidato quel Preside non avremmo preso il loro voto.

A 3 giorni dalla presentazione ufficiale delle liste eravamo senza capolista. Il giorno prima dell’assemblea dei compagni di tutte le sezioni che dovevano approvare le 25 candidature convocai una riunione ristretta per prendere una decisione sul capolista che non avevamo.

Cominciai a preoccuparmi quando, dopo aver posto il problema, vidi tutti gli occhi dei compagni rivolgersi verso di me, non so se si erano parlati prima oppure era stata una cosa spontanea, e non ricordo chi disse la fatidica frase: “c’è poco da fare, la lista la dobbiamo presentare, tu sei il capo del partito e quindi il capolista lo farai tu”.

Questo sconvolgeva tutti i miei piani di vita. Avevo il mio lavoro, stabile e ben pagato e per di più mi piaceva. E poi non avevo nessuna esperienza amministrativa. Sostanzialmente non ero entusiasta della cosa.

Ma Marino, Stefano, Mario, Pippo, Francesco, Luciano mi richiamarono al senso di responsabilità. Ed io giocoforza accettai.

In quel mese di novembre 1993 andò come tutti sappiamo, il Sindaco con il motorino vinse contro Fini ed anche alla circoscrizione prendemmo la maggioranza. Io fui eletto consigliere e si aprirono le trattative per l’elezione del presidente. Il PDS che era il primo partito avanzò la mia candidatura. Si trattò per circa due mesi e ricordo la fermezza di Marino Stazi, anch’egli eletto consigliere e segretario della mia sezione al Pigneto, che scuoteva la testa ogni volta che veniva fuori un nome diverso dal mio.

A fine Gennaio ci fu l’accordo e fui eletto Presidente i primi giorni del mese di febbraio.

1.2

Il bottone

Quando presi possesso degli uffici del Presidente, che allora stavano in via dell’Acqua Bullicante 26, al primo piano una delle prime cose che mi colpì fu che la porta della mia stanza si apriva con un bottone collocato sotto la mia scrivania. La segretaria che stava in una stanzetta accanto alla mia doveva usare per entrare le chiavi o dovevo essere io a spingere quel bottone.

Capìì che i miei predecessori si erano come barricati dentro. Quel bottone e quella porta sempre chiusa mi apparvero come il simbolo di una estraneità.

Io sono sempre stato abituato a stare in mezzo alla gente ed a fare le mie cose alla luce del sole. Solo dopo appena due giorni spalancai la porta che restò da allora in poi aperta. Quel bottone non aveva più motivo di essere.

Accanto alla mia stanza c’era l’ufficio dove gli impiegati venivano a fine mese a ritirare il cedolino dello stipendio. E ricordo lo stupore nei loro visi nel vedere quella piccola novità. Si sporgevano a guardarmi mentre facevo le mie cose seduto alla scrivania ed io mi sentivo come un pesce in un acquario.

1.3

L’inchino

A via dell’Acqua Bullicante si stava stretti come sardine. Oltre alla Presidenza c’erano la Direzione, il protocollo, l’ufficio commercio, i servizi sociali, l’ufficio personale ed altro ancora.

Quando uscivo dalla mia stanza per andare a prendere un caffè o per recarmi a qualche riunione dovevo attraversare un lungo corridoio. Molti dipendenti, soprattutto di grado medio alto, quando passavo oltre al saluto accennavano ad una specie di inchino. Ma come erano stati abituati ?

Non mi sono mai piaciuti i leccaculo e quell’inchino mi dava un fastidio fisico. Era naturalmente tutta brava gente alla quale però era stata inculcata una concezione gerarchica e monocratica del potere. Dopo qualche mese l’inchino sparì. Era bastato il mio mischiarsi ai capannelli che si formavano mentre si fumava una sigaretta (non c’era ancora il divieto tassativo), il mio atteggiamento per nulla formale e il fastidio che mi si leggeva in faccia per le formalità e gli ossequi, i comportamenti normali che tenevo con tutti senza alterigia ed ostentazione di status.

1.4

La circolare ed i “nonsipuotisti”

I primi tempi della mia Presidenza ogni volta che chiedevo di accelerare l’iter burocratico di qualcosa per fare presto oppure chiedevo di fare delle cose semplici e di buon senso mi si rispondeva spesso che non si poteva fare. Ed alla mia richiesta di conoscerne i motivi mi si rispondeva che c’era una “circolare” che lo vietava.

Cominciai naturalmente a chiedere copia di queste circolari e pian piano scoprì che esse o erano leggende tramandate a voce da vecchi dirigenti andati in pensione ed assunte come fonte originaria di legge, oppure erano vecchie circolari realmente esistenti ma ormai ampiamente superate da nuove leggi e nuove delibere nel frattempo andate in vigore.

Qualche anno più tardi le leggi Bassanini avrebbero provato a demolire le ossificazioni della Pubblica Amministrazione, in parte ci sono riusciti ma ho il fondato sospetto che negli ultimi anni quell’ondata innovativa sulla Pubblica amministrazione si sia affievolita.

In ogni caso io cominciai quasi subito a battermi per sconfiggere il partito dei “non si puotisti” e delle “circolari” ed ho sempre provato a non farmi ingabbiare dall’ azzeccagarbugli di turno.

1.5

Un esempio di “nonsipuotismo”: i dossi rallentatori di velocità

Esempio eclatante di questo “nonsipuotismo” è la vicenda dei dossi rallentatori di velocità.

In ogni parte d’Italia che andavo vedevo i dossi di velocità installati anche in strade importanti, in grandi città e piccoli paesi. Quindi ne deducevo che non c’era nessuna legge nazionale che li vietava. A Roma i dirigenti ed i funzionari del VII dipartimento a voce e per iscritto dicevano che non si potevano collocare e citavano un articolo del codice della strada in cui si diceva che tali strumenti dissuasori potevano essere collocati solo nelle zone e nelle strade cosiddette residenziali. L’interpretazione dei funzionari del Comune, unica in Italia, era che le strade residenziali erano quelle dentro comprensori privati chiusi da mura.

Comunque ogni volta che ci provavo mi dicevano sempre di no.

Volevo vederci più chiaro e non fidarmi delle interpretazioni. Mi feci portare l’intero codice della strada. E con pignoleria cominciai a studiarlo nelle parti che mi interessavano. Andai all’articolo sempre citato dai nonsipuotisti dove effettivamente c’era scritto che i dossi potevano erano posti nei parchi, nelle ville e nelle strade e zone residenziali. Mentre mi era chiaro cosa erano i parchi e le ville, non capivo cosa fossero le zone residenziali.

Sfogliai il codice e la mia ignoranza scomparve.

Agli inizi dell’articolato di legge ci sono gli articoli che classificano le strade. C’è l’autostrada, c’è la strada urbana, etc. etc. e c’è la strada residenziale.

Per ogni classificazione poi c’è la definizione e da lì partìì la mia riscossa contro i nonsipuotisti. La strada residenziale viene definita dal codice come quella zona dove “vigono particolare regole a tutela dei pedoni e dell’ambiente”. Mi domandai chi avesse l’autorità di trasformare una zona in zona residenziale secondo i dettami del codice della strada. E trovai nel codice stesso la risposta. Tale potere era demandato ai Comuni. E poiché secondo il nuovo regolamento del decentramento la disciplina di traffico, tranne che per le grandi strade e le consolari, era dei Municipi ne conclusi che era il Municipio che poteva farlo.

Scrissi così due Direttive al comando del gruppo dei Vigili urbani.

Nella prima, citando puntigliosamente articoli e commi del codice ed indicando una serie di strade che erano prive di marciapiede, disposi di emettere le necessarie ordinanze per trasformare quelle strade in residenziali, indicando anche il tipo di cartello previsto dalla legge e l’abbassamento del limite di velocità consentito a 30 km all’ora.

Nella seconda direttiva, sempre molto puntigliosa, disposi che sulle strade trasformate in residenziali fossero allocati i dossi rallentatori.

Nessuno potè obiettare niente. Avevo sconfitto i nonsipuotisti usando le loro stesse armi e cioè l’uso delle norme fatto in maniera puntigliosa. La cosa non positiva di questa vicenda sta nel fatto che non dovrebbe essere il politico a trovare le soluzioni tecniche sulla base della conoscenza delle norme legislative e questa la dice lunga sul tipo di pubblica amministrazione che c’è nel nostro paese.

In ogni caso dopo un po’ i miei colleghi di altri Municipi mi chiesero copia delle mie Direttive e se trovate in altre zone i dossi rallentatori sappiate che tutto nasce da quello che vi ho appena raccontato.

1.6

A me mi pagano ugualmente….”

Per alcuni mesi usai la mia macchina personale per tutti gli spostamenti, da casa a via dell’Acqua Bulicante o agli Assessorati del centro o in Campidoglio per fare le riunioni di lavoro.

Il Presidente aveva una macchina di servizio con relativo autista dedicato ma io quei primi mesi usavo la mia macchina, facevo fatica pensare di dover aver una macchina ed un autista tutto per me.

Davide era un vecchio autista del Comune, educato e silenzioso, di estrazione contadina e mi guardava passargli davanti senza chiedere i suoi servigi. Se ci provava gli rispondevo educatamente con un gentile no grazie. Davide passava le sue giornate seduto su una panca davanti al mio ufficio.

Dopo qualche mese mi affrontò simpaticamente dicendomi, “Presidente a me mi pagano uguale, sia se ti accompagno sia se sto fermo”.

Capì che quell’uomo era ferito nella sua dignità professionale e decisi di starlo a sentire. E comunque essere accompagnato alle riunioni ed ai sopraluoghi mi consentiva di arrivare in orario agli appuntamenti di lavoro, di non perdere tempo a trovare parcheggio. Dovendo passare il mio tempo a risolvere i problemi dei cittadini capì che non c’era nulla di male a risparmiare tempo usando la macchina di servizio per motivi strettamente attinenti al mio lavoro. In queste cose è sempre una questione di stile e di misura.

1.7

La sede unica

I primi tempi che ci trasferimmo in via Torre Annunziata mi mancava la Maranella, con le sue case di inizio novecento, quei volti pasoliniani che incontravi per strada o al bar di Alvaro all’angolo tra via Bullicante e via Policastro, i rapporti umani più veraci e diretti.. Nuova Gordiani è invece un quartiere tranquillo, con i suoi palazzoni che sovrastano grandi strade. La Maranella era un quartiere disordinato e pieno di colori, il quartiere della nuova sede era monocromatico e ordinato.

Ma la sede unica fu una svolta positiva per i cittadini che prima della ristrutturazione di via Torre Annunziata dovevano, per fare un atto amministrativo, caracollare tra via Fortebraccio, via dell’Acqua Bullicante e via Capua.

Ed avere i Dirigenti dei vari settori, compresi i Vigili Urbani, tutti insieme in un unico edificio era per me una grande comodità operativa e sicuramente era un primo ed essenziale elemento di semplificazione della vita amministrativa.

2.1

Il battesimo del fuoco

Il giorno della mia elezione parcheggiai la macchina in via dell’Acqua Bulicante e feci due passi a piedi fino alla sala del Consiglio in piazza della Maranella..

Da lontano vidi un mucchio di gente. Pensai che erano i compagni venuti ad assistere alla mia elezione e a festeggiarmi. Man mano che mi avvicinavo vedevo invece capannelli di gente agitata ed a me sconosciuta. Ed io ero sconosciuto a loro. Erano i cittadini di via della Stazione Prenestina e strade limitrofe e stavano lì per protestare contro la presenza di un accampamento di Rom che da alcuni anni si erano insediati nell’area dell’ex borghetto Prenestino.

Appena il Consiglio mi elesse a Presidente questi cittadini cominciarono a rivolgersi sgarbatamente nei mie confronti. Fu un vero battesimo del fuoco. Non solo io ma quasi l’intero Consiglio non aveva responsabilità per il degrado di quell’area, eravamo tutti nuovi (o quasi tutti).

Finito il Consiglio fui sommerso da quella folla vociante ed incazzata. La più esagitata era la signora T. che parlava a raffica e non si zittiva mai. Tentai di dire loro che non avevo responsabilità, cercai di farmi spiegare la situazione, ma non ci fu verso, urli, insulti, già mi si addebitavano tutte le colpe di quella situazione. E pensare che ero stato eletto solo da pochi minuti. Alla fine chiesi ed ottenni che una delegazione venisse da me nei giorni seguenti in modo da cominciare ad affrontare insieme la delicata situazione.

2.2

Fuori dalla mia stanza!

La riunione si svolse qualche giorno dopo in via dell’Acqua Bulicante 26. La delegazione era composta da una decina di persone. L’incontro non durò molto perché appena cominciarono a parlare da quelle bocche uscirono espressioni razziste e incivili. Non esitai un minuto. Mi alzai e gli dissi di andare fuori della mia stanza, mi sarei impegnato a risolvere il problema ma davanti a me dovevano moderare le parole, non potevo accettare quella virulenza razzista e xenofoba.

