Come funziona la comunicazione di Matteo Renzi

Matteo Renzi

Si parlerà di comunicazione politica, ponendo attenzione sul comunicatore italiano più noto e discusso, ovvero Matteo Renzi, senza dimenticare l’altro Matteo, il Salvini leader della Lega. Tuttavia prima di analizzare il presente è indispensabile un breve sguardo al passato, ovvero a Mister B. l’uomo che ha costruito le sue fortune politiche  negli anni ’90 introducendo nell’asfittico panorama politico italiano tecniche di comunicazione già sperimentate altrove.

Berlusconi è stato davvero un grande comunicatore? Considero questa affermazione una mitologia alimentata dal provincialismo e dal servilismo di tanti commentatori italioti che per lo più non sapevano, e ancora sanno, cosa sia la comunicazione politica. Berlusconi ha solo adattato a se stesso e alla situazione italiana alcune tecniche di marketing che da decenni erano in uso in Europa e negli Stati Uniti. Basti pensare a personaggi come François Mitterrand, Tony Blair e John Kennedy. Loro possono essere considerati degli innovatori. Il Cavaliere è stato tuttalpiù un fenomeno locale, un prodotto della peggior cultura televisiva e gossippara, il cui unico merito è quello di aver saputo cogliere l’attimo, riempiendo il vuoto lasciato dalla politica, con atteggiamenti, dichiarazioni e slogan che in altri paesi avrebbero strappato al massimo sorrisi irriverenti. Nel suo caso la pochezza e la scaltrezza hanno avuto successo.

La vera cartina di tornasole della scarsa efficacia di Berlusconi come comunicatore è ben riscontrabile nelle reazioni dei media non italiani alle sue uscite internazionali. In altri termini l’esportazione del personaggio non ha funzionato e il guitto imbonitore, ben spendibile in Italia, è stato puntualmente sbeffeggiato all’estero. Una situazione paradossale che ha profondamente nuociuto al nostro Paese. Degli effetti devastanti del berlusconismo d’esportazione si è discusso poco perché l’informazione in Italia asseconda l’autoreferenzialità e il localismo, ma in Europa e oltre oceano è ancora vivida quella caricatura di presidente del Consiglio che ha calcato i summit internazionali.

Le tecniche di comunicazione, anche quelle più sofisticate ed efficaci, non possono aumentare la caratura del soggetto che le utilizza. L’attitudine e la capacità politica non si può inventare con il marketing.

Matteo Salvini è stato definito l’anti Renzi. Nei fatti ha una grande capacità di adattamento ed è molto attento alla comunicazione. Dopo aver impostato la rinascita della Lega su un anti europeismo deciso e, soprattutto, sulle questioni legate all’immigrazione, ha saputo cavalcare i temi politici più sensibili proponendosi come candidato di un ampio schieramento di centro destra. La strategia delle felpe, il corpo nudo sotto il lenzuolo, la camicia sbottonata, sono elementi di un puzzle rassicurante. Dopo il celodurismo di Umberto Bossi, c’era bisogno di uno svecchiamento dei miti padani per tornare a raccogliere consensi. Salvini è ben consapevole del fatto che la Lega, per puntare alla leadership politica del Paese, deve muoversi al di là dei confini della Lombardia e del Veneto. Tuttavia il leader del Carroccio resta – per ora – un fenomeno locale, come lo fu Berlusconi, mancando di spessore politico e di visione internazionale. Ve lo figurate il Matteo delle felpe ad un G8, o ad una riunione dei capi di stato europei?

Mentre il Cavaliere aveva di fronte uno schieramento eterogeneo e avversari tutto sommato deboli, Salvini, quand’anche riuscisse a diventare il candidato unico del centro destra, si troverà di fronte il migliore dei comunicatori italiani.

