GRUPPETTARISMI (La sinistra che non vuole governare)

 

  1. QUELLA RADICE DELL’ODIO VERSO 
    QUELLI CHE ERANO I PROPRI COMPAGNI.


    Perchè chi si scinde diventa il piu’ cattivo
    nei confronti del Partito o del movimento da cui si è scisso?

    Credo sia semplice capirlo.

    Scindersi a sinistra è sempre un grosso trauma, uno psicodramma.

    E chi lo fa si sente in colpa rispetto ad un popolo largo che ama l’unità e quindi deve dimostrare che lo ha fatto perchè nel Partito o nel movimento c’era solo merda.

    Solo così, descrivendo il partito o movimento che si è lasciato come il peggio del peggio si mettono a tacere i troppi rimorsi.

    E per questo si alzano i toni.

    Fu così a Livorno per i comunisti di Bordiga (con Gramsci e Togliatti in minoranza fino al 1926 congresso di Lione).

    Fu cosi’ per il PSIUP nei confronti del PSI di Nenni.

    Fu così per i gruppettari del Manifesto nei confronti del PCI di Longo e Berlinguer.

    Fu così per i rifondaroli quando la maggioranza del PCI voto’ per fondare il PDS.

    Fu così per gli scomparsi Angius e Salvi quando i DS decisero di essere i cofondatori del PD.

    Lo è oggi per l’odio profondo che Fassina e Civati scagliano contro il PD.

2. INCONCILIABILITA’

C’è la sinistra dei duri e puri, quella che ti include solo se la pensi precisamente come i suoi affiliati.

La sinistra triste che ama sempre lottare e che si sente perduta quando è chiamata a governare.
Poi c’è la sinistra del passo dopo passo, quella che è consapevole delle imperfezioni umane, quella che ha da tempo capito che non esiste un mondo perfetto da costruire e che è convinta che le storture del sistema economico dominante si cambiano governando.
Ed è una sinistra che non teme di confrontarsi con le imperfezioni di uomini e donne, che non si isola in un identitarismo minoritario, che ha come obiettivo il costante miglioramento delle condizioni delle persone. E che per raggiungere questo obiettivo ed allargare il fronte non teme di allargare le alleanze, sociali e politiche, senza paura di perdere la propria purezza e la propria verginità.

3. INCONCILIABILITA’ DEFINITIVA

Il PD, pur con tutti i suoi problemi, è l’unica sinistra possibile in Italia.
Il resto è minoritarismo, identitarismo, gruppettarismo, è non capire la realtà ed usare paradigmi antichi, è inimicizia folle con quelli che prima erano tuoi compagni, è masochismo, è tafazzismo, è pensare di avere sempre ragione, che il popolo va bene solo quando li vota e siccome non li vota piu’ allora il popolo è comprato, è stare insieme soltanto con quelli che la pensano esattamente come te.
Questa sinistra è sempre esistita e laddove c’è la democrazia è rimasta sempre una spocchiosa minoranza e dove la democrazia non c’era ancora ha prodotto i pol pot ed i gulag o le persecuzioni prodotte dalle rivoluzioni culturali. 

Non vi stimo e non vi ho mai stimato. Anzi me sete stati sempre sul cazzo,

5. FANTASMI
E’ una idiozia scambiare la tattiche Parlamentari e le alleanze che in Parlamento si devono obbligatoriamente trovare quando non sei maggioranza assoluta, dicevo è una idiozia scambiare tutto cio’ con la nascita del Partito della nazione.

Sarebbe come accusare Togliatti di essere stato un leader di destra quando a Salerno decise (sconvolgendo moltissimi dirigenti e militanti del PCI) che per vincere definitivamente il fascismo e conquistare la democrazia bisogna allearsi con i monarchici e con Badoglio.

E sarebbe come accusare Berlinguer di essere un inciucione perchè nella seconda metà degli anni 70 porto’ il PCI a votare i governi Andreotti (ripeto Andreotti) per uscire da una crisi con l’inflazione sul 20% e combattere il terrorismo rosso che uccideva ogni giorno.

Ma che le dico affà ‘ste cose? Con chi non vuole capire è inutile.

6. L’OBBLIGO DI GUARDARE AL DI LA’ DELLA PROPRIA STORIA.

L’espressione che fotografa meglio i difetti politici di tanta sinistra è quella che si usa contro questo o quel leader che viene considerato un traditore: “non rappresenta la storia della sinistra”.

E’ una espressione che descrive l’identitarismo regressivo di questa sinistra, il suo essere visceralmente minoritaria, la sua incapacità di dialogare con chi è altro da se.
E poi chi rappresenta oggi la storia della sinistra? E quale è questa storia? Quella del congresso di Lione vinto da Gramsci o quella del social fascismo? Quella della svolta di Salerno voluta da Togliatti che impose l’alleanza con i monarchici badogliani o quella di PIetro Secchia? Quella dei fratelli Rosselli o quella di Bordiga? Quella di Berlinguer o quella di Lotta continua? Quella di Ugo Pecchioli o quella di Potere operaio? Quella del compromesso storico o quella della alternativa democratica? Quella di Riccardo Lombardi o quella di Craxi?

Senza nostalgie mi convincono e sono per me un faro queste parole scritte dal sociologo Franco Cassano, ormai mio punto di riferimento indiscutibile, nel suo recente pamphlet “Senza il vento della storia” e che mi sembrano perfette per dare una risposta a chi cerca ancora nella storia passata della sinistra.

Scrive Cassano:
“Non si puo’ proiettare il film all’indietro, riguadagnare una identità che si è venuta logorando.
La ricostruzione del popolo è uno slogan generico e venato di nostalgia SE NON TEMATIZZA la necessità di intercettare i nuovi ceti popolari, caratterizzati da una composizione molto diversa da quella tramandata dalla tradizione della sinistra, imperniata intorno alla centralità del lavoro dipendente sulla base del modello fordista e di cui tra l’altro, l’attuale insediamento soiciale reca solo una pallida impronta.
La sinistra deve puntare a mutare, allargandolo, tale insediamento, figlio di un altra epoca storica ed oggi divenuto sempre piu’ minoritario. Se vuole uscire da una fase solo difensiva, deve guardare al di là della propria storia ed insediarsi in uno spazio politico piu’ largo, costruire un popolo in cui il mondo dei diritti convive con quello dell’impresa e il mondo della cultura e quello della produzione sanno trovare intersezioni virtuose”

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