2.3

L’assessore ed il presidente si attaccano ai citofoni

Subito dopo cominciai però il difficile lavoro per risolvere quel problema. Che c’era. I campi Rom sono luoghi di degrado, umilianti per chi ci vive e per chi è costretto a conviverci. Soprattutto quando quelle bidonville di cartone e lamiera sono posizionate, come erano alla stazione Prenestina, sotto le finestre della gente. E lì c’era un insediamento con quasi 1000 persone, di etnie diverse in lotta anche tra di loro. In mezzo alle quali c’erano ladruncoli e delinquenti veri e propri. Al calar delle prime ombre della sera il quartiere era deserto, nemmeno fosse stato decretato il coprifuoco. Capìì che problemi come questi non possono essere affrontati solo con una politica solidaristica e nemmeno col suo contrario, con la semplice repressione. Bisognava fare una operazione facile a dirsi ma difficilissima a farsi e cioè attivare una politica di solidarietà verso questi diseredati della terra e nello stesso tempo essere inflessibili verso la delinquenza e la difficoltà stava nel trovare il giusto equilibrio.

Chiamai l’Assessore che per conto del Sindaco si sarebbe dovuto occupare della questione. Amedeo Piva era un veneto dalla forte fede cattolica, un brav’uomo gentile e disponibile. Ed anche lui si trovava a gestire per la prima volta la situazione dei numerosi insediamenti Rom della capitale. Nessuno di noi sapeva da dove cominciare. Prima cosa da fare era comunque quella di capire e dimostrare attenzione. E ad Amedeo venne un idea, quella di andare a trovare a casa le persone di via della stazione Prenestina. Facemmo una cosa molto semplice e per certi versi sbalorditiva. Ci demmo appuntamento davanti al campo Rom e senza preavviso cominciammo a citofonare a casa delle persone di via Pisoniano, quelle che più di tutte avevano finestre e balconi che si affacciavano sulla bidonville.

Non era mai accaduto prima che un Presidente ed un Assessore del Comune così semplicemente senza fanfare e senza preavvisi citofonassero a casa di semplici cittadini. Capimmo che quel gesto fu apprezzato. Tra un bicchiere di vino ed un dolcetto ci accompagnarono sui loro balconi dove si vedeva uno spettacolo indecoroso.

Quell’improvvisazione servì quanto meno ad allacciare un dialogo. Certo non a risolvere il problema. Ma prendemmo degli impegni e quegli impegni nel corso degli anni successivi e con un piano graduale li mantenemmo.

2.4

La signora T.

Lavorava in non so quale ministero. Era la signora T., quella che la sera della mia nomina teneva banco e parlava a raffica. Era la più disperata ed impaurita. Il giorno che citofonammo andammo pure a casa sua dove ci sommerse con i racconti delle angherie che doveva sopportare, dei bisogni che per sfregio gli lasciavano davanti al portone. Ci raccontava di essere seguita ogni volta che usciva di casa e non capivamo quanto ci fosse di vero e quanto fosse semplice suggestione in una brava donna che era stata sommersa dalla paura.

Nel periodo successivo e fino a chè non risolvemmo il problema la signora T. chiamava tutti i giorni in circoscrizione o all’Ufficio speciale immigrazione. Era diventata ormai una di casa. Se non arrivava la sua telefonata o le sue telefonate quotidiane ci preoccupavamo e qualche volta la chiamavamo noi.

2.5

I sorci

Lo sgombero finale della stazione Prenestina avvenne verso la fine degli anni 90.

Si buttarono giù le baracche e in quei giorni vidi uno spettacolo impressionante. Mentre le ruspe dell’AMA caricavano i calcinacci e liberavano l’area, migliaia e migliaia di sorci, veloci e saettanti, uscivano dalle loro tane e correvano in tutte le direzioni. Un esercito di topi. Due sono le immagini che ho ancora davanti agli occhi. Quella di alcuni bambini Rom che si attardavano sul campo, a piedi nudi, che senza paura inseguivano le scie di topi cercando di catturarne qualcuno con dei lacci fatti alla bell’e meglio. Quella del consigliere Angelo Bruzighes che ad un certo punto si trova da solo sulla traiettoria dello sciame di topi che correvano e che comincia a saltellare per evitare di esserne investito.

3.1

Villa de Santis il prologo — le carte

Una delle primissime cose che chiesi agli uffici della circoscrizione fu tutta la documentazione in nostro possesso sull’”affaire” Villa De Santis.

L’area era passata in proprietà comunale dalla fine degli anni 50.

Nel 1961 Nino Franchillucci, consigliere comunale del PCI, aveva presentato un interrogazione al Sindaco di allora per sapere quando sarebbe stato realizzato il parco.

A metà anni ’70, ero un ragazzino, ricordavo le migliaia di firme raccolte dal PCI di Torpignattara e dall’indimenticabile Teresa Frassinelli perché su quell’area si facesse il parco.

Ma per tutti quegli anni, più di 30, quelle richieste si scontrarono sempre con un muro di gomma dentro l’amministrazione ( e neanche nei periodi dei Sindaci comunisti si riuscì a cavarne un ragno dal buco).

Forse erano i miei 38 anni, forse era un po’ di presunzione ma in cuor mio volevo essere il Presidente che avrebbe realizzato quel parco.

Da decenni un grande pezzo dell’area era affittata per quattro soldi ad una società privata che vi aveva realizzato un impianto sportivo privato e sub affittava ad un ristorante l’edifico ottocentesco.

Su un altro pezzo di area, lungo via dei Gordiani, si erano installati diversi sfasciacarrozze e nella parte interna, nascoste alla vista un insieme di baracche e di edifici fatiscenti, una stalla, un deposito di patate, uno smorzo e tante micro attività ai confini tra illecito e l’illecito. E tutto questo di fronte al Mausoleo di Elena, la famosa torre delle pignatte da cui prendeva il nome il quartiere.

Presi le carte ed andai da Linda Lanzillotta, assessore al patrimonio della giunta Rutelli. Linda le studiò e le fece studiare. Mi chiamò e mi disse che avrebbe proceduto e che quella storia era uno scandalo. Non credevo alle mie orecchie. Non mi facevo illusioni ma era già un passo avanti.

3.2

Villa De Santis atto I – lo sgombero e le minacce.

Linda Lanzillotta mantenne i suoi impegni. Nell’autunno del 1994 supportati da un suo giovane consulente legale (l’avvocato Luca Petrucci, attuale presidente dello IACP) e da una energica funzionaria dell’Assessorato che trascorse insieme a noi mesi e mesi sull’area (si chiamava Katia e la soprannominammo Katia la Ruspa), dicevo che nell’autunno 1994 cominciammo a sgomberare con le buone e con le cattive tutta l’area centrale, sulla base di una ordinanza emessa dall’Assessore Lanzillotta. Sgomberammo e demolimmo tutte le baracche e baracchette abusive così come sgomberammo i campi sportivi e il ristorante. Lasciammo per un secondo momento il problema degli sfasciacarrozze.

Vanamente furono presentati ricorsi vari. La procedura della Lanzillotta si dimostrò inattaccabile ed oltre 30 anni di resistenze caddero come un castello di carta.

Il primo giorno dello sgombero avvenne un episodio gravissimo. Mentre tutti erano concentrati (forze di polizia, vigili ed ufficio sgomberi) su via dei Gordiani faccio l’errore di andare solo con la mia macchina, l’autista ed il consigliere Giuseppe D’Alessandro all’ingresso di via di San Marcellino, alle spalle del Mausoleo di Elena. Volevo vedere come era la situazione. Dopo un pò che ci eravamo inoltrati a piedi dentro quel dedalo di baracche si comincia a formare una piccola folla, Mi avevano individuato e cominciarono le sceneggiate solite in questi casi. Ad un certo punto un giovane comincia ad aggredirmi verbalmente, minacciandomi pesantemente, capisco l’antifona e corro insieme al consigliere verso la macchina. Imbocco via Casilina e quel bellimbusto, inforcato un motorino, comincia ad inseguirci. Urlava minacce e faceva segno con le dita che mi avrebbe sparato. L’inseguimento continua su via Capua, via Labico e finisce a via dei Gordiani dove c’era la presenza rassicurante della polizia ed dei vigili urbani.

Non furono queste le sole minacce ricevute per Villa De Santis. Qualche tempo dopo, quando festeggiavamo con Rutelli l’avvio dell’esproprio di un primo pezzo del parco della Snia Viscosa mi si avvicinò un tipo, uno dei due proprietari del ristorante di via Casilina sgomberato, e mi disse a brutto muso che prima o poi mi avrebbe sfasciato la testa con un bastone.

3.3

Villa de Santis atto II – il primo pezzettino di parco

Se la determinazione di Linda Lanzillotta fu determinante per la riappropriazione di uno spazio pubblico che per oltre 30 anni era stato negato al quartiere, fu la determinazione di un’altra donna, l’Assessore all’ambiente Loredana De Petris, che ci consentì di trasformare quell’area sgomberata in un parco pubblico attrezzato.

Trasformare quei quasi 10 ettari in un parco necessitava di molti soldi che in quel momento ancora non erano stati stanziati. Così decidemmo mentre si continuava a bonificare l’area ed a portar via calcinacci e materiale inerte, di dare un primo segnale allestendo un piccolo pezzetto tra la villa ottocentesca e la via dei Gordiani.

Facemmo una prima inaugurazione con Rutelli ed oltre la gioia di quel giorno ricordo lo spumante che sapeva di tappo portato da un cittadino anziano di Torpignattara che era montato sul palco e aveva stappato quella bottiglia che chissà dove aveva preso.

3.4

Villa De Santis atto III – il grande parco e

l’interrogazione di Nino Franchillucci

Dopo aver bonificato l’intera area Loredana De Petris trovò i soldi e fece la gara d’appalto per realizzare tutto il parco (tranne l’area ancora occupata dagli sfasciacarrozze). Volle un parco con l’impianto di irrigazione dove l’erba potesse rimanere sempre verde, furono piantumati alberi, messe panchine ed i giochi per bambini, creati i percorsi.

Insieme ai lavori fu avviata la gara per la costruzione al posto degli impianti sportivi privati di impianti sportivi comunali che furono realizzati alcuni anni dopo.

L’ex ristorante diventò la sede dell’Ufficio cultura della Circoscrizione.

Fu in occasione della inaugurazione del grande parco che consegnai a Francesco Rutelli, mentre venivano accesi per prova gli impianti di irrigazione, la copia dell’interrogazione di Nino Franchillucci del 1961 che chiedeva a gran voce che su quell’area fosse fatto il parco pubblico. Dopo oltre 30 anni. Ed io ero riuscito a portare a casa quel risultato e realizzare un sogno.

Negli anni successivi riuscimmo pure a sgomberare gli sfasciacarrozze che deturpavano tutto il lato di via dei Gordiani, dalla parte di Casilino 23.

Prima di andar via dal Municipio avevo impostato la realizzazione di un altro grande obiettivo e cioè quello di consentire l’ingresso al parco da via Policastro all’acqua Bulicante, attraverso di esproprio di un corridoio ancora privato. Spero che prima o poi quest’altro obiettivo venga raggiunto.

4.1

Le accuse che ti fanno male.

Se gli avversari politici ti attaccano e spargono voci calunniose nei tuoi confronti non ci rimani male perché sai che questo fa parte delle regole del gioco.

Ci si rimane male quando le calunnie vengono sparse da persone o gruppi che fino a quel momento ti erano vicini, che teoricamente dovevano stare dalla tua stessa parte.

E questo accadde quando con forza e determinazione portai avanti il piano di riqualificazione del Pigneto, il cosiddetto articolo 2.

Un gruppetto di persone, che si erano impossessate, svuotandolo, del Comitato di quartiere che avevo fondato prima di diventare Presidente, oltre a criticare il piano di riqualificazione cominciarono ad attaccare striscioni e scrivere dei volantini in cui mi chiamavano palazzinaro, cementificatore, speculatore e chi più ne ha più ne metta di questo trito argomentare estremista (e che al Pigneto ogni volta che si cerca di innovare viene recitato come un copione invecchiato).

Ma la cosa che mi fece soffrire più di tutti fu la chiacchera messa in giro nel quartiere che in cambio dell’approvazione del piano mi sarebbe stato regalato un appartamento tra quelli da costruire. Cosa completamente falsa perchè ho vissuto fino al 2011 sempre in affitto.

4.2

La cementificazione del Pigneto

Il piano di riqualificazione urbana del Pigneto è stata una cosa buona. Forse poteva essere fatto meglio ma ha portato riqualificazione vera in zone di degrado.

Qualcuno ricorda cosa erano solo pochi anno fa le aree di vicolo Auconi e quelle tra via da Sarno e via Braccio da Montone ?

