Affittopoli, non fare di tutta l’erba un fascio.

 

Naturalmente il tema di “affittopoli” a Roma è un tema appetibile per il sistema dei media che hanno bisogno quotidianamente di merce scandalistica fresca per vendere copie e per le forze populiste che su queste ondate di scandali (veri o falsi che siano) speculano ingrassando il loro consenso.

E naturalmente questo non esime la pubblica amministrazione e la magistratura (penale e contabile) dall’andare a vedere eventuali magagne.

Bisogna pero’ mettere bene in evidenza lo stato delle cose, senza fare di tutta l’erba un fascio e senza raccontare bugie.

Affermare ad esempio che nessuno abbia mai fatto un censimento delle proprietà immobiliari del Comune è completamente falso.

La Giunta Veltroni avviò un censimento rigoroso che non riuscì a completare perché alle elezioni del 2008 i romani scelsero Alemanno che non continuo’ questa azione meritoria, azione che fu ripresa dalla Giunta Marino (che non ha l’esclusiva di questa iniziativa quindi).

Cosiccome la Giunta Veltroni vendette oltre 700 appartamenti moltissimi allocati nel centro storico e fino ad allora affittati da persone che non ne avevano alcun diritto e che pagavano cifre ridicole. Da quella attività di vendita (fatta sulla base delle valutazioni della Agenzia del territorio e quindi senza svendere alcunchè) entrarono nelle casse del Comune ed utilizzate per finanziare opere pubbliche e non tagliare gli investimenti sul sociale oltre 200 milioni di euro.

L’azione, se i cittadini romani non l’avessero interrotta eleggendo Alemanno, sarebbe continuata ed avrebbe aggredito anche quel patrimonio residenziale di cui si parla in questi giorni.

Tra l’altro come ha precisato Marco Causi questa seconda tranche di appartamenti affittata a prezzi molto bassi erano appartamenti assegnati a suo tempo all’area del disagio sociale per cui non c’erano altre soluzioni se non i ponti ed i sottovia ferroviari, cioè a persone che rientravano nella categoria degli aventi diritto alla casa popolare (e non essendoci disponibili case popolari si utilizzavano a fini sociali questi appartamenti).

Certo bisogna verificare se le situazioni di disagio sono continuate e se magari figli o nipoti sono subentrati pur non avendo piu’ diritto alla casa popolare e soprattutto bisogna verificare se nella massa del disagio non si siano infiltrati, con la complicità di funzionari e politici, i soliti furbetti.

Sia con Rutelli che con Veltroni l’azione di bonifica di queste situazioni era stata seriamente avviata, soprattutto dalla Giunta di Veltroni che sul problema casa aveva puntato molto pur non riuscendo, per l’interruzione anticipata del mandato a completare l’opera (e purtroppo la nascita del Partito democratico danneggio’ la città di Roma privandola di un grandissimo Sindaco molto amato dai romani, al contrario dei due Sindaci venuti dopo).

E dimostra tutto il suo livore il povero Stefano Fassina che invece di combattere la destra che rischia di riprendersi questa città impiega il suo tempo ad attaccare i candidati del PD alle primarie anche su questo tema facendo di tutta l’erba un fascio.

C’è poi il tema delle sezioni di Partito.

Ed anche qui è necessario un ragionamento serio e controcorrente.

I Partiti, dalla fine della seconda guerra mondiale e fino all’avvento della società post –fordista e liquida, sono stati l’architrave della  giovane democrazia nata dalla Resistenza e dalla Costituzione. Questo architrave ha sostenuto la crescita italiana del dopoguerra e, come ci spiegano eminenti sociologi, hanno svolto il ruolo di guidare il processo di integrazione delle masse popolari nello Stato impedendo derive vandeane e ribellistiche. I Partiti politici cioè hanno svolto in Italia un ruolo fondamentale.

Ed era normale che lo Stato fornisse loro in cambio gli strumenti per compiere questa grandissima e meritoria opera di educazione civica. E tra questi strumenti c’era anche una sede che, a sinistra come al centro, erano delle vere e proprio case del popolo.

Penso ad esempio a quelle sedi del PCI che furono aperte in quelle che all’epoca erano periferie estreme, nei nuovi quartieri di edilizia residenziale pubblica e che furono lo strumento per il riscatto della parte piu’ debole ed esposta dei romani.

Ad alcune sezioni dei grandi Partiti popolari andrebbe riconosciuta una alta onorificenza della Repubblica per il ruolo che ebbero in quegli anni nel sostegno ai ceti piu’ deboli e nelle battaglie per difendere la dignità di intere popolazioni (non ultimo il ruolo che tantissime di queste sezioni storiche ebbero nella regia dell’abbattimento dei borghetti che fino all’avvento dei Sindaci comunisti a Roma erano uno scandalo mondiale).

Le cose poi sono cambiate. Come è cambiato quasi tutto. La società è cresciuta, è diventata autoriflessiva e piu’ istruita e le nuove tecnologie attualmente consentono a tutti noi di informarci direttamente e non passare come un tempo per l’assemblea di sezione o per il comizio di strada.

Non parlo solo della sede storica del PCI di via dei Giubbonari ma di quella decina di sedi che hanno avuto queste caratteristiche e che oggi sarebbe ingiusto colpire per seguire l’ondata antipolitica ormai dominante.

In alcuni quartieri la sezione (malgrado i cambiamenti dei nomi dei Partiti) è parte integrante della storia di quel quartiere, ed è una storia importante fatta da dirigenti operai il cui nome ancora viene ricordato dalle seconde e terze generazioni (mi viene in mente ad esempio del fondatore delle Consulte popolari Aldo Tozzetti).

E sarebbe un atto autoritario, approfittando delle debolezza della politica oggi, azzerare quella storia.

Si sani quello che si puo’ sanare ma rispettiamo la storia di Roma e dei suoi quartieri popolari.

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