Matteo Renzi dobbiamo ancora vederlo in azione. Al momento è sceso in campo più come riserva di lusso che come titolare. Si è speso per le elezioni europee e ha sostenuto i candidati del Pd alle regionali. Il banco di prova vero sarà il referendum sulla riforma costituzionale e, se dovesse superarlo con un successo, le elezioni politiche. Tralascio di fare considerazioni specifiche su questa o quella questione. Qui si vuole valutare la capacità di comunicare in funzione della caratura del soggetto. Matteo Renzi fa politica da giovanissimo e, quindi, non manca di esperienza. Dopo un’epoca dominata da imbonitori televisivi, professori prestati alla politica e tecnici cialtroni si può dire che quello dell’ex sindaco di Firenze è il primo tentativo di ricostruire in Italia la centralità della politica. La comunicazione del premier ha dovuto gestire il salto logico tra la fase del rottamatore e quella del Primo Ministro. Com’è evidente nel percorso è mancata quella di rinnovatore, che Matteo Renzi avrebbe dovuto interpretare da segretario del Pd. La narrazione è stata coerente (il neo segretario del Pd ha spiegato che il governo Letta stentava e c’era bisogno di un rapido cambio di passo), ma gli effetti reali si sono rivelati disastrosi. Il Pd viene percepito come un progetto fallito perché è gestito a livello locale da un sistema di correnti che lo ha svuotato di idealità. L’impressione è che il premier abbia abbandonato l’idea di cambiare il Pd e stia pensando ad un altro soggetto politico (il partito della nazione?), tuttora informe. Finora la comunicazione di Matteo Renzi si è concentrata sul versante governativo, sulla politica interna, raccontando il percorso di un Paese che, grazie alle riforme, è uscito dalla stagnazione ed è pronto a cogliere i trend della crescita.

Ma nel 2016 qualcosa è cambiato. Per la seconda volta il Financial Times ha proposto ai suoi lettori un editoriale, firmato da James Politi, che – dopo due anni di Governo Renzi – delinea i sintomi di una crisi imminente.

Il quarantunenne premier che è andato al potere sull’onda dell’ottimismo e della buona volontà, come il leader più forte in Italia dai tempi di Silvio Berlusconi, deve ora fare i conti con i problemi in casa propria e all’estero. Problemi che minacciano di travolgere la sua amministrazione. Venerdì scorso, i report dell’Istat hanno mostrato che l’economia è cresciuta di appena lo 0,1% nel quarto trimestre del 2015. I dati hanno sollevato la possibilità preoccupante che la fragile e lenta ripresa italiana non è pronta ad accelerare come previsto dalla maggior parte degli economisti, e può essere rallentando di nuovo. Nel frattempo, le banche italiane sono stati tra le più colpite dalla recente disfatta del mercato globale, scatenando i timori che il paese potrebbe essere vulnerabile di fronte a una nuova crisi finanziaria.

L’articolo è arrivato dopo uno scambio di velenose battute tra il leader italiano e il presidente della Commissione UE.

Jean-Claude Junker, che ha iniziato la schermaglia lasciando uscire dal suo staff una considerazione quantomeno inopportuna sulla inconsistenza del Governo italiano, ha attaccato Renzi per distogliere l’attenzione da temi determinanti, intorno ai quali sta registrando i maggiori tentennamenti della Commissione UE, ovvero il piano di investimenti per lo sviluppo, la flessibilità, l’occupazione e le questioni legate al flusso dei migranti.

Resta però il fatto che l’attacco è stato portato e, a detta di molti osservatori, non solo italiani, potrebbe essere l’avvio di qualcosa di più complesso. Ridurre le pretese dell’Italia, riportare in auge le politiche di rigore e ridimensionare l’unico leader europeo (Tsipras è fuori gioco da tempo) in grado di mettere in discussione gli equilibri che reggono la presidenza di Jean-Claude Junker (con tutto quello che ne consegue).

Proprio sul versante internazionale la comunicazione del presidente del Consiglio italiano presenta “debolezze” difficili da gestire.

Con i summit internazionali e i viaggi all’estero il presidente del Consiglio ha avuto modo di misurarsi in svariate occasioni. Il racconto dei suoi numerosi viaggi all’estero, delle posizioni espresse nei vari summit internazionali non è stato positivo. Dopo i primi mesi di “corteggiamenti”, di editoriali e di interviste inneggianti al quarantenne dinamico e ottimista è calato il silenzio, o peggio l’ironia. In sintesi il ruolo che ha avuto l’Italia sulla scena mondiale si è rivelato marginale.

Siamo distanti anni luce dalle figuracce targate Berlusconi, ma Renzi viene comunque dipinto più come un equilibrista che un protagonista.

Certamente il ruolo del Paese a livello internazionale non può essere imputato tutto sulle spalle di chi la guida, occorre un sistema paese forte, occorre capacità di investire, di attrarre investimenti, di fare innovazione, di esportare, . In Europa Renzi è riuscito a strappare la promessa di godere delle clausole di flessibilità. Non è molto, ma non è nemmeno poco. Taluni viaggi all’estero, come quello in America Latina, sono apparsi più una personale vetrina che momenti di promozione del Paese e, forse, avrebbero dovuto essere raccontati meglio.

La marginalità più significativa è emersa nelle questioni riguardanti le aree di crisi del Medio Oriente e la questione dei migranti, ma là per avere un ruolo occorre investire molto di più in termini di risorse militari e di vite umane, quindi, tutto sommato, è meglio contare di meno.

Annunci