Se non ci fosse stato l’articolo 2 quelle aree sarebbero rimaste il covo di vipere e sorci che sono sempre state per decenni; sarebbe stato infatti impossibile trovare i soldi pubblici per espropriare e poi realizzare le opere che sono state invece in parte fatte con i soldi dei privati.

All’epoca il solito gruppetto di estremisti strillava alla cementificazione, preannunciava che la realizzazione del piano avrebbe aggravato la situazione del quartiere, parlavano a vanvera di carichi urbanistici.

Oggi che il piano è completato, che le palazzine che dovevano essere costruite sono state costruite e sono già abitate, che il grosso delle opere pubbliche è stato realizzato, mi verrebbe da chiedere, se non avessi tolto loro il saluto da molti anni, a questo gruppetto insignificante di dirmi dov’è lo sfracello che avevano pronosticato, dove sono i danni che il piano ha fatto.

5.1

Arrivano i nomadi…..!!!

In quel periodo sulla questione nomadi l’opposizione soffiava sul fuoco, cercando di prendere consensi puntando sulle paure ancestrali e sulle viscere della gente. (devo dire che questa strategia ha portato loro pochi frutti se dopo 13 anni, nel 2006, il centrosinistra è arrivato a conquistare il 65% circa dell’elettorato)

Ed era un correre continuo per strada a spegnere questi focolai.

Nel quartiere di Tor de Schiavi, alle palazzine gialle dello IACP, un giorno era scoppiato uno di questi incendi.

Avevamo messo al lavoro le ruspe per realizzare il parco di Villa De Santis ed i professionisti della disinformazione avevano messo in giro la voce che quei lavori erano per la realizzazione di un mega campo nomadi. Anzi fu sparsa la voce di questo fantomatico campo nomadi in tutte le zone con vicino un area libera. E ciò avvenne anche in via Tor de Schiavi. E sulla base di questa notizia completamente falsa scoppiò una vera e propria rivolta popolare. La gente scese per strada, bloccò il traffico, incendiarono cassonetti, qualche delinquente malmenò chi cercava di far prevalere la ragione.

Il giorno dopo feci l’unica cosa che c’era da fare. Andai casa per casa dagli abitanti delle palazzine gialle di via Tor de Schiavi e spiegai loro che non era vero niente. Capìì che il malessere che aveva provocato quella rivolta covava sotto la cenere anche e soprattutto per lo stato di abbandono in cui lo IACP teneva sia le case che le parti comuni. Gli dissi di organizzarsi in comitato e li accompagnai all’Istituto Case popolari per parlare con i vertici cercando di risolvere qualche problema. Non riuscimmo risolvere molto anche perché lo IACP è sempre stato un carrozzone che non funziona.

5.2

Lo SDO e gli espropri

In quegli anni era un correre di continuo, da un lato per trovare i soldi per far fronte alle emergenze e dall’altro per spegnere i focolai di rivolta che venivano attizzati da veri e propri professionisti della menzogna. Quasi che non ci fossero di per sé già sufficienti emergenze.

Ed un altro focolaio venne messo su ad arte sulla questione degli espropri dello SDO.

Si sparse la voce che il Comune aveva avviato le procedure dell’esproprio generalizzato per tutte quelle aree comprese nel perimetro del Sistema Direzionale Orientale, perimetro tracciato a metà anni ’60 e dentro cui ricadevano ai margini tutte le case ed i palazzi di via Casilina, piazza della Maranella ed il primo tratto dell’Acqua Bullicante.

Naturalmente era vero il contrario. L’amministrazione comunale che non aveva nessuna intenzione di espropriare insieme alle aree libere anche case e palazzi privati (da noi come a Pietralata) stava approvando una delibera per modificare quei perimetri e successivamente andare agli espropri solo delle aree libere.

Invece intere famiglie, persone anziane che si erano comprate la casa con tanto sacrificio furono messe in allarme. Vennero da me persone in preda alla disperazione e fu difficile in questo caso spegnere l’incendio.

6.1

I collaboratori più stretti

Ho avuto la fortuna di poter scegliere liberamente i miei collaboratori senza alcun condizionatamente politico e questo mi ha consentito di stare tranquillo e sicuro. Non era una segreteria operativa (era naturalmente anche questo) ma un vero e proprio staff di lavoro a cui demandavo con piena fiducia (fino a chè, nel 2001, non sono stati istituiti gli assessori municipali) la risoluzione di molti problemi.

Erano sin dall’inizio Claudio, Simonetta e Guido, a cui poi si aggiunsero Angela e l’altra Simonetta, mentre nel 2001 arrivò Clara.

Non avevano orari e quando sforavano non tutte le ore in più erano retribuite, gli straordinari erano pochi e perlopiù se li distribuivano tra di loro in maniera uguale per tutti.

6.2

I dipendenti del Municipio

Ogni tanto in Italia si alza un dibattito confuso sui dipendenti pubblici e spesso da parte industriale si è puntato il dito su di loro chiamandoli una massa di fannulloni.

Non posso dire niente sulla questione in generale. Posso parlare della mia diretta esperienza con i dipendenti pubblici che lavorano al Municipio. E credo che per loro la definizione offensiva di fannulloni data per i dipendenti pubblici  sia molto lontana dal vero.

Se nei 13 anni di mia Presidenza del Municipio si sono fatte tante cose è stato soprattutto perché i lavoratori sulla base di linee di indirizzo strategico chiare e sulla base di una missione che era stata data alla struttura, non hanno mai lesinato il loro impegno. Al di là di quanto era il loro compito. Potrei citare innumerevoli casi di abnegazione sul lavoro, di impegno per risolvere i problemi che via via si presentavano, di sforzo culturale per passare da una visione che vedeva il cittadino come suddito della burocrazia a utente e cliente.

Certo in una comunità di lavoro c’è sempre il furbetto che cerca di lavorare di meno, ma i furbetti al Municipio erano l’eccezione. Purtroppo le norme che regolano la pubblica amministrazione non prevedono almeno per ora una concezione premiante per chi si impegna di più e spesso chi sgobba e chi non fa niente vengono trattati allo stesso modo. Ed è qui che forse la legislazione dovrebbe intervenire.

6.3

I direttori

Nel corso dei miei 13 anni ho avuto 3 Direttori del Municipio (un quarto, quello che c’era all’atto del mio insediamento, non fa testo perchè durò pochi mesi).

Gianni De Dominicis era un ottimo e scrupoloso dirigente della vecchia guardia. Preparato dal punto di vista amministrativo e sempre aggiornato. In più era persona colta ed amante della storia archeologica romana che coltivava con passione giovanile. Così come era amante della buona cucina.

Enrico Leoncini fu un ciclone. Era un vulcano disordinato di idee e mi consentì di vincere definitivamente la mia battaglia contro i “nonsipuotisti”. Fece il Direttore nell’epoca in cui il ministro Bassanini stava rivoluzionando la pubblica amministrazione e Leoncini era un fedele interprete di quella ondata di rinnovamento che cercava di mettere il cittadino al centro dell’azione amministrativa.

Italo Politano arrivò quando il ciclone Bassanini era terminato e la pubblica amministrazione cominciò ad arretrare facendo riemergere i vecchi vizi. Politano aveva la qualità di essere estremamente preparato e serio ma non era un estremista dell’innovazione. Pur essendo abbastanza giovane rispetto alla media dei Dirigenti capitolini era in continuità con la tradizione della burocrazia romana, quella che aveva la vecchia abitudine di dire ai politici in prima battuta tutte le difficoltà che ci sono nell’affrontare un problema tranne poi ritornare per dire, “guarda come sono bravo, il problema era difficile ma io te l’ho risolto” ed ingraziarsi così la benevolenza del proprio interlocutore. Di recente è stato coinvolto nella inchiesta di Mafia Capitale per dei reati commessi (fatto salva la presunzione di innocenza) quando andò poi a lavorare nella struttura centrale. Vedendo il suo nome sui giornali me ne sono molto meravigliato perchè non l’ho mai considerato una volpe e neanche una tigre. Se i reati contestatigli risultassero veri sarà perchè lo hanno messo in mezzo e lui non ha saputo dire di no.

6.4

Il sociale

Fare il Presidente del Municipio è un attività che ti obbliga ad occuparti di tutto e sicuramente è altamente formativa dal punto di vista amministrativo. Si imparano cose diverse e le più lontane le une dalle altre, da come deve essere fatto il materiale con cui si asfalta una strada, alle regole che vigono nel mondo del commercio, alla legislazione sociale, da quali alberi sono più propri per essere piantati sui marciapiedi al costo del sampietrino, dalla legislazione amministrativa in tutti i campi alle norme del codice della strada.

Ma quella che più era consona al mio modo di essere era l’attività legata ai servizi sociali. Ed in quel campo nei miei primi due mandati mi sono impegnato di più per innovare e sviluppare per poi cogliere i frutti nel terzo mandato.

L’attività dei servizi sociali del Municipio era nel 1994 mirata essenzialmente ad erogare assegni di assistenza, a mandare i minori negli istituti ed a gestire in modo burocratico i centri anziani.

Quando sono andato via nel 2006 sul nostro territorio erano funzionanti il Centro diurni per handicap, il Centro alzhiemer, il Centro diurno per anziani fragili, sportelli sociali di diverso tipo, l’albo del volontariato, la banca del tempo, centri per l’infanzia e l’adolescenza, e tanti altri servizi.

E’ stato un lavoro lungo a cui ha dato poi, a partire dal 2001, il suo prezioso contributo Tonino Vannisanti, la persona che avevo nominato quale Assessore alle politiche sociale e che ha dimostrato grande competenza e capacità progettuale..

Credo che il successo finale di quello sforzo iniziato quasi subito può essere attribuito sostanzialmente a due fattori.

Il primo l’abnegazione e l’intelligenza progettuale che si è sprigionata nei tecnici e nei lavoratori del settore. Nessuno sa per esempio che agli assistenti sociali, pur facendo orari che andavano molto al di là dell’orario di lavoro normale, non andava una lira di straordinario. Per quel gruppo il lavoro al sociale era una missione esercitata con tutta l’energia ed il coinvolgimento necessario. E non è casuale che nel corso del tempo alcuni di loro siano andati in burn out e sono dovuti passare ad un incarico amministrativo perché quel lavoro aveva inciso sulla loro vita in maniera pesante (provate voi tutti i santi i giorni a combattere con i problemi a volte irrisolvibili di malati di AIDS, di tossicodipendenti, di anziani soli senza una lira, di clochard che non vogliono farsi assistere, di malati di alzheimer e le loro famiglie disperate, di bambini abbandonati e bambine violentate).

Il secondo fattore è stato, dal 2001 in poi, la determinazione con cui il Sindaco Veltroni, pur in presenza di mancati trasferimenti dallo Stato e con i tagli conseguenti al bilancio comunale, ha sempre voluto mantenere inalterato il bilancio dei servizi alla persona, dopo che nei primissimi anni del suo mandato quel bilancio era stato aumentato per finanziare i progetti dei piani sociali di zona e del piano regolatore sociale.

7.1

L’assalto I

Il momento più brutto di questi 13 anni è stato quando verso la fine degli anni 90 un gruppo di persone occuparono con la violenza la sede di via dell’Acqua Bullicante 26, fecero uscire con la forza i dipendenti, devastarono tutto quello che potevano devastare imbrattando i muri con scritte deliranti e mi tennero rinchiuso nella mia stanza insieme a Claudio Moretti per qualche ora.

Mi ritenevano responsabile di uno sgombero e di alcuni arresti che i vigili urbani del VI gruppo avevano fatto in uno stabile di proprietà comunale in via degli Angeli.

Il bello era che io non c’entravo niente. I vigili avevano agito di loro iniziativa con un azione effettivamente poco chiara, basta pensare che erano tutti vigili semplici senza neanche un responsabile graduato. Erano andati per fare le identificazioni di legge poiché occupavano uno stabile comunale ed i ragazzi occupanti si erano rifiutati di farsi identificare. Dopo seppi dalla Polizia di Stato (che non aveva gradito l’intervento pasticcione dei vigili urbani) che gli occupanti erano da tempo tutti identificati da loro e quindi invece di mettere insieme quella squadra bastava chiedere notizie alla polizia.

L’errore dei vigili non può in nessun modo però giustificare l’atto criminale messo in piedi nei miei confronti e nei confronti di decine di lavoratori da questi estremisti di sinistra.

7.2

L’assalto II – “a Sherlock Holmes”

C’erano molti ragazzi ma anche qualcuno più grande che era il regista dell’operazione.

Ricordo una ragazzina molto giovane che mi sputava e diceva, ciancicando le parole, che su di me, identificato in quel momento da lei come rappresentante del potere, ricadeva la colpa di tutti gli stupri che avvenivano in Italia.

Un altro ragazzino con pignoleria e calma, con una faccia da sadico, rompeva tutto quello che si trovava tra le mani accanendosi in particolare contro i floppy disk che spezzava ad uno ad uno sotto i miei occhi.

Un ragazzo più grande, alto e dal viso da indiano, intavolò una specie di interrogatorio e mi intimò di firmare una dichiarazione per la liberazione dei compagni arrestati. Naturalmente mi rifiutai di farlo facendogli capire chiaramente che non avevo nessuna paura di loro.

Mentre avveniva tutto questo un altro ragazzo entrò nella mia stanza. In mano aveva un faldone con dei documenti. Si mise ad urlare:: “ecco la verità che il potere ci nasconde”. Il faldone che aveva in mano conteneva semplicemente tutti gli atti inerenti la Snia Viscosa, naturalmente non c’era niente di segreto, erano i progetti del parco pubblico. Sfottendolo mi rivolsi a quel ragazzo : “a Sherlock Holmes …fùmate meno canne…ma quali segreti, quelli sono i progetti del parco pubblico…..”.

7.3

L’aplomb di Claudio ed i suoi pantaloni

Quando tutto fu finito, con quei deficienti che per evitare scontri a piazza della Maranella furono accompagnati dalla polizia, in corteo, lungo via di Torpignattara, quando tutto fu finito, dicevo, vennero fuori i danni che erano stati fatti, la sede della Circoscrizione sembrava essere stata vittima di un bombardamento, tutto era stato distrutto, la mia stanza poi era irriconoscibile.

In tutto questo disastro rimase epica la telefonata che Claudio, il mio collaboratore con il quale ci conosciamo e siamo amici da quando eravamo ragazzi, fece alla moglie “a Patrì….me sò sporcato i pantaloni….non me devo più mettè i pantaloni bianchi quando vengo al lavoro”.

7.4

L’attentato

Questa vicenda ha avuto un’altra conseguenza personale molto pesante.

Naturalmente avevo denunciato alla polizia, identificandoli sulle fotografi mostratemi dalla Digos, alcuni dei partecipanti all’assalto in via dell’Acqua Bullicante. E forse per questo dopo circa un mese una bomba rudimentale fu messa sotto la mia automobile parcheggiata in via dei Glicini, a Centocelle, dove allora abitavo. L’ordigno per fortuna non era esploso, aveva solo incendiato una gomma, ed il fuoco poi si era spento. Era stato fatto per far esplodere la macchina e se avesse funzionato il botto sarebbe stato grande ed avrebbe coinvolto le altre automobili. La mattinata stessa una rivendicazione che annunciava che il nemico del popolo Vincenzo Puro era stato colpito arrivò con una telefonata ad un quotidiano romano. La rivendicazione era firmata da fantomatiche formazioni armate comuniste o qualcosa di simile.

Per alcuni mesi mi fu assegnata una semi-scorta. Quando uscivo di casa la polizia mi aspettava e mi accompagnava in ufficio e così la sera al ritorno. Da quel giorno ho dovuto smettere di accompagnare mia figlia a scuola, cosa che facevo da quando era nata. Sarebbe stato certamente un trauma per lei che aveva appena 8 anni vedere quei poliziotti armati fino ai denti che mi aspettavano e mi accompagnavano lungo il tragitto.

7.5

Il commerciante egoista

Sul marciapiede di via dei Glicini dove abitavo allora e dove era parcheggiata la mia automobile quella mattina fu un via vai di polizia, Digos, scientifica. Il marciapiede fu chiuso per i rilievi per tutta la mattinata.

Ricordo che un commerciante di quella strada cominciò a strillare dicendo che lui doveva lavorare, che si sbrigassero a finire gli accertamenti. Urlava come un ossesso tant’è che ad un certo punto la polizia dovette intimargli di smetterla e lo minacciarono di denuncia per intralcio alle indagini.

E’ un esempio tipico di egoismo. C’era stato un attentato. Lo scoppio, a causa delle automobili parcheggiate come avviene nelle nostre strade una di seguito all’altra, avrebbe potuto provocare una catastrofe. Io stavo lì mezzo inebetito ed incredulo. Mi sarei aspettato della solidarietà da quella persona ed invece quello che contava per lui era poter riprendere il suo lavoro.

7.6

Puro cantante !

Nel periodo successivo a questi gravi avvenimenti su alcuni muri del Municipio apparvero scritte che me ne dicevano di tutti colori, minacciose o irridenti. Su via di Torpignattara in quel periodo un anonimo si divertiva a sporcare i muri con queste scritte poco carine nei miei confronti e, quando i compagni della sezione le andavano a cancellare, le scritte ricomparivano il giorno dopo.

Ma la più originale fu quella apparsa in via Malatesta che diceva “Puro cantante” e pensare che sono stonato come una campana.

8.1

Lo sgombero della Snia

Di quella giornata il ricordo che per primo mi torna alla mente sono gli occhi di una bambina molto piccola, occhi neri e vivaci, che dal pulmann dove era stata messa insieme ai suoi genitori salutava con la manina e sorrideva a noi che stavamo a terra a coordinare le operazioni di trasferimento.

Da alcuni anni dentro gli ex capannoni della ex Snia Viscosa si erano insediati circa 900 persone, di etnie diverse. Non erano tutte Rom, c’erano extracomunitari provenienti dai paesi dell’est, moldavi e rumeni soprattutto. Vivevano in condizioni disastrose, in baracche costruite con materiali di risulta, in mezzo al fango e sotto i capannoni pericolanti. La notte bruciavano l’immondizia che si accumulava in maniera esponenziale ed il quartiere era sommerso da nuvole tossiche. Anche l’estate la gente doveva dormire con le finestre chiuse per l’odore acre che questi falò nauseabondi sprigionavano.

Il trasferimento di queste persone fu un esempio da manuale, voluto con determinazione dal Sindaco Veltroni. L’obiettivo era duplice: intervenire per togliere quelle persone da una situazione di degrado ed invivibilità e ridare serenità al quartiere, turbato non solo dai fumi ma anche da una serie di attività criminali che una minoranza di quelle persone, nascosta nel ventre della baraccopoli,

esercitavano.

I primi ad entrare in funzione non furono né i vigili né la polizia (quest’ultima anzi non intervenne proprio) ma gli assistenti sociali coordinati dal Dirigente dell’VIII dipartimento Franco Alvaro, persona straordinaria, competente e che quando era il momento sapeva assumersi le sue responsabilità. In quella occasione svolsero un ruolo positivo le ragazze ed i ragazzi del vicino centro sociale, che per una volta abbandonarono il conflitto e la distanza dalle istituzioni collaborando alla buona riuscita dell’operazione.

Fu grazie al lavoro degli assistenti sociali ed ai ragazzi del centro sociale che la mattina alle 4, quando arrivammo per cominciare il trasferimento in un camping pulito ed ordinato sulla via Tiberina ci trovammo di fronte a persone già pronte con le masserizie inscatolate e le valigie riempite. Nel corso di tutta la mattinata, con ordine e senza problemi, una operazione che sembrava difficilissima fu portata a termine tranquillamente.

8.2

Se è così diventeremo come la Svizzera!”

Qualche settimana prima dello sgombero della ex Snia nelle scuole di viale Partenope si verificarono una serie di furti nella mensa scolastica. Furono asportate derrate alimentari, carne, pasta e verdure.

Una mattina una decina di genitori incazzati salirono su al Municipio. Chiedendoci di intervenire. Insieme a loro telefonai al Prefetto chiedendo un appuntamento per quella mattina stessa. Appuntamento che mi fu subito dato. Portai con me i genitori della scuola ed ottenemmo, dopo una furiosa litigata in cui il Prefetto cercava di addossare sul Sindaco tutte le responsabilità ed in pratica lavandosi le mani della questione, la convocazione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Quando questo fu convocato, devo dire dopo appena due gironi, assistetti in quella sede ad una specie di commedia. Il prefetto diede la parola al questore di Roma che cominciò a snocciolare una serie di dati sulla criminalità nel VI Municipio, dati che a suo dire dimostravano che non c’era nessuna emergenza. Gli scippi sarebbero notevolmente diminuiti, così come i furti negli appartamenti. Dati che facevano a pugni con le lamentele che io quotidianamente ricevevo.

Non potevo naturalmente in quella sede ufficiale contestare quelle cifre e scelsi l’arma dell’ironia, dissi che mi faceva piacere sentire quei dati anche perché questo voleva dire che nel momento in cui sarebbe stato trasferito l’insediamento della Snia Viscosa il VI Municipio sarebbe diventato una piccola Svizzera. (eravamo nel periodo in cui le televisioni ci mostravano le nuove divise dei fantomatici poliziotti di quartiere).

9.1

La fontanella

Mia moglie dovette capire che la nostra vita sarebbe cambiata quando dopo qualche settimana dalla mia elezione la portai, era notte, ad ispezionare una fontanella.

Ma cominciamo dall’inizio.

Tra i primi cittadini che ricevetti si presentò un uomo abbastanza giovane che protestava perché sotto casa sua c’era una fontanella, un classico nasone romano, che di notte non lo faceva dormire a causa, diceva lui, del rimbombo del gettito d’acqua.

Era agitatissimo ed arrabbiato, minacciava sfracelli se non l’avessimo tolta, urlava che si doveva alzare presto e che a causa di quella fontanella aveva perso la serenità. Io lo stavo a sentire e non riuscivo a capacitarmi di quanto rumore potesse fare una fontanella di notte, era chiaro che il problema non era la fontanella ma lo stato di esaurimento in cui versava quell’uomo.

Nei giorni successivi me lo ritrovai quasi sempre davanti alla mia porta e quando non riusciva a parlare con me intratteneva, ora calmo e dialogante ora nervoso ed ignorante, i miei collaboratori.

Tornavamo una sera, era circa mezzanotte, insieme a mia moglie, da una cena a casa di amici. Barbara guidava e ad un tratto gli dissi di deviare verso via Laparelli (il luogo dove si trovava il fantomatico e rumoroso nasone). Gli spiegai il motivo e lei mi guardò giustamente come fossi un marziano. Individuai la fontanella e mi misi, nel silenzio notturno, in posizione di ascolto, chiedendo a Barbara se sentiva rumore. Lei continuava a guardarmi sempre più insospettita della mia salute psichica. Il getto dell’acqua invece di frangersi sul marmo del basamento del nasone cadeva a picco dentro la feritoia e sbattendo in fondo faceva un rumore sordo e continuo. Come quello che fanno credo tante fontanelle a Roma. Era quello il rumore che dava fastidio. Avviai la pratica per fare spostare la fontanella, non perché quella persona avesse ragione ma perché non sapevo più come levarmelo di torno e non volevo essere scortese con chi era in uno stato di evidente sofferenza interiore.

Negli anni successivi diventai amico di quell’uomo, era una persona per bene, un lavoratore serio ed onesto, nel periodo in cui l’ho conosciuto probabilmente aveva dei problemi che non potevano essere sicuramente quelli di una fontanella che fa rumore.

Ogni volta che con Barbara parliamo della mia esperienza al Municipio e del mio modo totalizzante e full time di fare il Presidente ci scappa da ridere ricordandosi di quella nottata passata ad ascoltare il rumore sordo di un nasone.

9.2

Con Montino dentro le cavità sotterranee

Insieme a quella dei nomadi alla stazione Prenestina l’emergenza più grave che mi trovai ad affrontare appena eletto Presidente nel 1994 fu quella delle voragini che si erano aperti qualche anno prima in via Dulceri ed in via Buie d’Istria e su cui le precedenti amministrazioni non avevano previsto nessun intervento né progettuale né tanto meno finanziario.

Nel giro di un anno risolsi il problema avviando i cantieri. Ma in via Buie d’Istria la situazione era abbastanza particolare. Scoprimmo che le cavità sotterranee di tutta la zona erano piene d’acqua fetida e riuscimmo anche a scoprire la causa e cioè la rottura in più punti della fogna centrale di via Albona. Con le telecamere si vedeva chiaramente, in un punto vicino all’incrocio con via delle Terme Gordiane (le antiche terme dei romani non c’entravano però assolutamente niente), un bocchettone dal diametro enorme che buttava acqua nelle cavità

Un giorno, di buon mattino, scendemmo in quelle cavità insieme all’Assessore ai lavori pubblici Montino che aveva la buona abitudine di andare a rendersi conto di persona dei problemi della città. Oltre all’assalto che ci fecero le zanzare ricordo il mare d’acqua che si perdeva a vista d’occhio nel sottosuolo, quelle cavità potevano essere girate tranquillamente in canoa.

Per prima cosa richiudemmo e risanammo la voragine di via Buie d’Istria, ma il più doveva essere fatto. In due tranche successive di lavori mettemmo in cantiere il rifacimento dell’intero sistema fognario di via Albona per la modica cifra di circa 10 miliardi delle vecchie lire.

9.3

Presidente la catacomba sarà la tua tomba elettorale

Fa parte dell’abito mentale che un amministratore deve indossare la consapevolezza che qualsiasi cosa si faccia o qualsiasi decisione si prenda ci sarà sempre chi è “contro”, chi si lamenta, chi ti dice che si doveva fare in un altro modo.

Tipico esempio sono i lavori stradali. Se un amministratore lascia nel degrado una strada importante dove passano migliaia di automobili o un marciapiede attraversato da centinaia di pedoni viene giustamente criticato ed accusato di non fare niente per salvaguardare la pubblica incolumità o più semplicemente per togliere dal degrado una strada o un marciapiede.

Se decide di intervenire ci sarà sempre quello, in questi casi devo dire sono sempre i commercianti che si lamentano, che ti accusa di mandarlo in rovina, di non farlo lavorare, che ti accusa di non averlo fatto d’estate (ci sono categorie di persone per le quali tutti i cantieri dovrebbero essere fatti d’estate). E queste persone invece di guardare al beneficio che ne trarranno da un azione di riqualificazione pensano soltanto al disagio momentaneo.

Nel corso dei lavori di riqualificazione dei marciapiedi di via Casilina all’incrocio del cosiddetto Cannone, quasi di fronte all’area archeologica di Villa de Santis, furono rinvenute delle tombe paleocristiane. E ci fu un fermo dei lavori che durò più a lungo del previsto a causa delle richieste impossibili da esaudire delle sovrintendenze.

Fu in quella occasione che alcuni commercianti di via Casilina esposero uno striscione a me indirizzato che diceva: “Presidente Puro la catacomba sarà la tua tomba elettorale”. Alle elezioni successive superammo ampiamente il 60% dei consensi.

9.4

Il presidente non lo deve sapere

Il Parcheggio di viale della Stazione Prenestina è quello che ha avuto più problemi. Da un lato perché c’era un costruttore che non sapeva relazionarsi con i cittadini dall’altro perché la locale sezione di AN soffiava sul fuoco. E da lì cortei e blocchi. Ma insieme all’assessore Tocci decidemmo che quel parcheggio si doveva fare.

E qui racconto un episodio che pochi conoscono e che avrebbe potuto trasformare quell’episodio in una polveriera.

Per aprire il cantiere bisognava far togliere le macchine parcheggiate che erano circa 200. Da qualche giorno erano stati apposti i cartelli di divieto di sosta.

Partì l’ordine dal Gabinetto del Sindaco Rutelli (non ho mai saputo chi concretamente aveva dato quell’ordine e sicuramente il Sindaco non ne sapeva niente) di portare via le macchine con 8 carri attrezzi alle 4 del mattino. E non so neanche chi disse ai miei vigili urbani che io non dovevo essere avvertito. Per fortuna un uccellino che stava partecipando ad una riunione operativa mi avvisò di nascosto.

Pensai che erano pazzi. Ad opporsi al parcheggio fino ad allora c’erano un cinquantina di esagitati, non di più (mitico il ricordo di una manifestazione in cui davanti a poche decine di persone un Consigliere comunale di Alleanza Nazionale parlava con un megafono di una locale sezione di Rifondazione comunista con tanto di falce e martello. Che cosa non si fa per qualche preferenza). Se fosse accaduto quello che gli strateghi del Campidoglio avevano messo in piedi ci sarebbe stata la rivolta vera. Avremmo avuto tutti contro. Pensate a quelle centinaia di cittadini che magari erano pure favorevoli al parcheggio e che scesi in strada per andare a lavorare non avrebbero più trovato la propria autovettura.

Pur temendo di far passare dei guai a chi mi aveva passato l’informazione decisi di muovermi nella notte e di agire di sorpresa anch’io. Misi la sveglia alle 3 di notte ed alle 4 meno un quarto ero già nel piazzale del Municipio ad aspettare l’arrivo del Comandante dei Vigili. Non lo feci nemmeno scendere dalla macchina e gli feci subito capire che doveva scegliere, o obbedire a me con il quale doveva convivere tutti i giorni o obbedire ai suoi diretti superiori gerarchici. Lo sgombero, gli dissi, si poteva fare dalle 8 in poi, che era meglio aspettare che chi doveva andare al lavoro se ne fosse andato, che la gente dentro casa fosse ben sveglia, e gli dissi di usare i carri attrezzi solo in caso di resistenza.

Si fece come avevo chiesto io. Non accadde niente e furono portate via con il carro attrezzi solo 3 autovetture. Ed i cantieri poterono iniziare. A protestare furono sempre i soliti. Ed a tutte le elezioni fino al 2006 il centrosinistra vinse alla grande anche alla Stazione Prenestina. Per fare bene a volte basta usare il buon senso.

9.5

Il mercato di Laparelli e la minaccia di dimissioni

Quando sono andato via dal Municipio ero riuscito a mettere a norma quasi tutti i mercati rionali del territorio e per quelli non ancora a norma avevo lasciato impostata la situazione.

Quello che mi fece più penare fu però la realizzazione del nuovo mercato di via Laparelli.

La soluzione l’avevamo trovata con il primo assessore al commercio della Giunta Rutelli, Claudio Minelli. Purtroppo nel secondo mandato del Sindaco l’Assessore cambiò e gli impegni che io per conto del Comune mi ero preso con operatori e cittadini tardavano a venire mantenuti. Sembrava che si dovesse ricominciare tutto da capo. Tempestavo di telefonate l’Assessorato e mi ricordo che dopo molti mesi il funzionario con cui di solito parlavo, un architetto per bene ma con poca iniziativa, quando gli chiesi per l’ennesima volta della situazione di Laparelli mi disse “Laparelli….Laparelli…questo nome non mi è nuovo”.

Capìì che eravamo vicini al disastro.

Ed allora scrissi una lettera di dimissioni ed andai dal Sindaco. O si risolve il problema e si riavvia la procedura o io questa lettera la protocollo. Mi ero esposto per conto di altri nei confronti dei cittadini e non volevo che il mio buon nome fosse macchiato dalle incapacità altrui.

Questa mia iniziativa portò dei frutti. Ricordo che partecipai ad una riunione con tutti gli assessori coinvolti nel procedimento e con tutti i capi dipartimento di questi Assessori. La procedura si rimise in moto e dopo qualche anno, con molto ritardo comunque, il nuovo mercato fu inaugurato così come lo avevamo pensato io e l’Assessore Minelli.

9.6

Lo sgombero per il nuovo mercato di via Alberto Giussano

Per realizzare invece il mercato di via Alberto da Giussano dovevamo procedere allo sgombero ed alla demolizione di una casa che stava sull’area. Quella casa era stata occupata da un tipo strano, conosciuto nella zona anche per altre occupazioni ed altre opere abusive. Gli fu intimato lo sgombero ma il giorno dell’esecuzione si fece trovare a letto, legato con una catena e diceva che era gravemente malato.

Il problema lo risolse un giovane e determinato vicequestore di polizia che fece venire un ambulanza, e gli disse “se sei malato ti portiamo in ospedale”, fece entrare gli infermieri con la lettiga e diede l’ordine di rompere con le tronchesi le catene che lo legavano a letto. Non ci fu bisogno di ambulanza. Rotte le tronchesi il tizio si alzò vispo come un grillo con le sue gambe e la demolizione si potè effettuare tranquillamente.

9.7

L’isola pedonale

Il primo mercato che riuscìì a mettere a norma fu comunque quello del Pigneto. Ed in quella occasione riuscimmo a raggiungere due obiettivi: rendere a norma il mercato e realizzare la prima isola pedonale fuori dal centro storico.

Insieme sempre all’assessore Claudio Minelli, che partecipò a numerose assemblee, convincemmo gli operatori che l’unica strada per salvare il mercato, non essendoci in zona altre aree su cui trasferirlo, era quella di fare come a campo dei Fiori, un mercato con le bancarelle che si smontavano. Non fu facile convincere gli operatori ma davvero non c’era altra scelta, la magistratura, tra l’altro, aveva aperto un indagine sui mercati in sede impropria ed il Pigneto era uno di quelli.

Oggi l’isola pedonale ha una crisi di identità, schiacciata tra una frequentazione vivace e rumorosa di giovani che soprattutto l’estate si attardano fino a notte fonda davanti ai locali nel frattempo aperti ed un problema di criminalità minore ma molto diffusa che comincia a far dire a qualcuno che forse sarebbe meglio rifar passare di lì il traffico.

Ricordo però il giorno dello sgombero dei vecchi banchi di ferro che degradavano l’intera via, ricordo un signore, che da anni non vedeva la luce dalle sue finestre, uscire dal proprio portone, inginocchiarsi e baciare il suolo.

9.8

Le fogne in Certosa

Villa Certosa è un piccolo pezzo di città su una piccola altura tra via Casilina e via Filarete. E’ un insieme di case tirate su disordinatamente, una sopra l’altra. Quando ero giovane ci passavo intere giornate e molte serate, bighellonando con i miei amici certosini, Paolo, Ivano, Claudio, Danilo, Celeste, Tommy ed altri. Ma la persona a cui ero più affezionato era Ciro, un ragazzo pieno di umanità che fu ucciso dalla mano di un fascista, davanti alla sezione del partito di via Torpignattara il 20 di aprile del 1979.

Quando Veltroni diventò Sindaco, adesso che le emergenze voragini erano state in parte superate, gli posi un problema drammatico e cioè che quasi nel centro di Roma, a due passi da Porta Maggiore e da San Giovanni c’era un pezzo di città che non aveva le fogne ed i cittadini mandavano i loro escrementi nelle cavità (e gli raccontai anche l’episodio di quel cittadino che in quelle cavità ci era precipitato mentre nel suo bagnetto si radeva la barba). Villa Certosa, pezzo di città che esisteva da quasi cento anni, non aveva le fogne. Valter rimase colpito da questo fatto e si impegnò con forza a risolvere il problema. Impegnò l’Acea a trovare i soldi ed a fare il progetto e fino a chè non partirono i lavori ogni volta che ci incontravamo mi chiedeva se c’erano problemi per l’avvio dei lavori e qualche volta che le procedure si erano intoppate dovette intervenire personalmente per sbrogliarle.

Prima di andare via dal Municipio avevo lasciato impostata anche la risoluzione di altri tre problemi simili, in altri pezzi di città, via Formia, Via Fausto Pesci e un pezzo di Pigneto. Problemi che i 5 anni di Alemanno hanno completamente dimenticato. Gli investimenti da fare sono tanti e la progettazione difficoltosa ma spero che questi obiettivi siano raggiunti e che il Municipio li persegua con la determinazione con cui l’abbiamo perseguiti noi.

9.9

Via Valente-lo sgombero improvviso

Altra esperienza faticosa e difficile fu quella che dovetti affrontare nell’inverno del 2000 quando i vigili del fuoco disposero con urgenza lo sgombero di 80 famiglie da una palazzina di proprietà comunale in via Valente. Da un sopralluogo effettuato nel garage sottostante erano risultate lesionate delle colonne portanti dell’intero palazzo e, secondo i vigili del fuoco, non c’era tempo da perdere.

Al Gabinetto del Sindaco risposero burocraticamente che era una questione del Municipio. E noi non avevamo gli strumenti e le risorse per affrontare tale emergenza.

Disposi di sentire gli hotel vicini al Municipio per allocare provvisoriamente le famiglie. I soldi li avremmo trovati, non potevamo mandare quelle famiglie sotto i ponti.

Feci chiamare un ingegnere strutturista per capire subito l’entità del fenomeno e fare un piano di lavori che permettesse al più presto il rientro di quelle famiglie.

Dopo qualche giorno capimmo che l’intervento da fare era per fortuna più semplice di quanto immaginavamo. Trovammo anche i finanziamenti per intervenire subito con la somma urgenza e dopo soltanto 40 giorni le famiglie poterono rientrare nei loro appartamenti.

9.10

Vittoria!!

Spesso i muri del nostro territorio si riempivano di manifesti con su scritto “Vittoria!!” stampati dal gruppo di Alleanza nazionale più vicino alla consigliera Laura Marsilio, manifesti che sottolineavano, prendendosi il merito, un importante obiettivo amministrativo raggiunto.

E, avendo scoperto il giochetto, mi divertivo a chiamare Laura ed i suoi “mosche cocchiere”, quelle che stanno sulla criniera del cavallo e che vorrebbero far credere che non è il cavallo che galoppa ma sono loro che corrono.

Il giochetto era semplice. Nel momento in cui avviavo, insieme alla mia maggioranza, l’iter per risolvere un qualche problema esistente (dal degrado di un giardino all’esistenza di un campo nomadi, da voragini stradali a qualsiasi altro ancora) Laura partiva con una campagna militante di denuncia su quel problema specifico chiedendo a gran voce che il problema fosse risolto (e siccome sapeva in cuor suo che ero bravo sapeva anche che lo avrei risolto). Appena l’intervento era stato fatto appariva il solito manifesto con su scritto “Vittoria!! Grazie alle denunce di ….”

Questo giochetto comunque non ha mai portato grandi successi elettorali ad AN ed alla destra, cosiccome non hanno mai avuto grandi successi il cavalcare da parte loro tutte le proteste anche le più becere.

9.11

I cassonetti

Amministrare è un arte difficile, perché si tratta di scegliere e prendere delle decisioni. Quando si amministra di fronte ai nodi da sciogliere si devono perdere le cattive abitudini della politica, perché quasi sempre in politica, di fronte ad opzioni diverse, l’unica decisione che si prende è quella di rimandare lo scioglimento dei quei nodi ad un’altra riunione e poi ad un altra ancora.

Io credo che quando si amministra è meglio scegliere di fare subito anche una cosa di cui non si è proprio convinti piuttosto che non scegliere affatto. E soprattutto non bisogna pensare di poter accontentare tutti. Chi pensa di poter accontentare tutti è un amministratore che non sceglie e che non decide.

Banalmente ho imparato questa semplice lezione quando sin dall’inizio cominciarono ad arrivare le petizioni e le lettere sul posizionamento dei cassonetti. C’era chi li voleva davanti al proprio portone perché era anziano o semplicemente perché gli dava fastidio fare dieci metri per andare a smaltire il sacchetto dell’immondizia, c’era chi al contrario protestava perché non voleva averli davanti al proprio portone in quanto rovinavano il decoro del palazzo o perché erano sotto il proprio balcone e soprattutto l’estate gli effluvi non propriamente profumati arrivavano fin dentro casa. C’era poi chi non li voleva proprio perché rubavano posti macchina. E c’era poi il contrasto tra chi li voleva vicino alla propria abitazione ed il commerciante che faceva fuoco e fiamme per farseli togliere da vicino alla propria vetrina.

E questo era un banale e tipico esempio del fatto che qualsiasi decisione si fosse presa avrebbe scontentato qualcuno. Ed allora insieme all’AMA prendemmo la decisione, a meno di casi eclatanti e palesemente ingiusti, di non toccare mai i posizionamenti dei cassonetti di fronte alle lettere di protesta, sicuri che se li avessimo spostati sarebbero arrivate lettere di protesta di segno contrario.

9.12

Gli sporcaccioni

Roma è la più grande città italiana ed il suo servizio di pulizia ha sicuramente molte disfunzioni. Ma queste disfunzioni sarebbero meno gravi se tutti i cittadini dimostrassero per i luoghi aperti della città (strade e piazze) lo stesso rispetto per il decoro che hanno dentro i loro appartamenti (non credo che qualcuno dentro casa getti sul pavimento del salotto o in camera da letto i pacchetti di sigarette vuoti o le cartacce oliate della pizza).

Passando spesso in una strada vicino alla mia abitazione al Prenestino notavo che era continuamente sporca, piena di rifiuti e di cartacce. I responsabili dell’Ama mi assicurarono che in quella strada il netturbino passava regolarmente. I controlli che chiesi confermarono le parole del responsabile locale dell’Ama. Ed allora volli fare un esperimento.

Facemmo togliere per una mattinata tutte le macchine parcheggiate ed inviammo nella strada vuota le spazzatrici ed una squadra nutrita di netturbini. Fu fatta una pulizia accurata. Ci mancava solo che lavassimo con il sapone.

Ripassai il giorno dopo in quella strada. La situazione era come quella di prima delle grandi pulizie. Erano entrati in azione gli sporcaccioni.

9.13

Le fontane ornamentali

Quando si realizza una nuova opera non bisogna farsi prendere la mano dai luoghi comuni.

Ed un luogo comune è quello che dice “perché le fontane ornamentali ci devono essere solo nel centro storico ?”.

Quando si realizza un opera bisogna pensare a tante cose ed innanzitutto a come in futuro questa opera verrà mantenuta.

E se è una bella idea realizzare su piazze o parchi le fontane ornamentali la mia esperienza mi dice che il difficile viene dopo, perché è difficile trovare chi fa la pulizia della fontana, che la tiene in manutenzione ed è difficile impedire che si riempia di lattine di coca cola, buste di plastica e mondezza varia (bastano pochi sporcaccioni a trasformare questi luoghi in discariche).

La mia prima esperienza ingenua di realizzazione di una fontana ornamentale avvenne in piazza della Maranella. L’idea era bella, dotare uno spiazzo anonimo ed aggredito dal traffico di un elemento ornamentale che lo riscattasse. E la realizzai in economia, con un progetto molto semplice fatto dall’architetto Messina che all’epoca dirigeva l’Ufficio tecnico del Municipio.

In breve tempo si riempì di sporcizia ed ogni volta era un problema pulirla. E poi nelle fontane che, obbligatoriamente, devono avere l’acqua in ricircolo, ogni tanto si rompeva la pompa e prima di poterla riparare passavano mesi. E’ finita che chiamai il responsabile del servizio giardini e gli dissi di riempire di terra il vascone della fontana e ci feci mettere le rose come arredo floreale.

Ma il problema più grosso lo ha dato  la fontana al centro di Largo Agosta. Certo al centro di quella piazza, la cui realizzazione è stata da me fortemente voluta sin da quando la feci inserire nel 1996 nel progetto centopiazze di Rutelli, quella fontana ci starebbe bene. Ed invece non ha mai  funzionato. E ricordo che quando si stava realizzando la piazza io ero contrario a chè si realizzasse quella fontana. L’esperienza di piazza della Maranella mi aveva segnato. Ma molti cittadini che seguivano il cantiere come direttori lavori aggiunti (soprattutto anziani) spinsero affinchè fosse messa lì al centro una fontana ornamentale con la motivazione appunto che le “fontane non devono stare solo al centro di Roma”. E la fontana fu fatta.

Ricordo però che il giorno della inaugurazione con Veltroni misi le mani avanti, raccontando che io la fontana non l’avrei fatta ed augurandomi di sbagliare.

Ma non mi ero sbagliato. Tra sporcizia, pompe che si rompevano e tante altre disfunzioni quella fontana era diventata nel quartiere un punto di malessere che mette in secondo piano la bellezza e la funzionalità della piazza.

Ho per anni sostenuto con i miei successori che ci voleva un po’ di coraggio e decidere di riempire il vascone, che è molto grande, con la terra e trasformarlo in un piccolo spazio verde al centro della piazza, ornato di fiori e, verificandone la fattibilità, con qualche altalena per i bimbi.

Dopo tanti anni a fine 2015 finalmente è stato fatto quello che io sostenevo da un decennio. Quel luogo di degrado in bella e vera piazza è stato sostituita da un piccolo spazio verde.

10.1

Lo zozzone

Per lunghi mesi si aggirò al quinto piano di via Torre Annunziata dove era la Presidenza ed i gruppi consigliari uno strano personaggio. Era vestito in maniera molto trasandata ed emanava l’odore di chi non si lava da molte settimane. A guardarlo da vicino aveva le unghie lunghe e sporchissime, incrostate di lerciume. Portava sempre con sé un libro che apriva all’occorrenza e non ricordo se era il codice civile o una raccolta di leggi inerente il commercio ambulante.

Veniva in circoscrizione tutti i giorni per protestare in maniera vivace perché vicino al suo negozio di frutta e verdura era stata concessa una autorizzazione ad un produttore stagionale. Quelli della opposizione se lo erano adottato. Per tutti ormai era “lo zozzone”. Claudio Moretti ci scrisse sopra decine di raccontini surreali e divertenti. Naturalmente nel merito non aveva ragione, primo perché il produttore non era attaccato al suo negozio e secondo perché la zona in cui stava era completamente sprovvista di negozi o supermercati e il più vicino mercato rionale era molto distante.

Fino a qui niente di straordinario. Questioni di ordinaria amministrazione, quando si prende una decisone c’è sempre chi è favorevole e chi è contrario, se si dovessero accontentare tutti non si prenderebbe mai nessuna decisione. E su ogni cosa c’è chi la vuole cotta e chi la vuole cruda.

La cosa simpatica fu che un giorno mandai i vigili urbani a fare un sopralluogo accurato presso quel produttore per controllare se corrispondevano al vero le denunce dello zozzone su una serie di abusi compiuti. Pregai poi i vigili di farmi la cortesia di andare a riferire presso il negozio di chi aveva fatto l’esposto l’esito del sopralluogo.

La vigilessa che compì tale sopralluogo venne poi da me a riferire. E tra me e lei si svolse un dialogo di questo genere:

  • Presidente, se devo chiudere un occhio lo faccio ma non mi chieda più di fare questi sopralluoghi

  • Ma io non le ho chiesto di chiudere nessun occhio, se il produttore è andato contro la legge bisogna perseguirlo…

  • Ma no Presidente, il produttore era perfettamente in regola, è quel signore che ha fatto l’esposto che non lo è…

  • E cioè…

  • Lei non può capire la condizione igienico sanitaria del suo negozietto, appena entri c’è un tanfo da farti stare male…. Secondo me è da chiudere…io non ci vado più….perchè se torno ci devo andare con l’ufficio di igiene.

Ed ecco svelato il mistero. Non era il produttore a mettere in crisi il negozio dello zozzone ma il fatto che come poi seppi in zona tutti sapevano della sua poca igiene e quindi nessuno si azzardava ad andare a fare spese da lui.

10.2

Il consigliere punto e due punti e punto e virgola

Un altro personaggio originale è stato un consigliere dell’opposizione che scriveva una gran quantità di interrogazioni ed esposti. E anche fin qui niente di straordinario. Fa parte della funzione e dei doveri di un consigliere chiedere informazioni su quanto riguarda la vita amministrativa del territorio.

La cosa che ci colpiva ogni volta e ci faceva morire dal ridere era la forma completamente sgrammaticata di queste interrogazioni, che non interrogavano ma il più delle volte erano delle invettive in cui alla frase mancava il soggetto o addirittura il verbo, in cui il carattere minuscolo si alternava al maiuscolo ed il maiuscolo compariva per sottolineare parole di sdegno quali VERGOGNA o VERGOGNATEVI..

E queste parole di sdegno erano immancabilmente seguite da punti, due punti, punti e virgola, punti esclamativi messi a casaccio, stile “Totò, Peppino e a malafememna”

10.3

Presidente…sono illibata!

La signora P. mi aveva chiesto, con aria misteriosa, un appuntamento, doveva parlarmi di cose gravissime che non potevano essere raccontate per telefono.

Era una signora ultra settantacinquenne, in ottima salute, che vestiva alla bella epoque e sul viso un trucco vivace. Era però malgrado l’aspetto una signora per bene. Era solo un po’ stravagante. Il motivo per cui aveva chiesto di incontrarmi in gran segreto, quasi fosse un affare di Stato, era relativo a ciò che di irregolare accadeva, a suo dire, in una palazzina di proprietà comunale in via Valente.

E la signora P. mi raccontò di essere perseguitata dal portiere, dalla figlia del portiere e da un gruppo di ragazzacci tutti in combutta con il portiere. E snocciolava nomi a ripetizione.

Si trattenne con me circa un ora ed in quell’ora attraverso il suo racconto conobbi tutti i personaggi che vivevano nella palazzina, dai vicini di casa prossimi a quelli del piano di sopra e di ognuno giù con i particolari.

Quando era arrivata nella mia stanza era molto agitata ma dopo l’abbondante chiacchierata si era distesa e, dopo avermi ringraziato per averla ascoltata, se ne andò tranquilla tranquilla.

Questa mia capacità d’ascolto e l’educazione che avevo dimostrato nei suoi confronti probabilmente l’avevano colpita perché ad intervalli regolari tornò più volte ed ogni volta, come in una commedia di Eduardo, la scena si riempiva di personaggi.

L’ultima volta feci fatica per non sbottare a ridere mentre, con la faccia seria e compunta, mi raccontava di un tentativo di aggressione a scopo sessuale compiuta sul marciapiede di via Valente dai soliti ragazzacci in motorino. Mi raccontò che gli giravano intorno con le due ruote ed uno di loro minacciò di violentarla se non la smetteva di fare le denunce. Con le lacrime agli occhi e la voce accorata mi disse pressappoco: “ha capito Presidente…mi vogliono violentare…a me…..a me che sono illibata!!”.

Quella fu l’ultima volta che la vidi..

10.4

Il venditore di cravatte

Un consigliere di opposizione, oltre a svolgere la sua funzione di consigliere, vendeva cravatte e t-shirt firmate. Fin qui niente di originale. La cosa carina stava nel fatto che spesso questo consigliere portava la merce nelle riunioni di consiglio ed io dall’alto del mio scranno vedevo i consiglieri che in maniera bipartizan si sceglievano la cravatta o la maglietta firmata.

Questo consigliere si distingueva poi per un aspetto della sua attività istituzionale molto originale e devo dire anche utile. Si occupava molto di mondezza e mi presentava sempre delle interrogazioni accompagnate da fotografie. Non generiche. Le preparava in un modo singolare. Il consigliere personalmente depositava su un marciapiede un pacchetto di sigarette vuoto o un pezzo di carta appallottolato. E se dopo 10 giorni lo trovava ancora nel posto dove lo aveva depositato la considerava la prova ineccepibile del fatto che in quella strada il netturbino non era passato. Devo dire che utilizzavo volentieri queste “prove” per tenere sotto pressione i dirigenti dell’AMA e quelle interrogazioni erano per me uno strumento per governare meglio.

11.1

Padre Claudio

Tra le persone che l’esperienza al Municipio mi ha consentito di conoscere un posto di primo piano assume sicuramente un prete dall’accento nordico, dalla barba disordinata e dall’aspetto vagamente sessantottino. Sto parlando di Padre Claudio, responsabile dell’oratorio di San Barnaba e fondatore della casa famiglia Ludovico Pavoni.

Padre Claudio, malgrado il suo aspetto trasgressivo, era ed è un prete strettamente legato alla Chiesa, rispettoso delle gerarchie e dei suoi superiori. Ed ha dedicato e dedica tutta la sua attività ai ragazzi difficili, italiani e stranieri. Con una particolarità. Per accogliere chi soffre non chiede a quale religione appartengano e nella sua casa famiglia non è un eccezione incontrare anche persone di altre confessioni, islamiche o altro.

Padre Claudio nella sua profonda fede e nella sua apparente ingenuità dice sempre che Cristo non faceva queste distinzioni.

Fu un emozione sentirgli raccontare dal pulpito, in occasione dei festeggiamenti per l’anniversario della sua nomina a sacerdote, la storia della sua famiglia e di lui ragazzino, emigranti meridionali nel nord, che a fatica si integrava con gli altri ragazzi, dai quali anzi veniva escluso perché terrone. E non lo diceva per parlare di sé ma per parlare, in una Chiesa stracolma, della nuova immigrazione da paesi lontani, per parlare della necessità del dialogo. Per dire a modo suo no al razzismo.

11.2

Don Vito

San Leone è la parrocchia che ho frequentato da ragazzino, nel suo oratorio andavo a giocare a biliardino e se non ricordo male ho pure provato a fare il chierichetto, prima di entrare in quella fase dell’adolescenza che ti porta a dubitare di tutto ed infine scegliere di non credere e convincersi di non possedere quella fede necessaria per dirsi un buon cristiano.

Nei 13 anni di Presidenza Don Vito è stato il parroco di San Leone. Ho avuto l’impressione che i primissimi tempi mi guardasse con sospetto, ero il comunista del quartiere e le sue simpatie politiche erano, diciamo così, sicuramente centriste.

Frequentandoci invece i nostri rapporti divennero semplici e positivi e si sciolsero tutti i retropensieri che sia io che lui avevamo reciprocamente. Quello che ho apprezzato in lui è la sua semplicità quasi contadina, non affettata ma rude, che se ti deve dire qualcosa di sgradevole non te lo manda certo a dire. E parlando spesso con lui ho scoperto la sua profonda cultura. Quando me ne sono andato, sostituito tra l’altro da un rappresentante della Rosa nel pugno, era veramente dispiaciuto e credo proprio che fosse sincero.

11.3

La neocatecumenale

Per alcuni anni una giovane signora proprietaria di un negozio di DVD collaborò con il Municipio nella organizzazione di alcune rassegne cinematografiche in piazza.

Era una donna intraprendente, piena di idee e profondamente cattolica, anzi esponente del movimento neo catecumenale. Entrammo in confidenza e ci davamo del tu.

Grande fu la sorpresa quando la scoprì profondamente razzista e xenofoba.

Nel periodo in cui con il Sindaco Veltroni stavamo lavorando per trasferire le oltre 900 persone che vivevano in condizioni disumane dentro i capannoni della vecchia Snia, si diffusero nella città voci incontrollate sui luoghi dove il Comune avrebbe deciso il trasferimento.

In uno di questi luoghi, in un Municipio limitrofo, i cittadini organizzarono delle vere e proprie ronde ed inscenarono manifestazioni contro un trasferimento che nessuno aveva deciso.

In quei giorni fui invitato dalla emittente Roma uno ad un dibattito insieme ad un Consigliere comunale dell’opposizione e ad alcuni cittadini del quartiere in rivolta.

Grande fu la sorpresa di trovarmi di fronte la giovane signora cattolica e neocatecumenale. Ed ancora più sorprendente fu sentirgli dire nel corso della trasmissione e nelle pause fuori onda delle cose da ku klux kan.

Alla fine della trasmissione passando dal tu al lei gli dissi seccamente e senza aspettare risposta :

“ vede signora, io sono ateo ma sono sicuro che quando morirò se c’è un aldilà io andrò in paradiso, lei sicuramente può battersi il petto quanto vuole ma andrà sicuramente all’inferno”.

11.4

Claretta del Quadraro

Conobbi Claretta nel corso delle riunioni che facemmo al Quadraro per discutere il piano particolareggiato. Era un travestito ormai anziano, dal linguaggio romanesco e sboccato, agghindato di tutto punto e vivacemente truccato.

Claretta aveva abitato da giovane al Pigneto ed i più anziani se lo ricordavano bene. Viveva negli anni 60 in una casetta semi diroccata davanti al ponticello della ferrovia, dove oggi ci sono i cantieri della linea C. La casetta era stata abbattuta alla fine dei sessanta per costruire le scuole nuove e realizzare un tratto della Circonvallazione che sbuca sulla Casilina.

Quelli che se la ricordavano mi avevano raccontato di un suo matrimonio per generosità con una battona, soprannominata l’ombrellara, a cui serviva un marito formale perché era nei guai con la legge. Non avevano mai però vissuto insieme, fu appunto un matrimonio formale tra un travestito omosessuale ed una battona in difficoltà.

Un giorno Claretta mi viene a cercare tutta disperata perché, avendo lo sfratto, doveva produrre per difendersi dei documenti in cui dimostrava di essere single. Invece alla richiesta del necessario certificato venne fuori quella vecchissima storia, risultava sposato e questo gli avrebbe creato dei problemi. Fu in quella occasione che mi raccontò del suo matrimonio e dell’ombrellara confermandomi le storie che mi erano state narrate nel quartiere. Nessuno mi ha avvvertito della sua morte ed ogni volta che passo al Quadraro mi sembra sempre di vederla con i suoi capelli biondo tinti e le sue gonne svolazzanti.

11.5

L’architetto

Giovanni era negli anni 70 uno studente universitario di Architettura che era venuto ad abitare al Pigneto da solo (a quell’epoca erano pochi gli studenti che abitavano nel quartiere). All’epoca ci frequentavamo e soprattutto andavamo a mangiare da Gino, una vecchia trattoria a poco prezzo e dalla cucina sana, che si trovava in via del Pigneto (accanto al bar di Rosi e dove oggi c’è il laboratorio di un elettricista).

Giovanni abitava in una palazzina che nel 1981 saltò in aria per lo scoppio di una bombola del gas. Quel giorno non era in casa e si salvò la pelle. Dovette cambiare quartiere e lo persi di vista.

Verso la fine degli anni 90 mi era stato mandato come Direttore dell’Ufficio tecnico un ingegnere molto strano che cominciò a bloccare con cavilli burocratici tutta una serie di opere pubbliche urgenti che avevamo messo in cantiere. In più si era messo in urto con tutto il personale ed in particolare con i geometri con i quali non parlava in quanto gli diceva erano una categoria inferiore. Il colmo, che mi convinse definitivamente che non era adatto a quel compito delicato, fu quando fece attaccare sui muri un ode all’ingegnere.

Naturalmente andai dall’Assessore ai lavori pubblici Esterino Montino e gli dissi che se non me lo cambiavano facevo scoppiare un casino. Montino mi promise che mi avrebbe mandato un architetto che doveva arrivare da Siena in seguito ad un cambio di personale con una architetta del suo dipartimento che voleva trasferirsi nella città toscana. Mi disse che non lo conosceva e che gliene avevano parlato bene. Io gli dissi di procedere, tanto con quell’ingegnere si era tutto bloccato.

Dopo qualche settimana incontrai Giovanni sul pianerottolo del quinto piano di via Torre Annunziata, davanti al mio ufficio. Lo salutai frettolosamente pensando che fosse uno dei tanti conoscenti che ogni tanto venivano e volevano parlarmi di chissà quale problema. Quella mattina ero in ritardo su tutti gli appuntamenti e non potevo trattenermi a fare salotto.

Fu allora che Giovanni mi disse:”Ma non ti ha detto niente l’Assessore Montino?”. Capìì che l’architetto che veniva da Siena era proprio Giovanni, scampato al disastro della palazzina scoppiata di via del Pigneto e che non vedevo da oltre 15 anni.

11.6

Aldo Poeta

Il Quadraro lo conobbi a fondo nella seconda metà degli anni 80, ero poco più che trentenne, grazie ad Aldo Poeta.

Aldo era un vecchio comunista che nella sua vita ne aveva viste di tutti i colori.

Ed abitava al Quadraro.

In quegli anni mi occupavo di periferie per il PCI romano guidato dal trentaquattrenne Goffredo Bettini e Aldo fu un mio grande maestro.

Il suo cruccio era sempre stato quello di liberare il Quadraro dalla mannaia dello SDO nel cui perimetro era stato inserito alla metà degli anni sessanta. Nel vecchio Piano regolatore generale l’area SDO del Quadraro era destinata a far passare il famoso asse attrezzato al posto delle case esistenti e quindi quello che non erano riusciti a fare neanche i tedeschi (cioè radere al suolo il Quadraro, chiamato dagli occupanti il nido di vespe) lo avevano progettato un gruppo di architetti e urbanisti con un semplice segno su una pianta.

Aldo per anni si era battuto per liberare il Quadraro da questo destino, che non si sarebbe certo mai avverato (volevo vedere un Sindaco decidere di abbattere e mandare via un pezzo di città) ma che provocava disagi fortissimi ai piccoli proprietari delle casette del quartiere che per ogni intervento di ristrutturazione dovevano firmare una richiesta di rinuncia al plusvalore in quanto sul piano regolatore le loro case erano destinate ad essere espropriate. E tra l’altro molti interventi di ristrutturazione erano anche non consentiti dal vecchio PRG.

Nel corso dei miei anni da Presidente il piano particolareggiato del Quadraro fu approvato e reso vigente dalla Regione in via definitiva nel 2003 o nel 2004 , non ricordo precisamente.

Non ho mai potuto però avere vicino Aldo perché in quegli anni le sue condizioni di salute erano peggiorate, aveva avuto un ictus e passava molto del suo tempo senza uscire di casa. Inutilmente nelle numerose assemblee che facemmo nel quartiere cercavo ogni volta la sua testa canuta, il suo sguardo intelligente.

Ogni tanto lo chiamavo e, malgrado la sua malattia, era sempre lucido e vivace, con la sua voce arrochita ed il suo romanesco antico, vero, non contaminato.

11.7

Teresa Frassinelli

Quando eravamo giovani Teresa Frassinelli ci incuteva soggezione. Era una donna autorevole e combattiva, presente in tutte le battaglie che si facevano a Torpignattara, fondatrice ed anima del Centro Anziani di via degli Angeli, dirigente della CGIL pensionati.

Non aveva peli sulla lingua e non si intimidiva neanche davanti al Presidente della Repubblica.

Qualche anno prima che io diventassi Presidente avevamo avuto, non ne ricordo più il motivo, degli screzi politici e discutere con Teresa era sicuramente una cosa impegnativa. Ci fu un periodo che ci salutavamo a malapena.

Ma Teresa aveva un forte senso di appartenenza oltre che una lucida intelligenza politica ed io per lei ero uno dei suoi ragazzi (forse un po’ scapestrato), uno di quelli che aveva visto crescere. Ed allora dal momento che divenni Presidente del Municipio guai a chi mi toccava, lei poteva criticarmi anche aspramente, ma mai davanti agli altri e se qualcuno provava ad attaccarmi Teresa scendeva in campo come un panzer in mia difesa.

11.8

Ezio Fiorini

Conobbi Ezio quando una delegazione degli abitanti delle case comunali di via San Giusto al Collatino vennero a trovarmi per espormi i loro problemi.

Prima di andare in pensione era stato dirigente sindacale della CGIL nel settore dei camionisti ed aveva quindi una grande esperienza di assemblee agitate e dove bisognava saper tenere la barra diritta. Era un uomo calmo, riflessivo che aveva per tutti la risposta giusta e la parola convincente. Nel quartiere lo stimavano per queste sue qualità e non certamente per essere il fratello del cantante romano Lando, di cui lui andava orgoglioso anche se ne parlava pochissimo.

I palcoscenici che Ezio aveva calcato erano stati diversi ed erano le animate e dure assemblee sindacali, le delegazioni trattanti con i padroni per ottenere migliori condizioni di vita e infine quelle case popolari al Collatino dove abitava con la moglie e che sono state l’occasione del suo impegno nell’ultima parte della sua vita.

Quando Ezio cominciò a stare male, e dovette abbandonare ogni attività, per me fu tristissimo sia perchè era doloroso vedere un amico consumarsi sia perchè mi mancavano i suoi consigli e la sua saggezza.

11.9

Padre Sebastian

La comunità di Padre Sebastian opera a largo Preneste, alle spalle della postazione della Croce rossa ed a ridosso dei campi sportivi. Seguendo gli insegnamenti di Madre Teresa di Calcutta accolgono i diseredati della terra, offrono pasti caldi e, nei limiti del possibile, un tetto per le persone povere, per lo più immigrati.

L’ho conosciuto in una occasione spiacevole. Animato dalla volontà di fare del bene allargando gli spazi dentro cui opera con la sua azione caritatevole aveva commesso un abuso edilizio ed i vigili del VI gruppo gli avevano messo sotto sequestro l’immobile.

Quando ci parlai Padre Sebastian, con un candore ed una buona fede a prova di bomba, non capiva perché, lo aveva fatto a fin di bene, per aiutare le persone in difficoltà.

Quell’episodio aveva smosso le alte gerarchie del Vaticano che intervennero presso il Sindaco Rutelli, della vicenda si dice se ne fosse interessato direttamente il Santo Padre Giovanni Paolo II.

Fu messa al lavoro una squadra di architetti per cercare di risolvere il problema. E ricordo la felicità di Padre Sebastian quando la soluzione fu trovata e, nel rispetto delle regole, gli fu consentito di ultimare i lavori.

11.10

Vezio Orazi

Credo che il mercato di Villa dei Gordiani in via Rovino d’Istria sia il mercato rionale più moderno e ben gestito di Roma.

Il merito va agli operatori di quel mercato ed in particolar modo a quello che per tanti anni è stato il capo mercato e che ha svolto quel ruolo per tanti anni. Parlo di Vezio Orazi, commerciante di razza e con una profonda mente politica.

Conoscevo Vezio da tantissimi anni e mi ha sempre colpito in lui la calma e la lucidità mantenuta anche nei momenti più complicati.

Ha condotto con energia le sue battaglie per la salvaguardia dei mercati ma sempre tenendo conto l’interesse generale e sempre combattendo anche i limiti di una categoria che spesso non riesce a diventare categoria imprenditoriale.

Se il mercato di via Rovino d’Istria è sempre affollato, se, malgrado la crisi e malgrado sia stato accerchiato dalla recente apertura di nuovi centri commerciali, si difende bene è perché Vezio ha cercato di far capire ai suoi operatori che nel momento in cui il modo di fare la spesa stava cambiando e dal momento in cui dalla strada si passava ad una struttura coperta bisognava cambiare la mentalità, non più piazzaroli ma esercenti che debbono tenere insieme le caratteristiche umane tipiche dei vecchi mercati rionali con la modernità delle tecniche di vendita.

11.11

Laura e Massimo

Quando nel ’93 entrammo in Circoscrizione per la prima volta il Consiglio era profondamento rinnovato, sia nella maggioranza che nell’opposizione. E nell’opposizione erano stati eletti due giovani militanti del MSI, molto diversi tra di loro, Laura Marsilio e Massimo Davenia. Sono stati avversari politici molto duri ma mai nemici. Laura era proprio una ragazzina molto idealista, mentre Massimo si trovava già a suo agio nei giochi della politica che poi lo portarono ad essere eletto per AN in Consiglio Provinciale.

Ricordo il loro stupore quando andai ad uno degli anniversari nella parrocchia di San Luca in ricordo di Mario Zicchieri, un giovane missino, un ragazzino, ucciso davanti alla sua sezione dalla follia omicida che negli anni di piombo era dilagata nel nostro paese.

Nel caleidoscopico scomporsi e ricomporsi della vecchia destra sociale romana ho perso le tracce della loro attuale collocazione nella geografia di quella che è stata una forza dal forte insediamento popolare.

11.12

Alberto Sergenti

Alberto è un uomo senza tempo. Un ultraottantenne con una energia da far invidia ad un ragazzo. E’ stato  il ferreo Presidente del Centro Anziani di Villa Gordiani. Da sempre credo. E quel centro è sempre stato all’avanguardia, con iniziative culturali, dibattiti sulla storia, conferenze sulla salute, mostre e tanto altro. Come dovrebbe essere ogni centro anziani. Ricordo le scintille che si accendevano tra Alberto e Teresa Frassinelli. Venivano dalla stessa storia ma erano profondamente diversi. Li accumunava sicuramente il carattere molto forte ed il fatto che non si facevano sfuggire niente. Ed anche Alberto non consentiva che io fossi criticato, lui lo faceva spesso quando qualcuna delle mie decisioni non gli andava a genio ma di fronte agli altri prendeva sempre le mie difese. Credo che sia un riflesso condizionato derivante dalla disciplina del “centralismo democratico” in auge nel partito in cui io, Teresa ed Alberto siamo stati orgogliosi di militare, loro certamente per una questione anagrafica prima di me ed in periodi più difficili.

11.13

Pietro D’Alessio

Pochi giorni dopo la mia elezione incontrai l’allora dirigente del servizio giardini. Un uomo a cui mancava poco per andare in pensione e che, seduto davanti a me, dormiva, quasi ronfando, mentre gli parlavo. Non ne ebbi una bella impressione e chiesi a Loredana De Petris un nuovo dirigente. Ed arrivò Pietro D’Alessio che diresse per quasi dieci anni il servizio giardini del Municipio. Fu una svolta. Pietro è stato un uomo straordinario e grazie a lui è stato possibile realizzare parchi, giardini, aree attrezzate.

Era il contrario dei “nonsipuotisti”, affrontava di petto le difficoltà e le superava con molto ingegno. Aveva un grande carisma e riusciva a far lavorare i suoi uomini con entusiasmo e passione. La mia esperienza mi ha insegnato che sono le persone a fare la differenza e la sua scomparsa ha lasciato un grande vuoto che si vede girando per i parchi e i giardini del Municipio.

Un episodio la dice lunga sulla sua praticità e sul suo modo di risolvere i problemi.

Stavamo realizzando il parco di Villa De Santis. Ad un certo punto la sopraintendenza archeologica oltre a vietare che si piantassero alberi nei punti soprastanti le catacombe (e questo era giusto e comprensibile) chiese che sul fronte di via dei Gordiani i cipressi che là erano previsti fossero piantati con tutto il vaso. Non c’erano motivi validi per questa richiesta, sapevamo che in quel punto c’era solo terra di riporto e nessuna emergenza archeologica, ma la sopraintendenza si impuntò.

Pietro la risolse a modo suo. Fece rompere la parte laterale ed inferiore dei vasi e piantò i cipressi facendo in modo che dall’esterno si vedesse il bordo dei vasi stessi. Così la sovrintendenza fu contenta e le piante non sono morte e stanno ancora là.

12

Auschwitz e Valter Veltroni

Il più bell’omaggo che Valter Veltroni mi fece nell’ultimo anno del mio mandato fu quello di invitarmi ad andare con lui ad Auschwitz. Ogni anno il Sindaco accompagnava ad Auschwits 250 studenti delle superiori romane, insieme ai rappresentanti della comunità ebraica romana e, presenza straordinaria, una delegazione di reduci da quel campo di sterminio nazista.

Per me quella primavera del 2005 vivrà sempre come un ricordo indimenticabile.

Ricorderò sempre Slomo Venezia che raccontava, sul luogo preciso dove quei fatti erano accaduti, come a 14 anni era costretto a prendere i cadaveri di quelli passati nelle camere a gas per buttarli in una fossa comune dove venivano dati alle fiamme.

E ricorderò sempre le parole di quel reduce che veniva da Cipro, che aveva perso tutta la sua famiglia in quel campo, e che era la prima volta che tornava in quel luogo.

E le sorelle Bucci, che all’epoca erano bambine, che ci accompagnavano a visitare il settore del campo di sterminio dove erano ammassati i più piccoli.

E i ragazzi diciottenni che piangevano e prendevano appunti e che facevano domande.

E l’ultima sera, dopo la cena collettiva, quando Valter chiama ad uno ad uno accanto a sé i reduci ed i ragazzi in piedi ad applaudire commossi, vere e proprie stand ovation, di quelle che si dedicano solo alle stars.

Fu in quella occasione che inquadrai nella sua giusta dimensione l’uomo Veltroni, non il politico o il Sindaco. E capì che uomo, politico e Sindaco erano figure che per lo più coincidevano.

La vulgata su Valter diceva che era un uomo immagine e che come ogni abile comunicatore costruiva un mondo che non era quello vero. (questa vulgata la spargevano a piene mani i dalemiani ed io a lungo sono stato dalemiano, purtroppo).

Quel viaggio mi confermò una intuizione che avevo avuto. Valter è così come lo vedi. E comunica bene quello che è realmente. Quei giorni ad Auschwitz lo vedevo appassionarsi a discutere con i ragazzi fino a notte fonda, commuoversi con noi nei momenti più intensi, curare i piccoli particolari della giornata. dalle strade da fare per giungere in un posto alla preoccupazione di non perdersi nessuno per strada.

Non voglio dipingere Veltroni come immune da difetti, ce l’ha e sono anche tanti. E non voglio dipingerlo come immune da errori.

Quello che voglio dire è che c’è secondo me un legame forte tra il suo vissuto, le sue convinzioni vere, gli obiettivi profondi della sua vita ed il suo modo di comunicare. Non è un modo il suo solamente tattico ma la necessaria tattica viene subordinata ad un a visone della vita e del mondo.

Questo lo avevo già intuito quel giorno che me lo vidi arrivare, senza scorta e senza giornalisti al seguito, ai funerali di un ragazzo che si era suicidato in maniera incomprensibile (non ne parlò nessun giornale) o quando i suoi uomini arrivarono in forza per dare conforto alla famiglia di un altro ragazzo morto fulminato da un palo della luce.

E il suo capolavoro vero è stato quello di aver provato a ridare alla nostra città il senso di una comunità, l’orgoglio di dirsi e sentirsi romani, il tentativo di ricucire laddove c’erano fratture sociali, di intervenire con una rete di servizi diffusa e includente.

Un modo di fare politica che guarda all’individuo. Più faticosa e difficile certo. Ma l’unica possibile e l’unica in grado di ricostruire quel legame sociale che il turbinio delle globalizzazioni economiche, sociali, culturali hanno frantumato e distrutto.

13

CONCLUSIONI AL VETRIOLO

Ora qualcuno dirà: poiché i Ds prima, ed il PD adesso, si sono riempiti la bocca della parola merito uno come Enzo, che ha fatto queste cose e soprattutto le ha vissute con questa passione, oggi sarà stato sicuramente promosso. Quantomeno gli avranno offerto un posto in Parlamento.

Qualcuno penserà: è stato al fronte per 13 anni dove ha amministrato oltre 100.000 persone, ha prodotto risultati, non si è mai tirato indietro lavorando per i cittadini, il suo partito nel sesto municipio ha raggiunto le percentuali tra le più alte a Roma, la coalizione locale è sempre stata 4/5 punti più della coalizione a livello cittadino, uno così lo avranno sicuramente premiato, mbeh sì, sarà andata così se è vero che va premiato il merito (e scusata l’immodestia, anche il talento).

Invece è andata in tutt’altro modo. Dopo un breve giro in una azienda del Comune (da cui mi sono dimesso dopo la vittoria di Alemanno e senza concordare buonuscite come hanno fatto altri) sono tornato in produzione, timbro tutte le mattine il cartellino, non ho incarichi politici e, devo dire in questa fase nemmeno li vorrei. L’unico incarico che mi è rimasto è quello di far parte del coordinamento del circolo Pigneto Prenestino e ne sono orgoglioso perchè è lì che ho le mie radici.

Al mio posto in Parlamento ci sono amdati quelli che hanno saputo leccare bene il culo e che hanno saputo sgomitare mettendo sul tavolo il numero di preferenze personali da utilizzare per questo o per quello in qualche grande occasione.

Il mio errore (ma è un errore di cui vado fiero e che rifarei) è stato quello di guardare all’interesse generale e della coalizione e non al mio interesse personale. Non ho mai costruito mailing list per le migliaia di questioni che ho affrontato e che ho risolto, non ho mai lavorato per consolidare un mio orticello personale, un mio potere da utlizzare quando se ne sarebbe presentata la occasione.

Ho sempre pensato che se uno fa bene il proprio lavoro prima o poi verrà premiato. Invece non è così. E questo modo di fare politica mi fa schifo.

Ma non abbandono. Vedo anche tante cose positive. Che fanno fatica però ad emergere e nei miei secondi 50 anni di vita vorrei impegnarmi perché questo positivo che vedo diventi la norma.

Ai ragazzi dico di non essere coglioni come me ma neanche di uniformarsi ad uno stile che guarda solo all’interesse personale. Siate ambiziosi ma non arrivisti. Siate umili ma non modesti.

Annunci